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FUORI LUOGO: AMBIENTE

Fast S-fashion

Il vortice perverso degli acquisti nell’abbigliamento. Una crisi sottovalutata

 

. RINO SCIARAFFA

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⊆ Chiedo anticipatamente scusa per il titolo, che è tra il provocatorio e l’italiano maccheronico; giuro, volutamente maccheronico. Tocco un argomento che sfiora, direttamente o indirettamente, tutti noi. Negli ultimi decenni, l’industria dell’abbigliamento veloce e di consumo ha rivoluzionato il modo in cui ci riferiamo ai nostri capi di abbigliamento, offrendo prodotti a basso costo e seguendo le ultime tendenze con una velocità impressionante. Tuttavia, questo modello di produzione e consumo ha un costo elevato per l’ambiente. La produzione di noti marchi, anche online, si basa su un ciclo produttivo rapido e su larga scala, il quale richiede enormi quantità di risorse naturali. Secondo le stime, l’industria della moda utilizza ogni anno circa 93 miliardi di metri cubi d’acqua, contribuendo significativamente all’esaurimento delle risorse idriche in molte regioni del mondo. Ovviamente, quello delle risorse idriche è il primo tassello di un abnorme consumo di energia che rientra nel ciclo produttivo. Tuttavia, il basso costo incentiva un acquisto compulsivo, ultra-rapido e soprattutto con un elevato grado di spreco: ogni anno, oltre 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili finiscono nelle discariche o vengono inceneriti, spesso a causa della scarsa qualità dei materiali utilizzati, che rende i capi difficilmente riciclabili. L’industria della moda è responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di gas serra, più di quelle prodotte dai settori dell’aviazione e della navigazione combinati; anzi, essa incide direttamente su queste due tipologie di inquinamento poiché i prodotti sono prevalentemente realizzati nel sud-est asiatico e trasportati in Europa, Nord e Sud America, Oceania, senza dimenticare un consumo significativo nelle economie emergenti asiatiche. Inoltre, non dimentichiamo che, per la produzione di fibre sintetiche come il poliestere, vengono impiegati principalmente combustibili fossili. I processi di tintura e finissaggio richiedono grandi quantità di energia e sostanze chimiche tossiche. Allo stesso modo, il rilascio di microfibre sintetiche nei mari, causato dal lavaggio dei tessuti, contribuisce all’inquinamento plastico, con gravi conseguenze per la fauna marina e, di riflesso, per la catena alimentare umana. Nonostante il ruolo predominante dell’industria, anche i consumatori hanno una parte di responsabilità. L’acquisto compulsivo e l’ossessione per le novità alimentano la domanda di capi a basso costo, incentivando i produttori a mantenere modelli insostenibili. Inquantificabile è il costo che decine di milioni di persone sono costrette a subire nella filiera produttiva: assenza di ogni sicurezza sul lavoro, paghe da fame, condizioni di lavoro inumane, orari inverosimili e assenza di ogni tutela minima per il soggetto lavoratore. ⊇

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⊆ Per affrontare questa crisi, è fondamentale promuovere un cambiamento culturale e sistemico. Tra le possibili soluzioni vi è quella di avviare buone pratiche di acquisto consapevole, scegliendo capi prodotti in modo etico e destinati a durare nel tempo. Anche il riciclo e il riutilizzo sono buone pratiche, oltre alla possibilità di donare o rivendere abiti usati e favorire il mercato dell’usato. La fast fashion rappresenta una enorme sfida ambientale, ma anche un’opportunità per ripensare il nostro rapporto con i vestiti e il consumo. Solo attraverso azioni congiunte di consumatori, aziende e istituzioni è possibile mitigare gli effetti devastanti di questo settore e costruire un futuro più sostenibile. ⊇

FUORI LUOGO ritorna martedì 7 gennaio

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≡ Elaborazioni grafiche di Giuseppe Rissone e Fotografia di Milan Kullu da pixabay.com ≡



 

2 Comments

  1. Gian Michele Reply

    È probabile, e mi auguro, che questo articolo non contenga ancora commenti per anomalie tecniche del sito; o forse no. Ad ogni modo il mio è: facciamo girare questi pensieri a mille..!
    Letti fuor di metafora, denunciano i nostri vizi inestinguibili di occidentali: ne sanno qualcosa i paesi (Ghana, Senegal ed altri), cui vengono recapitate le milionate di tonn. di tessile usato dalle nostre “opere di solidarietà”. Che trasformano quella gente in schiavi di un business senza controlli e quei magnifici luoghi in ambienti stravolti. Immani discariche.
    Credo che l’“Obroni W’awu”, ovvero, in lingua akan (Ghana) “i vestiti dell’uomo bianco morto” sia il più azzeccato paradigma dell’agire umanoide nel nord del mondo.
    Altro che “atti di solidarietà”, cari i miei bradipi! l’unica speranza è un radicale cambiamento culturale, che non può che partire da ognuno di noi, volto alla massima sobrietà, consapevolezza ed effettivo rispetto del prossimo più debole.
    Buon anno nuovo a tutti.

    1. Rino Reply

      I cambi culturali sono gli unici che possano cambiare paradigmi. Unico consiglio e dirti che non sono tanto gli abiti che spediamo per solidarietà che inquinano, ma sono le masse ed eccedenze di produzione, come diverse ricerche evidenziano. Il problema grande e che abbiamo una economia autodistruttiva sotto tutti i profili. Grazie Giano Michele per la tua importante riflessione.

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