Il vero nemico di noi stessi siamo noi stessi
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L’ospite inquietante s’intitola un libro di Umberto Galimberti che si misura col tema del nichilismo e del rischio di individualismo come unico valore autodifensivo. Freud sosteneva che l’Ego non è padrone a casa propria e stando alla sua visione d’insieme della ripartizione delle topiche della personalità egli è un artigiano chiamato ad un lavoro spesso logorante di equilibrio dinamico, fluido tra le pulsioni profonde dell’Es e gli ideali astratti ma altrettanto imperiosi del Super Ego.
Parto da una considerazione personale che spero non risulti troppo egoica o inneschi pregiudizi anche se ovviamente non è ininfluente. L’esigenza di questa rubrica nasce dalla necessità più forte delle intenzioni ragionate e ragionevoli dell’Ego di credersi in grado di risolvere da solo un problema di non poco conto: la schizofrenia paranoide forse estrema di disturbo della personalità che ho lambito sapendo di avere (non di essere) una sindrome dissociativa con scompensi e fragilità più o meno acute.
Da un lato mi affido alle pur semplificatrici ma necessarie cure per non naufragare in un’angoscia con comportamenti (auto) distruttivi, dall’altro sapendo che la vera terapia e cura di sé (nel senso etimologico di assistenza verso noi stessi) è la consapevolezza. Anche di tali stati d’animo e di relazione col mondo a partire dal sentire corporeo.
Il gioco prevedeva e così è stato nelle prime puntate di questa rubrica di partire da esempi pubblici storici che ahimè connotano lo zeitgeist della cultura del dominio più che della cultura dominante.
In modo più latente ma più vero è stata condotta da un bisogno profondo di condivisione, dal momento che mi sento in trappola nei miei pensieri come il protagonista della “Tana” racconto ultimo e ultimativo di Franz Kafka, ma che pure coincidenze a cui non pensare e credere troppo anche solo passeggiando per la strada mi sono sentito sorvegliato da un entità o da un destino invisibile come in certi assunti e romanzi dello scrittore di fantascienza distopica Philip K. Dick, quale ad esempio “voci della strada”. Lo stesso Dick interpretando in ottica millenaristica e profetica una sua esperienza extrasensoriale un giorno dichiarò che tutti noi viviamo in una realtà simulata (concetto alla base di un film post cyberpunk come The Matrix).
Il Panopticon è realtà storica ed esempio ed emblema studiato da Michel Foucault per analizzare, descrivere e riflettere sulle logiche del potere repressivo in uno dei suoi saggi capolavoro “sorvegliare e punire”.
Mi rendo conto che il cortocircuito è vertiginoso e si presenta una scissione in cui l’Io si sente responsabile e ubbidiente e allo stesso tempo aggredito da tale entità.
Cercare di argomentare proponendo letture riflessive e alimentare l’incertezza e l’arte del dubbio sia sulle proprie certezze che sui propri ideali astratti è uno dei benefici che ho provato uscendo eppure cercando indirettamente di affrontare queste ombre e paure, scrivendo questa rubrica. Trovando orizzonti di senso metaforico e non logico lineare. Ipotizzando domande esistenziale diverse ma sempre senza cercare di fissarmi nella risoluzione di certi enigmi e dubitare metodicamente come a non dimenticare innanzitutto il proprio sentire di gran lunga antecedente alla capacità discorsiva. E poi affidandomi con qualche citazione e consiglio di lettura non chissà a quale mio sapere, ma a più autorevoli voci che soccorrano il proprio immaginario.
Mi sono stati di aiuto tanto gli autori citati in questi mesi e fin qui in questa ultima riflessione come ad esempio certi rimandi alla personalità “fuori di sé e strapiena di sé stessa” di Maura Gancitano e più in generale della associazione Tlön anche casa editrice.
Penso che l’anno prossimo continuerò volendo riflettere più sulla attualità politica argomentando certi temi meno legati al senso dell’ Io… poiché inevitabilmente il rischio è che il discorso si avviluppi su sé stesso. L’egoismo o comunque una sana centratura su di sé ha anche degli aspetti necessari e presupposto alla vita sociale e relazionale.
Qui si criticano (meglio dire si considerano analiticamente) certi assunti estremi che rivelano al di là della superficie e della facciata (autocommiserante o autoglorificante) un falso orgoglio.
A questo proposito ri-cito come libriccino che mi ha avvinto e a volte persuaso di incarnarne valori in modo quanto mai contraddittorio e non liberatorio il saggio “L’eroe imperfetto“ e l’analisi filologica prima che filosofica dell’archetipo dell’eroe e del suo “coraggio” strabordante e dei modelli che almeno in una certa linea e tradizione letteraria si sono susseguiti per ribaltare o trasformare in senso eversivo dall’interno verso l’altro e l’esterno questo assunto.
In copertina di quel libriccino (galeotto?) un’immagine di Robin Hood eroe non più solitario ma schivo e guerrigliero ante litteram non tutto lancia in resta e petto in fuori impavido contro sfide impossibili.
In questo mio evadere da me stesso come corroso da certi pensieri erronei oltre che erranti la condivisione e il sentirmi parte di più ambiti e contesti sociali mi ha dato resistenza, ma anche senso di leggerezza e la capacità di prendere meno sul serio certe questioni, forsanche di fare o sopportare delle rinunce, o quanto meno abitare l’incertezza (e gli occasionali attacchi di panico o crisi d’ansia acuta) senza perdermi nella disperazione accettando magari una confusione tutt’altro che irrimediabile.
Scrivere e condividere mi è sempre stato d’aiuto. Oggi penso che ricollegandomi alla scorsa puntata di queste cronache sia interessante e liberatorio coabitare tanto la dimensione intellettuale e riflessiva o meta-riflessiva quanto la condivisione di un luogo (spazio tempo situazione) o comunque di luoghi sparsi per la città che riducano l’effetto eco di questa sensazione infida di stare chiuso nel proprio mondo e avvertirlo talvolta come un Panopticon che fa interpretare certe subitanee impressioni in certezze e conferme senza possibilità di smentita.
Forse il consiglio più proficuo e fecondo e provare a meditare a cercare un po’ e vuoto e silenzio interiore e soltanto dopo assorbire come fosse un humus il suono armonioso di una musica poliritmica e calorosa estiva, compiendo così un esercizio contemplativo, ricreativo ed evasivo che aiuta anche a riattivare l’attenzione e appunto a sentirsi in questo pieno di sensazioni e pensieri colmi in modo non tossico o delirante.
Dunque sperando che ciascuno di voi riesca a dare ascolto in primo luogo alla propria coscienza e a non conchiudersi in uno sterile individualismo vi auguro buon relax e buona distensione proattiva con questo strumentale di Carlos Santana.
Ma non posso resistere anche alla tentazione di citarvi e consigliarvi un libro (oltre che una libreria se siete in zona Torino). La libreria è ormai un luogo di ritrovo anche per i redattori di bradipodiario, oltre che per il quartiere Santa Rita, ed è La Ciurma in via Caprera 28/b il libro è edito da Minium Fax e parla del disagio psichico come questione collettiva e delle risorse dei luoghi collettivi come resistenza e divergenza dall’individualismo.
Arrivederci a una futura (diversa) rubrica, sempre sulle pagine di bradipodiario. L’anno prossimo!
Foto: particolare della copertina dell’album Caravanserai di Carlos Santana
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