Silvio Marengo
Passione e determinazione nella scelta del veterinario
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Da Aprile 2025 su queste pagine, Silvio Marengo, racconta storie del curioso mondo degli animali, di professione veterinario, e scrittore di diversi libri legati al suo lavoro. Per iniziare questa nuova stagione della sua rubrica abbiamo deciso di porgli alcune domande sul suo lavoro e in particolare come tutto è iniziato.
Come, quando e perché hai deciso di studiare Medicina Veterinaria? Ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Medicina Veterinaria di Torino ovviamente dopo l’esame di maturità, ma fin dagli anni del Liceo Scientifico accarezzavo l’idea che tale facoltà da scegliere dopo il liceo fosse per me la più papabile. Negli anni quando ho fatto il liceo (1978-1983) vedevo continuamente passare per le strade di Fossano alcune macchine (allora andava per la maggiore la Fiat Ritmo Diesel o le prime Peugeot, ma c’era anche uno che girava con una vecchia AMI 8) dei veterinari che esercitavano la professione sui bovini (detti buiatri) che erano sempre infangate e piene di scatole. Tali vetture avevano anche un antennone sopra molto alto e spesso, per ricevere le chiamate dall’apparecchio di casa (il cosiddetto CQ). In quegli anni là i cellulari non esistevano ancora e i veterinari buiatri usavano far stare la moglie, o qualche familiare, a casa per rispondere al telefono fisso, e poi le mogli accendevano una specie di trasmittente (non autorizzato ma tollerato chiamato CB o CQ) per informare il marito sulle visite da fare. Tale situazione mi affascinava tantissimo.
Da dove nasce la passione per gli animali e la loro cura? La passione nasce presto, a nove anni, poiché avevo zii e zie, sia da parte materna che paterna, in campagna, che allevavano bovini al pascolo, scrofe, e vari animali da cortile. Io e mia madre, non avendo la macchina, andavamo spesso alla domenica da mattino a sera ospiti dai parenti, e si prendeva il pullman che era comodo. Mio padre aveva fatto il camionista e morì in un incidente stradale quando io avevo appena due anni. Ricordo che il mio primo parto di una scrofa l’ho fatto in quarta elementare, nove anni. Una domenica pomeriggio c’era in stalla una scrofa che non riusciva a sgravarsi, che stava coricata nel porcile e gemeva. Mia madrina mi guardò, vedendo il mio genuino interesse, e si accorse delle mie mani e braccia sottili, prese un sacco di carta vuoto del mangime e lo distese dietro alla scrofa e mi disse: Silvio, fammi un piacere, togliti la maglia, tu che hai le braccia sottili, inginocchiati lì dietro alla scrofa, e mettile la mano dentro, da dietro (nella vulva) e vai giù fino in fondo, fin che puoi, e tira fuori i maialini (dall’utero). Cosa che io eseguii con zelo ed emozione, ascoltando le sue indicazioni, tirando fuori otto maialini vivi, tutti circondati dalla membrana del sacco amniotico sgocciolante sangue e liquidi. Lei commentò: Hai fatto bene, li hai tirati fuori tutti… mi sa che tu da grande farai il veterinario. Il giorno dopo, di lunedì, a scuola la maestra ci faceva sempre fare il tema su cosa avevamo fatto la domenica, e io descrissi il fatto, e la maestra lo lesse ad alta voce in classe.
Che cosa ha trattato la tua tesi alla fine del percorso universitario? Ho preparato la tesi di laurea nel 1989, per laurearmi ad aprile del 1990. In quegli anni nessuno parlava ancora dei danni patologici causati dalle tossine delle muffe presenti su cereali, alimenti vegetali o altre derrate alimentari, somministrati ad animali o anche all’uomo. Allora era un argomento nuovo e poi, dopo qualche anno, l’argomento è esploso nell’interesse di tutti i produttori di alimenti, sia animali che per l’uomo.
Hai un episodio particolarmente divertente che ancora oggi ti fa sorridere? Un fatto divertente mi capitò in una stalla di bovini a Villafalletto nel 1994, un toro di razza piemontese usato per la monta aveva il pene infiammato, ma era impossibile da disinfettare. Non si poteva pensare di chinarsi a terra sotto un toro sveglio che pesa otto-nove quintali per toccargli il pene infiammato, sarebbe come farsi pestare gravemente subito, un suicidio annunciato. Allora esisteva una pomata disinfettante per uso vaginale delle vacche a base di acridina, di colore giallo, che sarebbe stata efficace, ma era impossibile spalmarla al toro. Suggerii di riempire la vagina di una vacca che quel giorno si trovava in calore con quella crema, cosa più semplice, perché la vacca il giorno che è in calore rimane ferma e lascia fare, e poi far saltare il toro, per fargli spalmare l’acridina pomata su tutto il pene. L’allevatore lesse la confezione e disse: Qui c’è scritto che è una pomata per uso topico, e quindi va proprio bene se gliela buttiamo tutta nella topa alla mia vacca. Il toro poi servì la femmina e tirò fuori un pene completamente giallo, e disinfettato.
Ci sono state situazioni nel tuo lavoro che ti hanno fatto dire: chi me l’ha fatto fare? Le situazioni imprevedibili sono sempre dietro l’angolo, sia nella pratica sui piccoli animali che su bovini, cavalli o altro. Diciamo che nei primi anni dopo il tirocinio, quando uno va in azienda da solo, sa che gli può capitare di tutto e talvolta sono situazioni difficili da gestire. Diciamo anche che adesso sono trentacinque anni di attività, ed è ormai raro, ma non impossibile che possa vedere qualche situazione ancora non vista in precedenza. Ma per venticinque anni posso dire che non è passato giorno, unitamente ai lavori di routine, che non vedessi qualche situazione nuova, o anche qualche comportamento nuovo, sia con gli animali che con le persone (patologie strane, incidenti imprevedibili, reazioni, persone che ti lasciano di stucco, ecc…). Situazioni difficili tante, ma quella frase lì (chi me l’ha fatto fare) non mi è mai passata in testa, perché questo lavoro presenta tali difficoltà, sia con gli animali che con i loro proprietari, o con le ditte con cui si collabora, che praticamente continua a venire scelto ogni giorno, al fine di vedere malattie curate o problemi risolti.
Che cosa diresti ad un giovane che voglia intraprendere la tua professione? A un giovane che voglia fare il veterinario professionista direi di capire bene se è motivato, mettersi alla prova, non avere paura di un animale, non sentirsi a disagio se si vede un po’ di sangue uscire, non basta accarezzare il cagnolino o il gattino di casa. Ci vuole una forte determinazione, perché alcuni soggetti sono reattivi. Inoltre bisogna dare la disponibilità a lavorare per gran parte dei week-end, e non a voler scappare sempre tutte le settimane. Gli animali e i loro problemi esistono sette su sette, e non solo in orario di ufficio dal lunedì al venerdì pomeriggio. Oltretutto le femmine dei mammiferi hanno una particolare propensione a partorire in qualsiasi giorno, compreso il sabato o domenica, a Pasqua o a Ferragosto, Capodanno, Primo Maggio, ecc…
La determinazione è necessaria, altrimenti i motivi per smettere e cercare un lavoro più tranquillo si presentano già dopo la prima settimana di tirocinio pratico. Faccio un esempio: un giovane veterinario va a fare il tirocinio, perché di cose pratiche dopo la laurea da imparare ce ne sono a bizzeffe. Le prime cose che gli fanno fare sono: tenere fermi tutti gli animali che arrivano, prendere loro la temperatura, compreso cani di grossa taglia, gatti randagi da sterilizzare, ecc…, immobilizzarli e mettere loro la museruola, se sia il caso, prendere aghi e imparare a trovare la vena dell’ arto anteriore, per i prelievi, imparare a intubare correttamente un cane prima di un intervento, l’uso delle apparecchiature, gestire gli animali ricoverati, pulire sangue, pus, liquidi vari, ecc. a seguire. Ci sono molti aspetti pratici da apprendere, e questo vale sia per i cani, gatti, sia per i bovini, cavalli. Le stesse cose per qualcuno sono stimolanti e fattibili, per altri sono insopportabili. A questo proposito ci sono anche dei gustosi aneddoti… Per questo dico che basta una settimana di tirocinio pratico e chi non è portato per farle non si fa più vedere.
tratte da marengolibri.com
Il Curioso Mondo Degli Animali prossimo appuntamento mercoledì 23 dicembre





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