Miracolo A Le Havre
“Sono i piccoli gesti quotidiani che trasformano il mondo, non i grandi proclami” – Howard Zinn
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≥ La vera essenza dell’umanità non risiede nelle grandi gesta eroiche, ma nei piccoli gesti quotidiani di solidarietà che possono cambiare la vita delle persone. “Miracolo a Le Havre”, il toccante film del regista finlandese Aki Kaurismäki, ci ricorda proprio questo attraverso la storia di Marcel Marx, un lustrascarpe che riscopre il significato profondo della compassione.
Nel porto francese di Le Havre, Marcel (interpretato magistralmente da André Wilms) conduce un’esistenza semplice, scandita dai rituali quotidiani del suo mestiere di lustrascarpe. La sua vita viene sconvolta quando incontra Idrissa (Blondin Miguel), un giovane migrante africano in cerca di sua madre. Proprio mentre sua moglie Arletty (Kati Outinen) viene ricoverata in ospedale per una grave malattia, Marcel si trova di fronte a una scelta che cambierà per sempre la sua percezione del mondo.
Il porto di Le Havre non è solo lo sfondo della narrazione, ma diventa metafora della condizione umana: un luogo di transito dove le vite si incrociano, dove il passato e il presente si fondono, dove la speranza e la disperazione convivono quotidianamente. In questo scenario, la comunità del quartiere diventa protagonista silenziosa di una resistenza umana contro l’indifferenza.
Lo stile inconfondibile di Kaurismäki, con le sue inquadrature statiche e i colori saturi che ricordano il cinema degli anni ’50, crea un ponte emotivo tra passato e presente. È come se il regista ci suggerisse che la solidarietà umana è un valore senza tempo, che attraversa le epoche mantenendo intatta la sua forza trasformativa. Marcel, nel suo viaggio di aiuto verso Idrissa, riscopre una parte di sé che forse aveva dimenticato: quella capacità di vedere oltre le apparenze e di agire seguendo il cuore, nonostante le difficoltà e i rischi. La sua trasformazione non è clamorosa o teatrale, ma si manifesta in quei piccoli gesti quotidiani che, messi insieme, creano il vero “miracolo” del titolo. ≤
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≥ In un’epoca in cui i confini sembrano sempre più invalicabili e l’individualismo regna sovrano, Miracolo a Le Havre” ci ricorda che la vera forza risiede nella comunità e nella capacità di tendere una mano a chi ne ha bisogno. Il film diventa così uno specchio nel quale rifletterci, invitandoci a interrogarci su cosa significhi veramente essere parte di una comunità umana. Il “miracolo” del titolo non è un evento soprannaturale, ma la riscoperta di quella umanità che tutti portiamo dentro e che, troppo spesso, dimentichiamo di ascoltare. È un invito a guardare oltre le nostre paure e i nostri pregiudizi, per riscoprire quella connessione profonda che ci lega gli uni agli altri.
Chi è Aki Kaurismaki: Aki Kaurismäki (1957) è un regista finlandese noto per il suo stile cinematografico unico e minimalista. Il suo cinema è caratterizzato da dialoghi essenziali, umorismo secco e una profonda attenzione alle storie di persone comuni ed emarginate. Tra i suoi film più celebri ci sono “L’uomo senza passato” (2002, Grand Prix a Cannes), “Le Havre” (2011) e “L’altro volto della speranza” (2017). La sua opera è contraddistinta da una fotografia dai colori saturi, una recitazione controllata e una particolare sensibilità nel trattare temi sociali come la solidarietà, la dignità e l’immigrazione. È considerato uno dei maestri del cinema europeo indipendente.
Condividi la tua esperienza: hai mai vissuto o assistito a un momento in cui un piccolo gesto di solidarietà ha fatto la differenza? Come ha influenzato la tua visione della comunità e del tuo ruolo in essa? Raccontaci la tua storia nei commenti. Il film è disponibile su Amazon Prime ≤
I LENTOMETRAGGI Ritorna giovedì 30 gennaio
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≡ Elaborazioni grafiche di Giuseppe Rissone tratte da pixaby.com – Foto tratta da pexels.com ≡





Colgo l’invito di Angela nel raccontare un piccolo episodio di solidarietà recente, che non mi ha visto protagonista ma solo come osservatore: la scena si svolge in estate in una piazza di una cittadina ligure dove si affaccia una storica trattoria. Un uomo è intento a chiedere l’elemosina stando ad alcuni metri distante dai clienti. Il proprietario si accorge dell’uomo e chiama a sè una cameriera a cui sussurra qualcosa nell’orecchio, essa si dirige verso l’uomo invitandolo a sedersi ad un tavolo, che con qualche stupore accetta. Dopo pochi istanti viene servito all’uomo un piatto con una bistecca e un contorno, pane, vino e acqua. Tutto fatto con discrezione, con il proprietario che si avvicina al tavolo e con un semplice gesto fa capire che il pasto è offerto. Ho visto in quell’invito – che non risolverà sicuramente i problemi di chi l’ha ricevuto – un atto semplice ma concreto, non scontato, poteva succedere il suo opposto, ossia quello di allontanare l’uomo, cosa che ho visto fare in altri contesti. L’idea che un ristoratore in piena estate, con una lunga fila di clienti in attesa abbia messo in pratica il dettato evangelico “gli ultimi saranno i primi…” facendo accomodare l’uomo e infischiandosene se quella scelta avrebbe comportato la perdita di qualche cliente e relativo incasso, mi ha confermato che si può essere comunità solidale. Un unico dubbio in una grande città, con i suoi ritmi frenetici, tutto questo sarebbe accaduto?
Ciao Giuseppe, e grazie per aver risposto al mio invito. Io penso che anche in città ci sono tantissime brave persone che, in silenzio, compiono dei piccoli miracoli.
Ciò che tu hai raccontato è bellissimo e sono questi episodi a farmi sperare in un’umanità migliore.
Onore al proprietario che ha optato per un gesto di solidarietà, infischiandosene di un’eventuale perdita. In questo periodo storico siamo sopraffatti dalla cultura dell’odio, raccontare questi episodi fa bene all’anima e ci dà un briciolo di speranza
La parola “miracolo” è una parola impegnativa, mi mette soggezione, il suo significato indica meraviglia, sorpresa, stupore, anche se poi l’associamo a qualcosa di soprannaturale, imprevisto, quasi magico. Quello che viene raccontato nel film è un gesto di solidarietà, che non so dire se raro o quotidiano nella nostra società. L’autrice dell’articolo ci invita a raccontare un episodio di solidarietà, elimino quelli eventualmente da me generati perché non posso essere io a definirli. Di conseguenza ritorno al periodo del Covid, dove le possibilità d’incontro si erano ridotte al minimo. Vivo solo e non incontrare gli altri mi creava non pochi problemi, la mia comunità di appartenenza si è inventata di tutto per mantenere il contatto, è questo senza chiamarlo “miracolo” lo definirei un gesto di vicinanza, che ha generato un cambiamento, quello di dare importanza alle piccole cose, ai piccoli gesti per dare un senso alla parola “comunità” che se non è fatta di relazioni rischia di essere una parola vuota.
Ciao Bruno, auguri di buon anno e grazie per aver raccontato la tua esperienza. La parola miracolo, utilizzata dal regista nel titolo, per come la vedo io è molto azzeccata: come ho scritto a Giuseppe, in un commento precedente, siamo sopraffatti in questo periodo, dalla cultura dell’odio, dove l’altro e il diverso sono sempre più stigmatizzati. Vedere piccoli gesti di solidarietà da luce e fa sperare: non tutto è perduto insomma 🙂
In questi giorni sta girando una pubblicità di una catena di supermercati che ringraziano tutti quelli che non fanno la spesa da loro, me compreso ,in modo che le eccedenze le possono donare al banco alimentare.
Settimanalmente uno di questi supermercati della catena vicino a noi ci elargisce il prodotto non più vendibile per la distribuzione ai bisognosi che l’associazione presso la quale dedico parte del mio tempo si occupa.
Spesso quello che viene “donato” meriterebbe il bidone, ma occorre sempre fare buon viso a cattivo gioco, come si dice, altrimenti c’è sempre il rischio che non ci venga più dato nulla. Che poi il supermercato scarichi con regolare bolla quello che da e’ un altro film del quale ci sarebbe da fare un discorso a parte. Tornando alla richiesta di un episodio di silenziosa solidarietà voglio raccontarvi di un signore che ci ha conosciuto ed ha visto in che condizioni lavoravamo. Questi resosi conto di quanto sopra ha deciso senza che gli fosse stato chiesto nulla di elargire mensilmente una discreta somma affinché potessimo soddisfare decentemente i nostri assistiti. Lui ci ha detto che stava bene e che era giusto restituire ai meno abbienti. E’ una persona che non abbiamo cercato ma una volta che ci ha conosciuti ha voluto darci fiducia e lo ha fatto senza tanta pubblicità
Ciao Gian, grazie per aver raccontato la tua esperienza. Il signore autore della cospicua donazione, con le sue parole, ha messo in luce un aspetto molto importante: riconoscere quanto abbiamo e essere grati di questo. La gratitudine è qualcosa che andrebbe praticata ogni giorno, magari iniziando la giornata dicendo “grazie” e imparare a non dare tutto per scontato, che niente ci è dovuto.
Tantissimi auguri di buon anno 🤗