Lotte, disobbedienza e resistenza non armata
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Proseguiamo nel nostro cammino sul tema della nonviolenza, nel primo abbiamo esaminato il suo significato, nel secondo la pratica teorica. In questo appuntamento proviamo a raccontare alcuni casi storici dove l’azione non violenta è stata determinante, sia a livello individuale che collettivo, anche se in modo inconsapevole, cioè senza avere la consapevolezza che si stavano usando tecniche nonviolente.
Il primo caso conosciuto di lotta nonviolenta risale al 494 a.C. quando i Plebei di Roma – la classe sociale composta da cittadini comuni come artigiani, mercanti e piccoli contadini – non avendo ottenuto le riforme promesse dal Senato, si ritirano fuori della città, su una collina in seguito denominata Monte Sacro, minacciando di fondarne una nuova. Il Senato in pochi giorni cede, in quanto le attività dei Plebei erano necessarie per la vita economica della città.
Nel XVI secolo si diffondono le lotte nonviolente delle Chiese riformate (Anabattisti, Mennoniti, Quaccheri), soprattutto per il rifiuto da parte dei membri di queste Confessioni di portare e di usare le armi.
Nel 1848 il rifiuto del pagamento delle tasse da parte di alcuni cittadini statunitensi, allo scoppio del conflitto con il Messico. Al riguardo ricordiamo l’adesione a questa iniziativa da parte del filosofo Henry David Thoreau non solo come opposizione alla guerra, ma anche come protesta contro la politica di mantenimento della schiavitù da parte del Governo del suo Stato.
La resistenza non armata delle popolazioni danese ed olandese contro l’occupazione militare nazista durante la Seconda guerra mondiale, che permetterà tra l’altro di salvare la gran parte degli Ebrei residenti nei due Paesi, in particolare il 95% degli ebrei danesi.
Nel 1942 la resistenza civile degli insegnanti norvegesi contro il tentativo del Governo collaborazionista filonazista di Quisling di asservire la scuola alla ideologia nazista e che porta, dopo tre mesi alla revoca delle normative liberticide e alla liberazione dei docenti arrestati.
Oggi esistono realtà nonviolente? Facciamo due esempi, quello dell’organizzazione ecopacifista Green Peace e del Movimento Nonviolento.
La prima è un’organizzazione non governativa nata nel 1971 a Vancouver. Greenpeace è famosa per la sua azione diretta e non violenta per la difesa del clima, delle balene, dell’interruzione dei test nucleari e dell’ambiente in generale. Negli ultimi anni l’attività dell’organizzazione si è rivolta ad altre questioni ambientali come il riscaldamento globale, l’ingegneria genetica e la pesca a strascico. Green Peace svolge azioni dirette e non violente, manifestando direttamente in luoghi ritenuti importanti per i messaggi che vuole trasmettere, ma senza l’uso della forza in parte rifacendosi alle teorie di Mahatma Gandhi.
La seconda è un’associazione fondata da Aldo Capitini il 10 gennaio 1962, come testimoniato dal manifesto di annuncio fatto stampare da Capitini stesso. Il Movimento Nonviolento è una delle principali associazioni italiane che promuove la nonviolenza nello spirito gandhiano, dal 2010 è presieduta da Massimo Valpiana, che è anche direttore del suo organo di stampa, Azione nonviolenta.
Quello che vi abbiamo proposto è solo un frammento di quello che attraverso la nonviolenza, in epoche e contesti diversi, ha prodotto risultati positivi. Concluderemo il nostro viaggio – sicuramente non esaustivo – analizzando l’azione e il pensiero di David Thoreau.
Immagine di copertina: Laura Rissone
Fuori Luogo: ritorna lunedì 16 febbraio
La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti





Pensa che legato ad Aldo Capitini c’è una figura importante, ricordata a Ferrara, dove ha vissuto ed è Pietro Pinna. E’ riconosciuto come il primo obiettore di coscienza in Italia contro il servizio militare e il suo ostinato rifiuto che divenne un caso nazionale aprì la strada alla legalizzazione molti anni dopo dell’obiezione di coscienza. Lui però andò in prigione per quella scelta. Nativo di Finale Ligure viveva a Ferrara quando fu chiamato a fare il servizio militare e con sorpresa generale decise di rifiutarsi per motivi di coscienza.
Prima di tutto grazie per il commento e per la segnalazione, conoscevo in parte la storia di Pietro Pinna. Un’altra storia è quella di Aldo Ferrero, nel 1969 si presentò alla caserma degli alpini di Bra rifiutando di vestire la divisa, rimase 10 giorni in cella di isolamento e fu denunciato alla Procura militare di Torino e processato insieme ad un altro obiettore Pier Carlo Racca e condannato ad un mese di reclusione.
Articolo interessante che traccia alcuni spunti di informazione e meditazione sulla storia della non violenza che era già una intuizione ai tempi dell antica Roma , una specie di sciopero, che si e poi ripetuto nel tempo. Questo mi fa pensare che azione non violenta e sciopero sono concetti non lontani.
Si caro Silvio potrei aggiungere la disobbedienza civile, di cui scriverò nel prossimo numero. I metodi non violenti possono essere declinati in diverso modo, scioperando, disobbedendo, rifiutando di essere complici di scelte che per motivi diversi si ritengano sbagliati, e che vanno contro la dignità umana.