Da Cicerone all’amico… “se capiterà”
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Un argomento scarsamente dibattuto di questi tempi pregni di individualismo e situazioni più che di relazioni, riguarda quella “cosa” chiamata “amicizia“. Mi ronza nella mente da un bel po’, da quando il mondo social e le tecnologie digitali sono stati in grado di spazzare via la sua funzione di architrave della coesistenza sociale; rassegnando alla liquefazione relazionale i sapiens “costituiti” un tempo di carne, ossi, cinque sensi, e cervello; il tutto avvolto da… un’anima. Ho sentito l’urgenza di condividerne qualche pensiero allorché le mie orecchie sono state più volte frustate (dall’aggettivo “frusto”=logoro) da umani anche di media-alta cultura, trattare i vocaboli “amico” ed “amicizia” alla stregua di mera merce di scambio: “ti ho richiesto l’amicizia!”; “dai su… non andiamo tanto d’accordo, ma possiamo restare amici”; la più bella, giuntami fresca come una mozzarella blu è “se capiterà (mai) di incontrarci ci saluteremo, in amicizia”!! Persino la sezione del vocabolario dedicata alla sfera erotica si è arricchita: del nobile (si fa per dire) anglicismo “friendsonato” (da friend=amico), che consiste nella ‘soluzione” a cui ricorre un partner che vuole fiaccare le avances dell’incomodo spasimante. Come se l’amicizia sia diventata una specie di ricettacolo dove sversare scarti di amori ed amorazzi respinti o esauriti. Oso preferire a quella immagine scarsamente edificante la più prosaica, sia pur sempre desolante relazione con lo “scopamico”… ehnnò…! alza subito il ditino chi, pronto con mannaia censorea da una parte e smartphone dall’altra, è intriso da cultura cattoipocrita!
E dire che da quando Neanderthal e la sua compagna compresero che la caccia ed il consumo dello stinco di mammuth era più conveniente celebrarli in associazione a leali consimili, il culto della solidarietà fraterna ha visto continui e virtuosi passaggi. Nelle civiltà più antiche (area mediorientale ed Antico Egitto) l’amicizia non era solo un legame affettivo privato, ma una componente strutturale della vita sociale, etica e talvolta politica, che andava oltre il semplice piacere della compagnia. Un “amico” era tale in quanto la sua presenza completava l’altro, ne sanava le imperfezioni, divenendo un bene simbiotico, immateriale raro: così era presso la culla della civiltà occidentale, l’antica Grecia; lì amicizia è philia (φιλία), la naturalità nel suo sorgere, la profondità, il disinteresse… nella durata costante del legame (da qui il nostro suffisso “filia”/prefisso “filo” usati nel senso di tendenza, propensione, amore verso qualcosa).
Il filo-sofo Aristotele nell'”Etica Nicomachea” raccomandava che l’amicizia per essere virtuosa vuole reciprocità, tempo, impegno e costanza per svilupparsi e mantenersi. Gli amici devono essere disposti a sacrificare i propri interessi personali per il bene dell’altro. Altroché “se capiterà”…, cara la mia Maestra! Cicerone nel suo “De amicitia” supera la componente utilitaristica che era invalsa nella civiltà Romana, probabile eredità di altre influenze mediterranee; l’amicizia suggella per lui un patto di fedeltà su tutte le cose divine e umane, unita ad un profondo affetto (un “amor” disinteressato). Nella Bibbia è l’assioma divino a conferire le qualità amicali: lealtà, cura e sacrificio per l’altro, coraggio. Non tralasciando la dimensione universale, fondata sulla condivisione ed il reciproco sostegno di tutta la comunità religiosa.
In letteratura potremmo richiamare biblioteche intere sulla questione. Non dovremmo scordarci di Herman Hesse (Narciso e Boccadoro), John Steinbeck (Uomini e topi), J.R.R. Tolkien, Fred Uhlman (L’amico ritrovato)… non tantissime donne… inseriamo Elena Ferrante con “L’amica geniale“. Peraltro a me piace concludere chinando il pensiero sui ragazzi; con le parole di Antoine De Saint-Exupery ne”Il Piccolo Principe“. Siamo nel 1943; una prosa meravigliosamente semplice e lineare su una visione profonda entro ed oltre gli orrori della guerra mondiale, di cui l’autore stesso fu vittima, rivelano al cap. XXI i concetti-chiave di una moderna pedagogia dell’amicizia. È la selvatica volpe ad insegnarli all’umano… Il reciproco addomesticamento, ovvero la dedizione naturale la responsabilità la pazienza, trasformativi nel rendere unico ed indissolubile al mondo un rapporto che fino a quel momento era indifferente; questo è il legame; che si espande alle cose intorno a noi, ricordandoci l’amico lontano; quel legame armonico con la natura che ci restituisce l’importanza dei ritmi e dei riti. Quel legame che ci riappropria del tempo della conoscenza: “…gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami”.
Immagine di copertina: Giuseppe Rissone
Fuori Luogo: ritorna lunedì 30 marzo 2026
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