La Sfida Del Cibo
Cibo per tutti, cibo di qualità, cibo sostenibile
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⊆ In questo mio articolo posso affermare che le due prime premesse dell’occhiello sono irrealizzabili. Lavorando nella cooperazione internazionale, non posso fare a meno di dire che il cibo prodotto nel mondo sarebbe sufficiente per tutti, anzi si stima per circa 13 miliardi di persone, ma in effetti 1/3 della popolazione mondiale non ha cibo a sufficienza. Alla seconda premessa ci siamo abituati a un cibo di minor qualità; insomma, ci abbiamo fatto il palato a discapito di una presunta migliore presentabilità del prodotto. Tant’è che oggi apprezziamo maggiormente i cibi trasformati, che non sono propriamente così salutari, a scapito di quelli che un tempo lo erano.
Lo spreco alimentare non è solo un problema etico di distribuzione equa delle risorse prodotte. Anch’esso, come il fast fashion menzionato nell’articolo precedente, rappresenta oggi una delle più gravi emergenze ambientali e sociali del nostro pianeta. Ogni anno, circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono buttate via, pari a un terzo della produzione alimentare mondiale destinata al consumo umano.
Il rapporto tra cibo prodotto e quello che non sarà utilizzato per l’alimentazione è impressionante. Immagina: ogni 3 pomodori prodotti, uno viene gettato. Ogni animale macellato, uno viene scartato. Ovviamente, questa media è espressa in macronumeri, una sorta di istogramma che aiuta a capire l’ampiezza del problema. Sembra, da più recenti statistiche di scala macroeconomica, che lo spreco alimentare, in campo agricolo, sia addirittura maggiore se consideriamo anche ciò che viene distrutto dopo la sua prima trasformazione.
Il comparto alimentare ha sempre una maggiore e più ampia gamma di trasformazioni industriali del prodotto, che comportano sempre una maggior perdita di prodotto alimentare primario che viene inevitabilmente deteriorato nei processi industriali. ⊇
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⊆ Le conseguenze dello spreco alimentare sono devastanti per l’ambiente: l’agricoltura e lo smaltimento degli alimenti sono responsabili dell’8-10% delle emissioni globali di gas serra. In questo rientrano anche tutti i processi di filiera della gestione delle discariche. Quando il cibo marcisce nelle discariche, produce metano, un gas serra 25 volte più potente dell’anidride carbonica. La produzione di cibo, non calibrata rispetto al rispettivo consumo, determina uno spreco di risorse idriche immense. Si stima che lo spreco alimentare comporti uno spreco di circa 250 km³ di acqua ogni anno. L’economia globale necessita di questa sovrapproduzione ed è fisiologica per il mantenimento dei 2/3 dell’economia alimentare prodotta. È un incredibile, ma reale, circolo vizioso.
Un’economia agricola intensiva determina una sempre maggiore deforestazione e la produzione di cibo che poi viene scartato contribuisce alla distruzione di ecosistemi forestali, con gravi ripercussioni sulla biodiversità. Questo è rilevabile anche per la produzione di alimenti tipici di una determinata area geografica. Il maggior consumo mondiale di cioccolato, tè e caffè produce, in maniera sostanziale, questo fenomeno. Le aree tropicali diventano maggiormente aride, proprio a causa della deforestazione che richiede nuovi terreni “vergini” dove coltivare altre piante di banane, caffè, tè, cioccolato, ecc.
Per dare una chiave di lettura della filiera dello spreco alimentare, possiamo, riassumendo, metterla in fila: l’iper-produzione agricola serve a contrastare gli scarti nella raccolta automatizzata dei prodotti. A questi si aggiungono le perdite durante la lavorazione; successivamente si devono considerare le perdite dovute al deterioramento durante il trasporto. A queste si aggiungono le necessarie perdite dovute alla trasformazione industriale. Ultimo, ma non meno importante, è lo spreco alimentare dovuto alla scadenza dei prodotti o agli avanzi domestici e della ristorazione.
Per ridurre lo spreco alimentare, è necessario un approccio multidimensionale: educazione dei consumatori a comprare solo ciò che è strettamente necessario e prestando attenzione alla scadenza dei prodotti che acquistiamo. È necessario anche un miglioramento nei processi produttivi e nelle tecniche di conservazione. Si devono ripensare sistemi di distribuzione più efficienti e di recupero e ridistribuzione delle eccedenze alimentari.
L’obiettivo è raggiungere una riduzione significativa degli sprechi, tutelando risorse preziose e contribuendo alla sostenibilità del nostro pianeta. Mi rendo conto che il tema è complesso e che i nostri stili di consumo alimentare siano più difficilmente modificabili rispetto a quelli dell’abbigliamento, oggetto del mio articolo sulla moda a basso costo.
Anche il chilometro zero spesso è una soluzione tampone, poiché chi vive in una metropoli di medie dimensioni trova illusorio pensare che si facciano pochi chilometri per recuperare cibo di qualità. Di certo, mezzo milione di autovetture, in una città di medie dimensioni, che si sposta per andare nelle campagne a recuperare cibo dal contadino, non è meno impattante di qualche decina di camion che lo porta in un supermercato. ⊇
FUORI LUOGO ritorna martedì 18 marzo
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≡ Elaborazioni grafiche Giuseppe Rissone – Foto tratta da pixabay.com ≡





Non credo ci sia molto da aggiungere su quanto scritto, il quadro è molto desolante, e riguarda la nostra salute, lo sfruttamento della terra e di chi ci lavora. Posso consigliare per aggiungere ulteriori informazioni la visione del programma di RAI3 “Indovina chi viene a cena”.
Tutto questo dovrebbe indignare e portare alla “rivolta” invece sembra interessare a pochi. Qualcosa può cambiare solo modificando le nostre azioni quotidiane, toccando nel portafoglio le grandi industrie e la GDO con le nostre scelte.
Un piccolo appunto sulla chiusura dell’articolo, giusto dire che spostare 500.000 auto per andare nelle campagne non è conveniente, e poi per comprare cosa? Non si è così sicuri di trovare cibo buono, è necessario comprendere che non basta andare dal contadino per trovare la qualità, vogliamo parlare di pesticidi, di allevamenti e produzioni intensive… Quello che troviamo nei supermercati – frutta/verdura/carne in primis – salvo rare eccezioni è prodotto dalla grande industria alimentare che non è mai trasparente. Una soluzione potrebbe essere che sono i contadini/allevatori a venire da noi e non viceversa, questo tipo di vendita esiste già, aggiungo anche i Gruppi di acquisto solidale. Quello che mi sconvolge è il totale disinteresse per quello che mangiamo, come se non fosse in gioco come prima cosa la nostra salute. Grazie per l’attenzione.
Grazie Bruno per il tuo ricco ed articolato commento. Condivido che serva una presa di consapevolezza su tutto quello che ci circonda. Approfondire e fare “scelte critiche” diventa sempre più difficile. Le cause? complesse, anche culturali.
Per quanto riguarda i Gruppi Solidali di Acquisto, sono sicuro un ottimo strumento di diversificazione di mercato e certamente con una impronta ambientale più sostenibile. Il problema rimane di carattere logistico e considera che oggettivamente, un mercato interno, non supplisce alle esigenze di consumo alimentare. Molti prodotti alimentari basilari provengono da produzione estera e (dovrei approfondire numericamente) corrispondono a cifre percentuali di consumo considerevoli. Altresì, molti prodotti locali, sono esportati in altri mercati internazionali, per via di un margine operativo lordo economico, più remunerativo.
Il tema è complesso come vedi e non di facile soluzione. Grazie per aver letto l’articolo ed aver dato il tuo contributo importante di riflessione.