Indietro Nel Tempo
Nonostante tutto ho trovato ancora il bicchiere mezzo pieno
⊂⊃
⊆ Ben ritrovati amici bradipolettori dopo la pausa estiva e parte dell’autunno dovuta, come avrete letto nei primi articoli della stagione, ad una revisione del sito e ad una discussione ancora in essere sul come procedere nelle nostre attività. Ci eravamo lasciati con un esame del voto europeo con particolare attenzione alle percentuali e su come esse erano state calcolate. Ci eravamo lasciati con le elezioni americane ancora da avvenire e con le guerre attive sempre più cruente e con nessun spiraglio di soluzione nel breve periodo. Per non parlare degli incidenti sul lavoro che continuavano senza che si prendessero seriamente provvedimenti e, ancora, di violenza verso i più deboli e principalmente verso le donne. Insomma una situazione a dir poco drammatica ed io, nel mio voler a tutti i costi individuare il bicchiere mezzo pieno, mi sono trovato in seria difficoltà con la voglia di gettare la spugna. Invece, nel corso del mio ultimo girovagare per il mondo, ho trovato una storia che vi voglio raccontare. ⊇
⊂⊃
⊆ Se avessi iniziato l’articolo con le parole: “C’era una volta…” avreste sicuramente pensato che questa volta stavo per raccontarvi una favola ed avreste avuto ragione perché, come fra poco leggerete, posso dire che proprio di una favola si tratta, solo che questa favola è stata una bellissima realtà.
Partiamo con ordine, nel mese di ottobre sono andato in Nepal, un tour alla scoperta di questa terra più volte martoriata da eventi naturale, ma ricca di storia e di bellezze naturali, in primis le sue montagne. Ero un poco restio ad andare in quei giorni perché l’ennesima alluvione aveva nuovamente colpito questa nazione, ma, consultando meglio l’itinerario programmato non avremmo toccato le zone colpite. Arrivati a Katmandu, la capitale, ci siamo uniti al gruppo con il quale saremmo andati in giro.
Un piccolo gruppo, quindi ben gestibile dal nostro accompagnatore. Ed essendo un piccolo gruppo i rapporti di amicizia diventano subito molto facili così entriamo in confidenza con tutti, ma specialmente con due ragazzi che ci hanno raccontato dello scopo principale del loro viaggio. Residenti in Lombardia, lui informatico e lei operatrice sociale presso la Lega del Filo d’oro, ma quello che fa di questo articolo una favola è lei, ventisettenne, di origini nepalesi e approfittava di questo viaggio per la riscoperta del suo paese natale. Questo perché all’età di quattro anni e mezzo, insieme ad una sorella di due anni, era stata lasciata in un orfanotrofio dalla sua famiglia perché non in grado del loro mantenimento e dichiarandole adottabili. E così succederà, lei verrà adottata da una famiglia brianzola e la sorella da un’altra famiglia per fortuna, loro, residente non molto distante.
Ma se per la sorellina piccola la memoria non si lega con particolari ricordi per Bhawani, questo è il nome della nostra protagonista, il ricordo c’è eccome. Così, pur riconoscendo tutto l’amore ricevuto dalla sua famiglia adottiva, il richiamo verso le sue radici non è mai scemato, come la voglia di sapere che fine aveva fatto la sua famiglia d’origine. Il viaggio in Nepal era proprio per riscoprire la sua terra natia. Da quando è arrivata in Italia il Nepal è stato colpito da terremoti disastrosi e da diverse alluvioni pertanto aver notizie sulla sua provenienza non era sicuramente facile. Dall’orfanotrofio dove aveva vissuto per un mese prima dell’adozione sono riusciti a trovare una corrispondenza con la famiglia d’origine, grazie ad alcuni documenti forniti con i quali si era riusciti a risalire al cognome, ma seminascosto in un libretto sanitario, salta fuori il nome del paese in cui era nata.
Ora dovete sapere che questo paese era poco più di un borgo e, per giunta, proprio nella zona colpita dall’alluvione settembrina. Ed è a questo punto che entra in ballo il suo ragazzo, esperto informatico. Lanciando vari appelli sui social riesce a trovare su facebook una ragazza che vive proprio in quel paese e, grazie all’uso del cognome nepalese di Bhawani, questa si rivelerà come una cugina che le racconterà di come la sua famiglia biologica l’avevano poi cercata per anni e che non vedevano l’ora di incontrarla. Tutto questo senza dirle nulla, per non alimentare false illusioni.
Ma ecco l’epilogo della favola, arrivati a Katmandù lui le fa la sorpresa di raccontarle tutto e che da lì un paio di giorni avrebbero incontrato la mamma proprio in un luogo toccato dal nostro tour. E così è stato, e vi lascio immaginare della commozione che ha suscitato in tutti noi che ci siamo sentiti coinvolti in questa storia. La foto dell’articolo ritrae i protagonisti della storia con tutta la famiglia ritrovata.
Le emozioni sentimentali le lascio giustamente ai protagonisti della storia, quello che invece io voglio sottolineare è l’uso dei social, che, come voi che mi seguite da tempo sapete, io non sopporto perché utilizzati troppo da chi vuole far passare messaggi a senso unico o per far proclami senza contraddittorio come stanno facendo i nostri governanti, specialmente quelli del ministro collezionista di felpe o quelli del suo sodale ministro all’istruzione. O al defunto pregiudicato titolare del partito azienda che, pensando di toccare il polso ai giovani aveva aperto il suo canale “Tik, Tok, Tak”.
Così, mentre un altro fronte di guerra si è aperto in medio oriente, mentre il cessate il fuoco in Libano è minato dal proseguimento dei raid di droni israeliani, mentre Musk diventa l’uomo della provvidenza per il neo eletto presidente americano permettetemi di dire che il mio bicchiere mezzo pieno con la favola che vi ho appena raccontato l’ho nuovamente trovato e che ho ancora fiducia nel domani, convinto che il sole tornerà a splendere.⊇
⊂⊃
⊆ Come da tradizione arrivo a parlarvi del brano scelto per questo mese che come sempre dà il titolo all’articolo: Indietro nel tempo tratto dall’album “Io non so da dove vengo e non so dove mai andrò. Uomo è il nome che mi han dato” del gruppo lombardo dei De De Lind, nome scelto in omaggio alla modella americana Diane Lind eletta Miss Playboy 1967 che lo aveva usato come nome d’arte. Nascono nel 1969 e dopo alcuni 45 giri e partecipazione a raduni pop pubblicano l’album di cui sopra dal titolo chilometrico e vede nella formazione il chitarrista e cantante Vito Paradiso che è l’autore di tutti i testi, del polistrumentista Matteo Vitoli, chitarre, tastiere e, strumento principe per quel periodo, flauto. Insieme a loro ci sono Gilberto Trama, il tastierista principale anche lui a volte flautista, il bassista Eddy Lorigiola e il batterista Ricky Rebaioli, l’unico con un po’ di esperienza musicale avendo già suonato con i New Dada di Maurizio Arcieri, gruppo spalla ai concerti italiani dei Beatles nel 1965 e poi passato ai Nuovi Angeli. Dopo la pubblicazione di questo 33 giri Rabaioli lascerà la formazione per tornare con i Nuovi Angeli.
Il disco risulta gradevole nella sua stesura grazie ad una buona perizia tecnica e testi comunque non banali; la voce di Paradiso sicuramente non di quelle più rappresentative del panorama musicale del periodo, riesce a restituire le giuste atmosfere inquietanti delle liriche. Verrà pubblicato nel 1972. Come da copione il disco non avrà gloria, massacrato dai critici e sarà rivalutato anni dopo quando si riscopriranno le perle nascoste del progressive italiano. Ancora qualche apparizione live e poi il gruppo si scioglierà. Vito Paradiso tenterà senza molta fortuna la carriera solistica mentre Gilberto Trama suonerà negli Albatros con Toto Cutugno. Buona ascolto e, se lo vorrete, a presto rileggerci. ⊇ IL MITO OSTINATO ritorna martedì 14 gennaio
⊂⊃
≡ Elaborazioni grafiche tratte da pixaby.com di Giuseppe Rissone – Foto articolo di Gianfranco Gonella ≡





Ricorda il film Lion, la strada verso casa. Commovente e bellissimo!
È veramente una bella favola, e pensare che con tutto quello che ha vissuto questa ragazza lavora per la Lega del filo d’oro – di cui sono una convinta sostenitrice – la rende ancora più speciale. Grazie Gian per averla raccontata
Una sera a cena con degli amici, lasciandomi trasportare dalla foga del racconto, avevo descritto con troppa dovizia di particolari una situazione occorsami durante una verifica tecnica che avevo effettuato presso un impianto di depurazione delle acque reflue. Alcune delle commensali mi avevano stoppato, con espressioni di disgusto, facendomi presente che stavamo mangiando. Oggi Gianfranco, hai anche tu commesso un errore simile al mio: insieme alla bella storia di Bhawani hai menzionato “il collezionista di felpe”, quel suo sodale (discreto collezionista di “gaffes”) e l’ottuagenario che suggeriva ai giovani di aggiungere un ridicolo “Tak” ad un famoso social. La pecca che ti contesto è di aver accostato, troppo rapidamente, la storia edificante di Bhawani alle deprimenti immagini di alcuni ministri presenti e passati, offuscando così il lieto fine di una favola realmente accaduta. Hai insomma fatto qualcosa assimilabile al disquisire di merda davanti a un bel piatto di tagliatelle.
Sull’uso dei social da parte dei politici hai ragione, ma c’è un aspetto ulteriore che ho scoperto giusto oggi da una mail che ho ricevuto. Avaaz è un’organizzazione non governativa internazionale che (tramite la raccolta di firme on line) cerca di sostenere e promuovere azioni in sostegno dei diritti umani, ma si attiva anche su molte altre tematiche. Stamattina infatti gli “avaaziani” mi chiedevano la sottoscrizione di un appello volto a proibire alle varie piattaforme social l’inserimento di quegli accorgimenti che creano dipendenza agli utenti. Mi dicevano di recenti studi che spiegano come (soprattutto nella fascia degli adolescenti) la dipendenza dai social dia luogo, in molti casi, a turbe comportamentali che arrivano fino all’autolesionismo e addirittura a tentativi di suicidio. Mi sembrava poco verosimile, ma una breve ricerca mi ha confermato che veramente “le app degli smartphone sono progettate precisamente per creare dipendenza.” Sarebbe lungo raccontarne qui i dettagli, ma se a qualcuno interessa scoprire come ciò sia possibile questo è il link:
https://www.esquire.com/it/lifestyle/tecnologia/a19639178/social-network-dipendenza/
Quindi al di là dell’uso o abuso che ne fanno molti personaggi (che anziché adoperarsi per far funzionare al meglio la cosa pubblica sprecano il loro tempo nel dileggiarsi reciprocamente sui social network) scopriamo anche l’esistenza di un pericolo da non trascurare, che coinvolge quella parte di popolazione che si trova ancora in una fase di formazione: i giovanissimi. E se le turbe psichiche si stanno diffondendo anche presso le nuove generazioni, è difficile immaginare per il futuro una società migliore dell’attuale.
Spesso tu usi l’immagine del bicchiere mezzo pieno e mi ci voglio appellare anch’io, per concludere: io però guardo il metaforico recipiente con una inclinazione leggermente diversa dalla tua, un raggio visuale che mi mette in maggiore evidenza la parte di volume che purtroppo non è più colma.
Tu Gianfranco dici di avere ancora fiducia nel domani e sono felice per te. Ti invidio, perché io, invece, penso che sia proprio il domani a non aver più fiducia di noi. E ci farà qualche brutto scherzo.
Facevo parte di quel gruppo, è stato molto emozionante vivere quella favola e anche rileggerla oggi
Una favola commovente e nostalgica e ancor più perchè vera.
Una storia che ti lascia un pezzetto di cielo nel cuore.
Ringrazio tutti per gli interventi sia a calce dell’articolo che a tutti coloro che mi hanno risposto privatamente.
Permettetemi comunque una risposta all’amico Claudio: lo sai che nei miei articoli cerco sempre il contrasto con il dolce e l’amaro, col bello e con il brutto e anche questa volta ci sono riuscito visto il tuo intervento che, ancor prima di inviare per la pubblicazione, speravo arrivasse con il tuo solito sarcasmo.
Lo so che a vedere quanto accade intorno a noi non fa ben sperare in un mondo migliore, ma sono sempre convinto che, come ci hanno insegnato, almeno noi cercheremo di fare del nostro meglio perché ciò accada.
Sarà utopistico, ma comunque al momento ancora ci credo.
A presto
Grazie e complimenti per questo articolo.
Spesso è difficile vedere il bicchiere mezzo pieno, ma questa esperienza a dir poco commovente che avete vissuto contribuiscono a ricordarmi di cercarlo sempre e comunque.
Viva il bicchiere mezzo pieno e i social, come questo, utilizzati in maniera sensibile e sensata!
Grazie e complimenti per questo articolo.
Spesso è difficile vedere il bicchiere mezzo pieno, ma questa esperienza a dir poco commovente che avete vissuto contribuisce a ricordarmi di cercarlo sempre e comunque.
Viva il bicchiere mezzo pieno e i social, come questo, utilizzati in maniera sensibile e sensata!