Sabotare la guerra
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È inutile nascondercelo – anche se in molti ci provano – il fantasma della guerra si è palesato con tutta la sua carica di violenza, ingiustizia, spreco di risorse. Davanti a questo scenario è ancora possibile parlare di obiezione di coscienza al servizio militare, si può fermare o quantomeno arginare questa degenerazione bellicista? L’Italia – almeno per quanto riguarda il proprio territorio – non è in guerra, ma produce armi, ospita decine di basi militari, la campagna per cui “L’Esercito è sempre al tuo fianco” invade televisioni, le strade, e persino le scuole. Di conseguenza ci siamo fatti una domanda: Esiste la possibilità di presentare una dichiarazione preventiva di obiezione di coscienza, in vista di un eventuale ripristino del servizio militare obbligatorio? Frettolosamente si potrebbe rispondere che non è necessario dal momento che in Italia il servizio di leva non è attualmente in vigore. Tuttavia, è importante ricordare che esso non è stato abolito, bensì soltanto sospeso a partire dal 1° gennaio 2005. Ciò significa che, almeno in linea teorica, potrebbe essere reintrodotto in qualsiasi momento, anche attraverso strumenti normativi straordinari.
In uno scenario di questo tipo, potrebbe risultare difficile — se non impossibile — seguire le procedure ordinarie per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, che da anni non vengono più utilizzate. Su questa base, alcuni movimenti, tra cui il Movimento Nonviolento e il Movimento Internazionale della Riconciliazione, sostengono la legittimità di una dichiarazione preventiva, da indirizzare a diverse autorità, tra cui il Presidente della Repubblica. Tali organizzazioni hanno inoltre diffidato il Ministero della Difesa affinché queste dichiarazioni siano riconosciute con valore amministrativo e non soltanto simbolico. La risposta delle istituzioni è stata negativa. I proponenti hanno tuttavia ribattuto che, in caso di emergenza e di eventuale reintroduzione della leva tramite decreto, si applicherebbe il codice militare, il quale potrebbe non consentire il ricorso alle procedure ordinarie di riconoscimento dell’obiezione di coscienza. In un simile contesto, un ruolo centrale verrebbe svolto dal Consiglio Supremo di Difesa, presieduto dal Presidente della Repubblica.
In conclusione, la dichiarazione preventiva di obiezione di coscienza (effettuata fin’ora da più di settemila giovani) non è oggi espressamente prevista dall’ordinamento italiano, ma rappresenta una proposta avanzata da alcuni movimenti per tutelare anticipatamente un diritto fondamentale. Alla luce del suo riconoscimento a livello costituzionale e internazionale, qualsiasi eventuale limitazione richiederebbe condizioni eccezionali e solide giustificazioni giuridiche.
Il lavoro del nostro collettivo ha un’impronta laica, aperta verso qualsiasi confessione religiosa, senza pregiudizi, e allo stesso tempo senza fare da cassa di risonanza per nessuno, e senza remore critichiamo quando una confessione cerca di entrare in scelte e situazioni che non le competono – ne abbiamo parlato in occasione della festa dedicata a san Francesco – allo stesso tempo quando si levano voci da ambiti religiosi che toccano temi a noi cari, non esitiamo a farle nostre e condividerle, e il caso delle parole del Vescovo di Torino, Roberto Repole, in occasione della Festa dei lavoratori: Desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione. Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme. Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi. So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?. Non basta parlare di pace, “occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte”». La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia. Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme, istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie, domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?
Non abbiamo nulla da aggiungere se non quello di invitare – Vescovo compreso – a passare dalle parole ai fatti, con manifestazioni, raccolta firme, azioni non violente contro le fabbriche di armi, obiezione di coscienza non solo al servizio militare ma anche alle spese per gli armamenti, pressione sugli Istituti bancari che con i nostri risparmi finanziano l’industria bellica, pressioni nei confronti di partiti, sindacati, istituzioni, e nel caso specifico anche all’interno della Chiesa Cattolica. È notizia di questi giorni dove al Politecnico di Torino 34 professori e professoresse hanno firmato una lettera aperta per chiedere di smettere di fare ogni tipo di ricerca militare in ateneo. Una risposta alla decisione di modificare il regolamento per l’integrità della ricerca a cui sono state consentite alcune eccezioni, legate alla pubblica amministrazione e alla difesa dell’Ue. Questi docenti chiedono invece una norma più netta: cioè dire che «al Politecnico non si fanno ricerche di natura esplicitamente militare». Una formula che riguarderebbe tutti i contratti senza eccezioni. A differenza di quanto appena approvato dal Senato accademico. Un piccolo segnale di presa di coscienza.
Immagine di copertina: Giuseppe Rissone
Fuori Luogo: ritorna lunedì 25 maggio 2026
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