Un’Altra Scuola È Possibile?
stato di salute e progetti alternativi dell’educare oggi
GIUSEPPE RISSONE
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∧ Per chi per la prima volta viene a “contatto” con Tempo Lento, consiglio di andarsi a leggere la presentazione della rubrica per comprendere di che cosa si tratta. E per riprendere il filo del discorso parliamo di scuola. È qui vi porrete la domanda: cosa centra la lentezza con la scuola? Credo che abbia strettamente a che fare in quanto essa deve avere ritmi lenti, personalizzati, per non lasciare indietro nessuno, questo a partire dalla scuola per l’infanzia..
E come sta la scuola italiana? Con un riferimento medico potremmo di che si trova in un coma vegetativo – stato in cui un soggetto con danni cerebrali sembra sveglio, ma non esegue alcuna azione intenzionale né reagisce a ciò che gli accade intorno. Se lo stato vegetativo persiste per più di qualche mese, il recupero è improbabile – è una diagnosi troppo pessimistica? Ho il timore che non sia troppo lontana dalla realtà, una situazione che si protrae da tempo, troppo, senza che nessuno si sia avvicinato al suo capezzale per intervenire prima che diventasse troppo tardi. Questo al netto di una moltitudine di operatori, educatori e insegnanti che si adoperano per tenerla in piedi, dove le risorse sono ridotte al minimo – quando va bene bisogna portarsi la carta igienica da casa – e si promettono bonus economici a chi iscrive i propri figli alle scuole private, una sorta di arresa: non siamo in grado di gestire la scuola pubblica e di conseguenza noi – Stato, Governo, Regioni – ti diamo una mano per frequentare la scuola privata. A questo andazzo si dovrebbe reagire con forza e non solo da parte degli addetti ai lavori, ma da parte di tutti, perché la scuola è un bene, un diritto. Ho interpellato un “ex maestro” elementare – non per sua volontà e che non si considera giustamente ex – in servizio dal 2007 al 2022, un professore di scuola superiore, ponendo la stessa domanda: Come sta la scuola italiana oggi? Così hanno risposto: Vive una costante emergenza in mano alle persone di buona volontà, e dove il rischio è che a qualsiasi livello vada bene così. Oggi hanno riempito di colore senza cambiare molto la sostanza. È ancora un sistema gerarchico alla “Cuore” ma senza cuore. (maestro elementare). Oggi la scuola contemporanea italiana, in tutte le sue componenti adulte, è in agonia intellettuale. Manca un pensiero. Libero, indipendente, serio. La politica vuole l’impiegato della scuola e la maggioranza dei docenti pure. Con la scusa dell’elemosina dorata e facile del PNRR, l’accattonaggio clientelare è prassi. E’ sistema. La scuola – azienda è servita. Dove il magister? Dove il bene dei nostri discenti? (professore scuola superiore). Ad una maestra in pensione ho chiesto di raccontarmi la scuola degli anni ’60 e cosa ne pensa di quella di oggi: Circa alla metà degli anni sessanta sono entrata nel mondo della scuola, come insegnante elementare, e per oltre 35 anni, ne ho vissuto e caldeggiato le trasformazioni come organismo in cui la società tutta – genitori, educatori, enti locali e territoriali – doveva entrare a farne parte: il tempo dei Decreti Delegati, dell’introduzione del tempo pieno, dei laboratori, della collaborazione con specialisti di altre discipline (oltre a quelle della pedagogia e della didattica), dei corsi di specializzazione per modificare la didattica in forme sempre più creative, aderenti ai progressi della scienza (da riportare, quindi, nelle “materie” di studio) e adattate allo sviluppo psicologico di ogni ragazzo, e, successivamente, all’introduzione di forme di integrazione e di sostegno per gli alunni in situazione di handicap. Agli alunni si proponeva lo studio, motivandolo in vario modo, e l’apprendimento di capacità operative e di riflessione sui comportamenti, soprattutto attraverso la collaborazione e la relazione. Un tempo di grande fermento tra i ragazzi, il personale della scuola e il mondo esterno: oggi non ritrovo questo interesse appassionato nella società. Sento nei media parlare della scuola solo per inchieste quando accadono episodi di bullismo, insulti gravi, edifici cadenti, nessuna discussione su come adattare gli insegnamenti agli “utenti”, poche domande sulla ricerca di una rivalutazione pedagogica che aiuti un’interazione positiva tra studenti e docenti, tra studenti e studenti, né di una rivalutazione della figura del docente. Il “Ministero della Pubblica Istruzione” è modificato in “Ministero dell’istruzione e del merito”: un appello a premiare il maggior impegno degli studenti? Un invito a bocciare chi non merita, quindi maggiore selettività? Un maggior controllo, oltre che dello studio, anche del comportamento degli studenti? Una valutazione anche del lavoro degli insegnanti? Con quali procedure? ∨
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∧ Tra scuola pubblica e quella privata esiste un’altra via, in particolare nel modello educativo proposto? La risposta è sì e provo a raccontarvi qualche esperienza, in particolare nell’ambito della scuola elementare, che credo pecchi di troppo nozionismo, troppo slegata dalla vita reale, scarso rapporto con la natura, pochissima attività fisica. La cosa peggiore – dal mio punto di vista – è che i bambini sono relegati fra quattro mura per ore e ore, in un periodo per loro pieno di energia dove dovrebbero stare all’aria aperta il più possibile e muoversi, e purtroppo l’immobilità prosegue fuori dalla scuola per la quantità di compiti da svolgere e al massimo portati come pacchi postali a svolgere miriadi di attività, spesso inutili. Non si contano bambini sovrappeso e obesi con problemi di diabete e malattie varie. L’unica speranza che possono avere è incontrare un insegnante ancora innamorato del suo mestiere, anche se quando uno ci prova viene espulso dal sistema, basta leggersi la storia del maestro Giampiero Monaca, vicenda ad oggi non conclusa. Se vado con la memoria al mio periodo nella scuola elementare – dal 1967 al 1972 – ricordo i doppi turni, l’assenza di un cortile, quasi nessuna uscita, separazione tra maschi e femmine. Purtroppo ho la sensazione che molto sia rimasto come allora. ∧
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∧ Esistono alternative a questo modello, una di queste è la scuola parentale che è addirittura prevista costituzionalmente, per quanto non sia molto conosciuta. La scuola parentale si basa sulla decisione di vari genitori di mettersi insieme trovando locali e insegnanti o insegnando loro stessi, istituendo gruppi di bambini o ragazzi, ai quali indirizzare insegnamenti che ritengono importanti per i loro figli seguendo comunque anche alcune linee guida tradizionali. Cosa si deve fare per la costituzione di scuole parentali, quali le agevolazioni, quali sono gli obblighi, le forme giuridiche, gli aspetti organizzativi, comunicativi, amministrativi e i possibili costi di un progetto che richiede comunque un certo impegno da parte dei genitori coinvolti? A rispondere alle molte domande su questo modello di scuola è il libro di Cecilia Fazioni La scuola parentale edizioni Terra Nuova.
Un’altra interessante proposta è quella della Rete per l’Educazione Libertaria che collega una serie di realtà, presenti sul territorio italiano, attive nella sperimentazione con bambine e bambini, ragazze e ragazzi, di pratiche creatrici di comunità scolastiche autogestite. Il gruppo che ha dato vita a questa rete è costituito da persone con percorsi formativi e professionali differenti. Alcuni si occupano di educazione a livello lavorativo (sono insegnanti, dirigenti scolastici, educatori, ecc.) e, nonostante nella quotidianità sperimentano elementi di educazione anti-autoritaria (sia all’interno del sistema scolastico pubblico sia in contesti educativi autonomi), sentono l’esigenza di confrontarsi con altre esperienze e pensare possibili alternative. Altri invece hanno deciso di partecipare perché interessati a conoscere e a riflettere su un modo diverso di educare (genitori, studenti, …). La rete vuole offrire uno spazio e un tempo di discussione, sperimentazione e formazione a persone che provengono da esperienze culturali (e politiche) diverse. Coloro che si stanno impegnando nella rete condividono un percorso di ricerca intorno a un’idea di educazione non autoritaria che metta in primo piano i bambini/e e i ragazzi/e.
Per concludere questo viaggio scolastico “alternativo” vi presento l’Associazione Tana Libera Tutti, con sede a Mamiano di Traversetelo, in provincia di Parma, è tra le prime nate in Italia, è attiva infatti dal 2007. La struttura che ospita quest’esperienza è la tipica casa rurale emiliana, un edificio largo e solido, diviso in diverse stanze ampie e luminose; il giardino che la circonda è vasto e alberato, attrezzato con uno spazio dedicato ai momenti assembleari oltre alle altalene e agli altri giochi. Una delle socie, Martina Negri, così racconta questa esperienza: È difficile descrivere in due parole qualcosa che per noi ha immenso valore e bellezza, ma ci proviamo. Dal 2008 l’associazione sostiene il desiderio e l’impegno dei genitori a pensare e confrontarsi sul percorso di crescita dei loro bambini/e. Siamo partiti in pochi, 4 famiglie, ma oggi sono presenti 35 bimbi/e, con un’età compresa tra i 3 e i 10 anni. In questi anni sono passati dalla nostra “scuolina” più di 100 bambini. Ci ispiriamo ai principi della pace, del pluralismo delle culture e della solidarietà fra i popoli e fra gli individui e perseguiamo l’obiettivo primario di sviluppare una relazione educativa che pone al centro il bambino/a, individui unici e irripetibili, in grado di compiere scelte e di costruire un proprio progetto di vita. Una visione questa che viene sostenuta e rinnovata quotidianamente attraverso un patto reale e autentico tra le famiglie e le altre figure educative in cui l’apprendimento è protagonista rispetto all’insegnamento e in cui le bambine/i sono attivi e partecipi nel loro percorso di crescita. Tutto questo si declina in una postura pedagogica ed educativa che cerca di tenere insieme alcuni principi che riteniamo indispensabili nella costruzione di una relazione significativa con i bambini/e.
Nel progetto le/i nostre/i bambine/i imparano quando desiderano conoscere e sono pronti per farlo. In questo cammino hanno il sostegno di un adulto di cui hanno fiducia e che li guida a trovare un loro personale percorso didattico. Si rispetta quindi la libertà e la loro individualità vivendo lo stupore della conoscenza, il gusto della curiosità, il desiderio di arricchire il sapere con la propria fantasia, creatività e ingegno. Sono accompagnati e sostenuti nello scoprire il valore di sé stessi, delle cose, della realtà, offrendo percorsi formativi rispondenti alle proprie inclinazioni personali in cui si impara a “sapersela cavare” e “si impara ad imparare”. Partecipano attivamente alla costruzione e al funzionamento della scuola stessa attraverso lo strumento dell’assemblea, dove si sperimenta la capacità di scegliere, la gestione delle controversie e la condivisione delle regole e non ci sono voti, ma si aiuta il bambino nella propria autovalutazione e valutazione tra pari.
A Martina Negri ho posto la seguente domanda: Tutto quello che viene fatto dalla vostra associazione non dovrebbe essere realizzato da qualsiasi scuola pubblica? Direi di sì, quello che noi mettiamo in pratica nella nostra scuola è un diritto che dovrebbe esistere in primis nella scuola pubblica ed essere garantito ad ogni bambino/a. Oggi, purtroppo, si vive la scuola come una sorta di delega. Nella nostra i bambini sono visti nella loro unicità e diversità. Una delle grande differenze è che la nostra proposta educativa non è un mondo a se, ma riflette la vita di tutti i giorni. L’Associazione vive grazie all’auto sostentamento, a donazioni liberali e raccolte fondi. Martina conclude la presentazione della sua scuola con le parole di Rubén Alves: Le scuole dovrebbero essere uno spazio dove si può sbagliare sentendosi protetti. ∧
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∧ Altra ricca esperienza per comprendere il mondo della scuola è aprire le pagine del libro Educato Vs Educante “come essere nato insegnate e scoprirlo soltanto dopo” di Fabio Caucino – cantautore, conduttore radiofonico, grafico, professore – e pubblicato da Voglino Editore. Oltre 300 pagine – non spaventatevi per questo, sarà una lettura che vi catturerà – un romanzo pedagogico sull’alterità, sul dono della gratuità, sull’essere educati ed educare, su come entrare in comunicazione con noi stessi e con gli altri. Un lavoro che merita di essere letto e approfondito – ci ritornerò prossimamente su queste pagine – Fabio Caucino dimostra con la sua esperienza che l’insegnante può e deve essere un artigiano dove i ragazzi vanno a bottega con la loro esuberanza e perché no la loro ribellione, con il loro entusiasmo e desiderio di conoscere e capire, liberi dall’ansia di sbagliare, cose che sembrano scontate, ma – comprese le personali esperienze dirette – così rare da meravigliarsi quando s’incontrano, anche se dovrebbero essere la costante di chi ha deciso di mettersi in gioco “educando” e facendosi “educare”. Il suo modo di intendere la scuola è ben rappresentato nella sua trasmissione radiofonica Banco di prova in onda ogni sabato mattina alle 10:30 su radiostellapiemonte. A conclusione di questo viaggio nella scuola vi segnalo il libro di Daniele Novara pedagogista, fondatore del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti e docente del Master in Formazione Interculturale presso l’Università Cattolica di Milano, dal titolo Non sarò la tua copia liberarsi dai pesi dell’infanzia per costruire la vita che desideriamo, edito da Rizzoli, libro che ci invita a riconoscere nell’educazione ricevuta nell’infanzia segmenti importanti della nostra vita, offrendo altresì strumenti utili per entrare nel vivo delle radici educative. Nel libro l’autore menziona la lettera che Kafka scrisse al padre, una disamina dell’educazione ricevuta; violenta, se vista sul piano psicologico. Il padre, infatti, considerava il figlio un inetto, un “molle”, un’incapace. Nella lettera Kafka dice al padre: ci sei riuscito, non riesco a combinare nulla. Com’è noto i grandi capolavori di questo straordinario scrittore sono rimasti quasi tutti nel cassetto finché egli fu in vita.




Non sono competente sul lavoro della scuola, ma ho fatto anch’io le scuole e ho parlato in tempi recenti con diversi docenti. Mi hanno detto che è aumentata tanto la burocrazia negli ultimi anni, ma posso assicurare che tale discorso vale per tutti i lavori, qui in Italia, nessuno escluso. L’idea che mi sono fatto, parlando di piccole realtà innovative, è che questi esperimenti molto interessanti e proficui sono più facilmente attuabili nei piccolissimi centri di provincia, dove i genitori degli alunni si conoscono tra di loro e c’è un alto livello di fiducia e collaborazione….
Sicuramente nei piccoli centri è piú facile realizzare progetti “alternativi”, comunque grazie per il commento.