⊆ È da quando s’è insediata a Palazzo Chigi la “BoccadiRose band”, che le grancasse mediatiche ci stressano i timpani a colpi di paleo, neo e post fascismi e, ovviamente, di antifascismo. Narrativa e saggistica in materia, da tre anni in qua ingolfano teche fisiche, virtuali e sembra che nulla possa fermare questa colata di sapienza. Ci provo con una provocazione rivolta a tutti noi, per tentare di rimettere i piedi a terra.
Lo spunto arriva dal libello del giornalista Antonio Padellaro “Antifascisti Immaginari”, edito da Paperfirst; l’idea pare offra nuove suggestioni. Peraltro, giunto all’ultima pagina, m’è rimasto un po’ di amaro, non solo per il finale ma anche per la sensazione che non abbia colto l’obiettivo oltre ad una docile invettiva.
il vecchio Paddy, co-fondatore del “Fatto Quotidiano”, ex Unità, Espresso, ex “Pompiere della Sera” come una volta il “socio” Marco Travaglio (esilarante prefatore dell’opera) apostrofava il quotidiano di via Solferino, ci racconta di divertirsi un sacco quando segue i tv talks e smaschera quell’antifascismo “di maniera” e “da parata” in taluni innominati colleghi, scrittori e sinistrorsi pensatori, intenti ad affibbiare del neo/post-fascista a tizio o a caio di avversa parte politica; con quell’intenso pathos drammaturgico da far temere allo spettatore un’imminente presa del Parlamento, simile a quella dei “Fascisti su Marte” di Corrado Guzzanti. Quegli antifascisti, appunto immaginari, per l’autore non sanno cosa sia un Vero Antifascista. E qui porta l’esempio del Colonnello Cordero di Montezemolo, mussoliniano redento e martire partigiano, certo non da comunista ma da integro monarchico. Giusto. Così come dimostrano di essere Antifascisti quei temerari giornalisti d’inchiesta segretamente infiltratisi nelle stanze della gioventù meloniana, nel mentre si intonano canzonacce del ventennio. Giusto.
Haec Padellarus dixit, il quale deve aver certamente vergato le sue bozze dall’alto delle macchie alpine, sferzate da un vento tale da ghiacciargli la gavetta ed il deretano; lassù dove un dì i Partigiani andarono per morire e liberarci dall’invasore. Mica lo ispirò una confortante scrivania torreggiata di libri; mica la cucina con fiasco de noartri ad un tavolino finto grezzo di Trastevere. Nahh! è solo da dove nacque la Costituzione, come disse il prof. Calamandrei, che si poté partorire tale delizia letteraria. ⊇
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⊆ Chiuso l’opuscolo con il mio insondabile amarognolo, fu sempre grazie al Paddy che rammentai “Il fascismo degli antifascisti”: Garzanti ripropose nel 2018 una raccolta di otto scritti, otto “lampi” di Pier Paolo Pasolini sull’argomento.
Il poeta, visionario nella sua attualità e profeta della nostra, raccolse ed aggiornò le intuizioni di Piero Gobetti sul fascismo, visto come “biografia della nazione”: una degenerazione di antichi vizi italioti, servilismo, grettezza, opportunismo, viltà, assenza di senso civico; e trovò gioco facile la schiavitù consumistica proiettata h 24 dall’unico media televisivo di allora, il martellante meccanismo che pialla, omologa e riduce l’italiano a classe piccolo borghese informe, soggetta ad un irriducibile dominio; il quale non ha paragoni col regime da macchietta sia pur violento, tutto fez, moschetto e faccettenere.
Analisi che oggi, a pensarci due volte dovrebbe far vibrare smartphones e polsi che li reggono; lascia in mutande gli antifa sia da convegno sia da terrazza romana; e sia l’egregio Paddy che, alla ringhiera dello stesso belvedere li bolla come immaginari.
La domanda che Pasolini ci impone è: prima di “ingorgoglirci” le fauci ed il torace di aria antifascista, non è che la nostra interiorità, i doppifondi dell’anima restano ammantati di una melassa moralizzatrice, viscoso culturame da cui pare impossibile staccarsene? I nostri innocenti comportamenti, gli accenti, i gesti, gli sguardi, i sorrisi, il linguaggio, il pensiero…; possiamo in tutta nitidezza dirci fuori dalle categorie del benpensantismo, del conformismo più striscianti, liberi dal “prima io…”, distaccati dal consueto tira a campare “perché così è” o “così fan tutti”?
Ognuno di noi che ha letto quei libri, ha ascoltato quelle narrazioni e ne ha visitato i luoghi, per favore provi a calare sé stesso ed il suo salotto di buone intenzioni in quegli anni, ad immaginarsene i lutti più atroci, la povertà, le distruzioni, il senso di oppressione; e si interroghi se dopo scelta autonoma e solitaria ci starebbe, non con le belle ricercate parole, ma proprio al seguito di quei duecentomila o giù di lì (*) che ascesero le montagne, fecero da spia o da staffette; a rischio di scenderne da morto o da condannato al martirio. Duecentomila rispetto ai 45 milioni del 1944: il rapporto è semplicemente questo; purtroppo c’è poco posto per l’autenticità! Fra chi “fece”, tentando con tutto sé stesso di donarci un’altra Storia e chi al più ammiccò a mezza bocca per aprirla voracemente 24 ore dopo, alcuni da camicia bruna, poi tutti in verde o bianca o rossa.
Ordunque, dov’è… l’Antifascista, si esprima.
Se preferite ci torna, purtroppo tardi alla memoria, un esempio dall’altro capo del mondo, che più attuale non è possibile.
Se non lo conoscete, vale la pena produrre CO2 per saperne di José Alberto Mujica Cordano. Detto “Pepe” e non per gli amici; ma per chi come lui sentì il coraggio e l’urgenza della libertà, della sobrietà, della cura degli ultimi per il bene comune. Non fu un sogno, bensì il Presidente della gente per cui rischiò la vita; ma restò sempre per ogni istante “Pepe”, uno in più di quei duecentomila.
(*) Sui partecipanti attivi alla liberazione non abbiamo precisi indicatori: dai 10-15mila del settembre 1943 si arrivò ad una stima di 200-250mila nei giorni prossimi alla Liberazione. Quelli riconosciuti ufficialmente sono 137.344.⊇
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