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La Pratica Nonviolenta

Dalla parola all’azione

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Dallo scorso articolo di Fuori Luogo abbiamo intrapreso quello che abbiamo definito un lungo viaggio… quello nel significato, nelle pratiche, nella storia e nelle figure fondanti della nonviolenza, partendo proprio nel significato del termine. Come sosteneva Aldo Capitini, filosofo italiano, tra i primi in Italia ad accogliere e capire il pensiero nonviolento: il termine nonviolenza sottolinea l’essere “amici della nonviolenza” che chiarisce come la essa non sia semplice rifiuto dell’aggressività ma qualcosa di più.

 

Facciamo un passo avanti nel nostro viaggio, e proviamo a capire come praticare la nonviolenza e non lasciarla come una bella idea a prendere polvere su uno scaffale di casa o di una biblioteca. Allo stesso tempo è necessario comprendere come viene usata la violenza, essa non è soltanto quella delle armi, delle dittature, essa può essere esercitata in modi e modalità diverse, da chi sotto diverse forme esercita un potere – non per forza legato a uno Stato – può trovarsi nelle scuole, nei luoghi di lavoro, ed essa può nascondersi dietro al linguaggio, all’emarginazione, al non rispetto della salute – pensate solo all’ambito della salute mentale – e della natura.

 

È o non è violenza… quando si scaricano nelle acque e nei terreni veleni tossici? Quando con la scusa di cure si pratica la contenzione meccanica? La risposta non può che essere sì, perché in nome del profitto e della cosiddetta sicurezza sociale si uccidono esseri umani e l’ambiente da cui essi dipendono. La risposta a questi atti criminali non può che essere nonviolento e allo stesso tempo radicale, esempio in questo senso forse può essere quello del movimento antinucleare nato e diffusosi in Italia nella prima metà degli anni ’70. Il 10 maggio 1986 a Roma una grande manifestazione popolare a cui parteciparono più di 200.000 persone segnò il primo passo verso il referendum che l’anno successivo portò all’abbandono dell’energia nucleare in Italia. Nello specifico la storia non è finita in quanto si aggirano ancora oggi fantasmi che vorrebbero riportare in auge il nucleare, da ricordare che contro di esso e contro tutte le forme di violenza si deve sì agire localmente ma allo stesso tempo pensare globalmente, pensiero che rimanda ad Alexander Langer e alle sue numerose battaglie, nello specifico, come ampiamente dimostrato, gli “incidenti” nucleari non “rispettano” i confini. É necessario anche avere il coraggio di fare un bagno nella realtà, oggi sarebbe possibile ripetere tale esperienza e “forza” contro un delitto alla vita terrena, abbiamo seri dubbi, mancano diverse condizioni politiche e sociali, che oggi sembrano smarrite, anche se il rispetto dell’ambiente sembra cosa consolidata in molte parti della società e non solo italiana, scavando bene si nota quanto sia spesso data una bella pennellata di verde per lasciare tutto come prima.

 

L’idea delle grandi opere sono quasi sempre una forma di violenza verso le comunità che vivono nelle terre dove s’intende costruirle, e solo un grande movimento nonviolento può risultare vincitore, giustamente qualcuno obietterà dicendo come si traduce in pratica la nonviolenza? Si può evitare che rimanga un atto puramente folkloristico? Può diventare un atto politico vincente? Una scelta che diventi prassi comune contro tutte le ingiustizie? Ribalto le domande dicendo: le pratiche violente hanno dato esiti positivi contro i soprusi? Certamente da tutto questo escludo chi davanti alle dittature non ha potuto fare a meno di imbracciare le armi. La nonviolenza – che possiamo tradurre anche in disobbedienza civile – praticata e vissuta può essere un antidoto, una forma di prevenzione verso il ritornare di formazioni politiche e governi che pensavamo sepolti per sempre? Fermare scelte scellerate in ambito ambientale e di riarmamento? Secondo l’organizzazione Freedom House la risposta è un convinto sì, dal 1966 al 1999 la resistenza civile nonviolenta ha giocato un ruolo chiave nel guidare 50 casi su 67 di transizione politica da stati autoritari. Al di là dei numeri, la storia ci insegna che quando popoli, comunità, prendono in mano le situazioni che impediscono la loro libertà in modalità non violente e di disobbedienza attiva e radicale, i risultati arrivano. Esempi? Tralasciando quelli più famosi, come non pensare all’India di Ghandi, scaveremo in quelli meno conosciuti nel prossimo appuntamento di questa rubrica.

 

Immagine di copertina: Giuseppe Rissone

Fuori Luogo: ritorna lunedì 2 febbraio

 

La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti

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