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La Legge Di Peter

Incompetenti non si nasce, si diventa

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Tutti abbiamo avuto un capo, molti lo hanno ancora. Non vi spiegherò come eliminarlo, ci sarà per questo un tutorial su youtube, qui invece cercherò di sfinire la vostra pazienza con elucubrazioni di minor utilità pratica, ma un po’ anche simpatiche e concilianti verso quelle creature inquiete e sofferenti che sono i capi.

Non vi appaia dissonante con questo proposito pacificatore se vi dico che avere dei capi incompetenti è la norma. Non necessita dimostrazione, diranno molti, potrebbe finire qui l’articolo in un tripudio di consensi, premiato come il più breve articolo della storia di bradipodiario.  

Invece no. Rinuncio al premio perché so che vi state chiedendo per quale ragione avere un capo incompetente dovrebbe intenerirvi e non voglio che il dubbio vi assilli per tutta la vita. Quindi proseguo e voi per non pentirvi seguitemi.

Ci sono due psicologi che questa cosa l’hanno studiata a fondo. Non so che fine abbiano fatto, se siano stati sciolti nell’acido per avere rivelato una verità così disturbante. Loro sono Laurence J. Peter e Raymond Hull (è stato un drammaturgo, sceneggiatore televisivo e docente canadese di origine inglese).

Hanno scritto un libro per dimostrarci che ogni capo è inesorabilmente risucchiato verso la sua incompetenza per effetto di un fenomeno connaturato alla dinamica delle progressioni di carriera delle organizzazioni gerarchiche. Detto così sembra già una roba complicatissima, ma ve la semplificherò molto.

 

Cominciamo col chiederci come nasce un capo. A parte quelli nominati direttamente da Dio, che un giorno al loro capo dovranno un po’ di spiegazioni, e dei quali ora non ci curiamo, non rimane che la nomina di derivazione umana.

Il moto direzionale delle carriere è ascensionale. Si va da un livello più basso ad uno più alto, è la legge fisica delle carriere. Quindi il nostro selezionatore eserciterà la sua scelta sul livello inferiore a quello da ricoprire, e lo farà attraverso una promozione. Immaginiamo un selezionatore ragionevole e onesto, ammesso di poterlo estrarre dal pilone di cemento dove lo hanno sepolto. Scherzi a parte, comprendo la rarità del caso, ma dobbiamo ragionare del migliore sistema possibile, se vogliamo che la teoria funzioni a maggior ragione anche nei casi peggiori.

Il selezionatore onesto e meritocratico sentirà il dovere di scegliere il più bravo e competente tra quelli che occupano il livello inferiore a quello da ricoprire. Tuttavia così facendo, a pensarci bene, l’unica certezza che abbiamo è di sottrarre un bravo lavoratore alle sue competenze per destinarlo ad altri e più alti compiti dove non è affatto certo che sarà adatto. Un bravo medico non è detto che sia un bravo coordinatore di medici, un bravo insegnante potrebbe non sapere dirigere affatto un gruppo di insegnanti, per intenderci. Certo, potrebbero anche rivelarsi capaci nel nuovo ruolo, non possiamo escluderlo a priori. Se si rivelassero capaci, sarebbero senz’altro candidabili per ulteriori promozioni, e solo quando si dimostreranno incapaci rimarranno fermi nel livello raggiunto. Occuperanno insomma quella posizione per sempre. Avranno raggiunto il limite detto di “Peter”, dall’autore dello studio che ho sopra citato.

 

Quindi ricapitolando – se hanno ragione i nostri due studiosi sfuggiti al nobel per crudele destino- la progressione gerarchica, anche quando è animata dalle più sane logiche meritocratiche (e a maggior ragione quando non lo è) – riesce a trasformare persone competenti in incompetenti per poi non occuparsi più di loro, come se avesse soddisfatto il suo scopo primario.

A lungo andare l’equilibrio tra persone competenti e incompetenti presenti in un’organizzazione raggiungerà il punto critico quando l’armata degli incompetenti nei posti di vertice sarà incontenibile e il caos regnerà sovrano finalmente, come era in origine nell’universo.

Sappiamo anche che un certo numero di individui competenti ci sarà sempre, e questa è sempre una conseguenza di quanto detto sopra; infatti molti lavoratori operosi e competenti troveranno la strada chiusa verso i livelli superiori da incompetenti che per la loro incompetenza non progrediscono e sono inamovibili. Chiaro, no? Cristallino.

 

Già mi vedo indifeso di fronte ad una raffica di obiezioni che anche io saprei auto infliggere al mio articolo; so anche io che Achille raggiungerà la tartaruga, lo sappiamo tutti, ma il noto paradosso che lo nega sopravvive ancora intatto nel suo fascino astratto, dunque concediamo clemenza di giudizio anche al ragionamento qui riprodotto.  

Premesso che più il capo è incompetente e meno speranza abbiamo di togliercelo di dosso, dobbiamo considerare non solo la nostra sofferenza, ma anche quella del capo inadeguato, il quale, fra l’altro, non lo ammetterà mai, ma percepisce sempre la sua inadeguatezza e in modo sofferto.

Si sfogherà su di voi, certo, ma ormai siete talmente compartecipi del suo dramma da sopportare con cristiana rassegnazione. La stessa con cui state leggendo questo articolo.

Eppure non ci nascondiamo che anche il sottoposto soffre: sapendo di essere bravo e competente nel suo lavoro, e trovando la strada chiusa nel moto ascensionale dall’incompetente inamovibile del livello superiore… diventare Hulk è un attimo. L’aspirazione a salire di grado è radicata dentro l’essere umano, e nel suo caso condannata all’insoddisfazione. Quindi tutti prima o poi sono destinati a soffrire in un’organizzazione gerarchica, promossi e non promossi.

È possibile trovare una condizione di non sofferenza? Di questo gli autori non ci parlano e allora ci proverò io.

 

Essere incompetenti è fonte di infelicità, lo abbiamo detto. Essere competenti ci espone al rischio di promozione verso la nostra incompetenza, e quindi ancora all’infelicità. Dunque occorre essere competenti, abbandonando l’aspirazione alla promozione. Ma non è così semplice. Se uno è competente nel proprio lavoro per un certo tempo ad un certo punto susciterà per forza in qualche superiore il dubbio che possa essere anche sfruttato per compiti superiori. Dunque dovrebbe rifiutare l’offerta? Il subordinato che rifiuta la promozione non è mai ben visto dal perfido sistema: additato come non collaborativo, alieno alle responsabilità, avrà vita dura.

Non gli resta quindi che tenere nascoste le sue capacità ai selezionatori in modo da rendere insospettabile la sua utilità alla promozione e al tempo stesso coltivare la sua competenza, cioè le sue attitudini al mestiere, perché solo nel fare bene il nostro lavoro e nell’esserne consapevoli, anche se segretamente, possiamo stare bene con noi stessi. Fare bene il proprio lavoro senza farlo vedere diventa la vera scommessa attraverso la quale passa una possibile serenità, cioè ingannando così il sistema.

Sono queste creature, brave in modo da non apparire tali, inseguitori di un equilibrio delicatissimo e irraggiungibile, che tengono in vita il sistema.

Dimorano nei livelli più bassi della gerarchia da sempre. Non ricevono soddisfazioni pubbliche perché costretti ad apparire incompetenti, mentre operosamente per vie occulte tengono in piedi tutta la baracca. E dentro di loro un po’ lo sanno e un piccolo barlume di solitaria felicità li consola. Io li abbraccio idealmente perché non li vedo, ma so che in fondo ci sono.

 

Immagine di copertina: Umberto Scopa

Fuori Luogo: ritorna lunedì 11 maggio 2026

 

La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti

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