Fuori Tempo (Massimo?)
diritti: alcuni riferimenti formali e informali, cercando di non prendersi troppo sul serio
ENEA SOLINAS
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⊆ In questo spazio editoriale di bradipodiario si vuol dare l’opportunità di riflettere su tematiche cardini degli orizzonti d’interesse per questa testata. Provando ad approcciarli “fuori luogo”, con uno sguardo non avvezzo a mode o semplificazioni. Paradossalmente temo che di questi tempi un po’ di didascalismo e retorica chiarezza siano fuori luogo.
Premettendo che non sono un esperto in materia giuridica, mi avvarrò del diritto a raccontare la propria storia – diritto informale, e costrutto culturale conquistato in secoli di progressiva emancipazione, la determinazione a offrire testimonianza di vita come forma di lascito o di rielaborazione non scientifica dell’esperienza particolare. Un “diritto” che storicamente diviene popolare solo nel corso del ‘900, anche a seguito di immani tragedie e che ha costituito, al di là della letteratura, a un livello più artigianale, esperienza di rielaborazione di traumi o fondamenti per la costituzione di sensi di comunità (presupposto forse anche identitario) alla pur duttile e aperta e “cangiante” composizione del tessuto sociale inteso come intreccio di comunità molteplici.
Ebbene, perché mi rifaccio alla forma autobiografica? Perché oltre che non potendo o volendo dare un taglio specialistico alla riflessione, mi sento in prima battuta altamente disorientato dalla confusione di discorsi e dalla virtualizzazione progressiva dei mezzi per entrare in relazione, sia interpersonale che sociale. Intendo dire che mi sento anacronistico rispetto all’epoca contemporanea pur utilizzando diversi social (come strumento di comunicazione /informazione…) e forse un po’ rifugiato in una specie di bolla che mi induce a darà priorità a quel che intendo dall’esperienza diretta e im-mediata. La quale però esige una susseguente e forse necessaria rielaborazione.
Ora, da molti anni per ragioni personali, ma anche di interesse culturale e politico, mi occupo di salute mentale. Va da sé che il primo riferimento didascalico è l’articolo 32 della Costituzione. Il diritto alla salute. Parola che relativizza di per sé il concetto stesso di “sanità” – al netto di aiuti e buone condotte per il proprio benessere (comunque non obbligatorie), in campo medico-psichiatrico la faccenda si fa assai più relativa e imperscrutabile. Dunque abbisogna di un accento culturale di ri-significazione. Recentemente con un collaboratore che non è né medico (né presume di fare il clinico) né paziente – ma non per questo è scevro dal bisogno di rielaborare la propria esperienza e non significa che non abbia avuto dei dolori nella sua esistenza (chi non ne ha incontrati?) – si è parlato, forse adottando il metro relativizzante della salute – di un paradossale “diritto alla sofferenza”. Ohibò! Mi sembra quanto mai un’estremizzazione rischiosa. Forse parlerei – facendo ricorso alla Costituzione nuovamente – di diritto a formare la propria personalità senza vincoli e secondo un principio sia di libertà che di responsabilità. In qualsiasi contesto ciò possa avvenire. Se questo implica una intima (interiore) ri-significazione di un dolore personale, un curare e dare senso alle proprie ferite e farsi carico in tal modo del proprio dolore senza delegarlo ad una cura “sanitaria”. Forse è in questi termini che tale diritto si riconoscerebbe. Certo, una concezione eccessivamente psicologizzante parlerebbe di rischio di godimento. Oppure di un rischio solipsistico, per usare altrimenti una chiave interpretativa filosofica. Ma chi è il proprietario del vissuto e del pensiero se non il soggetto che lo esprime? Forse come altrove si è interloquito – col medesimo collaboratore dell’associazione Arcobaleno APS e insieme ad altri sodali, si potrebbe parlare di diritto di cittadinanza della follia (come aspetto parziale e soggettivo della personalità complementare ad una più ragionevole e chiara – che risponde ad uno dei principi filosofici (e intrinsecamente etici) prima che giuridici della legge 180/1978. Basaglia che la ispirò dichiarava di non sapere cosa sia la follia, ma interpellava la società civile che per dichiararsi tale avrebbe dovuto comprendere tanto la follia che la ragione. Il riferimento didascalico e storico politico a questa legge, mi serve anche per ricordare che la salute mentale è un bene comune, e chiama in causa diversi soggetti correlati. Sia come consapevolezza soggettiva, sia come sapere clinico, sia come corresponsabilità nei contesti di appartenenza (per esempio famigliare o sociale). E ricordo vieppiù che anche secondo i report dell’OMS non esiste salute senza salute mentale, per cui è implicito (ma didascalismo ringraziando è bene ribadirlo) non siamo esseri scissi mente/corpo. ⊇
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⊆ Dunque i discorsi sono molteplici e tale riflessione chiama in causa diversi soggetti insieme al singolo. Senza mai pretendere – anzi con uno sforzo corresponsabile di umiltà – di avere ricette preconfezionate e soluzioni pronte all’uso. Vorrei ribadire il tratto forse irriducibile della domanda. O meglio delle domande, riattualizzandole. Cosa significa o può comportare fare salute mentale oggi, nell’poca post (?) Covid, e nella società liquida, delle passioni tristi, a trazione virtuale della “infosfera”, in cui tutto è – potenzialmente fonte di esposizione individualistica e parimenti di speculazione e commento opinabile?
Cosa significa dare cittadinanza alla follia per consentirci come società di dichiararci civili e non considerare solo la “ragione” e la razionalità”? Siamo sicuri che in un’epoca nuovamente molto distruttiva e deleteria, follia coincida con sofferenza o peggio coincida con il pregiudizio di pericolosità sociale, solo se il percorso di vita non è conforme o si attraversano delle crisi anche molto forti e dolorose? Forse confondere il diritto di cittadinanza alla follia con un presunto (e presuntuoso, in un certo senso) diritto alla sofferenza mi sembra quanto meno un errore epistemologico. Ancorché forse chi sceglie tale via incappi in momenti e inciampi nella sofferenza non ritengo sia questo il suo intimo desiderio né tantomeno rivendicare un simile paradossale diritto auto-distruttivo e irresponsabile (e oltretutto, forse, indirettamente distruttivo, suo malgrado…). Forse in modo più o meno esplicito, pur baricentrando la questione sugli stati d’animo (qualcosa di più impalpabile e concreto, legato al “sentire”), il desiderio e slancio vitale sono il vero motore di questo attraversamento che ri-ordina e asserisce non solo aspetti identitari, ma dubbi e aperture verso le possibilità che la vita ci offre. (Tenendo presente i doveri accanto ai diritti, intesi anch’essi come opportunità di crescita).
Forse questo essere o diventare “sé stessi”, sentirsi ed esprimersi in modo autentico (non sempre è possibile per limiti e fragilità, oltre che per una serie di sovrastrutturali convenzioni sociali) implica un’incertezza e una variabilità costante, ma ad un tempo una continuità di esercizio che non escluderei di definire “spirituale” (in senso non strettamente o non unicamente religioso). Inteso come principio della cura di sé. Ma qui mi fermo e forse ricollegandomi al tema della laicità caro ai Fuori luogo di bradipodiario, riprenderò la questione in una futura riflessione. Buona giornata, e buona salute sociale, mentale e fisica a tutt*! ⊇
FUORI LUOGO ritorna martedì 24 dicembre
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≡ Elaborazioni grafiche di Giuseppe Rissone tratte da pixabay.com – Fotografia di Enea Solinas ≡





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