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Il Referendum Dei Giudici

Prima tappa: non votare, un suicidio per la minoranza

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Il primo pensiero che dovrebbe assillare un politico minimamente dotato di senso dello Stato, è chiedersi quanto sia limpido ed esauriente il suo stile comunicativo. Viene da sorridere, per non piangere, pensando al livello di consapevolezza degli elettori nel dare o un “sì” o un “no” o astenersi ad un referendum per l’approvazione della legge costituzionale di riforma dell'”ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare“; vendutaci come “riforma della giustizia”. Da modestissimo giurista mi sento in dovere verso i lettori di tratteggiarne in due puntate le questioni spinose, nella forma più comprensibile per me possibile. È scontato già da quel titolo-spot che la campagna elettorale (partita all’indomani del varo del ddl Nordio in Parlamento) si avviti a colpi di slogan, giusta per far decidere i più col secondo cervello, le ariose viscere anziché la zucca pregna: pro o contro governo/opposizione. Anzi, una sorta di plebiscito di Midterm pro o contro Bocca di Rose da’ Garbatella.

 

È bene fissare subito che qui non è la ”Giustizia“ a voler essere riformata, bensì gli organi costituzionali che la governano in nome del Popolo italiano: si tratta quindi di una modifica volta a intervenire profondamente su uno dei tre “pilastri” che reggono la nostra democrazia, ovvero la Magistratura. Poiché quasi due italiani su tre possiedono un diploma di secondo grado, non è per vezzo che lo scriba ricordi che fu un illuminista, il barone di Montesquieu ad insegnarci l’importanza vitale che i tre poteri di una democrazia (legislativo, esecutivo, giudiziario) si mantengano in equilibrio ed in netta separazione fra di loro. La Magistratura ha l’essenziale compito di vigilare sulle altre istituzioni, perché esse operino entro il perimetro della legge in generale e nell’assoluto rispetto dei suoi principi fondamentali e inemendabili (artt. 1-12 della Cost.) in particolare.

 

Prima di addentrarci nei dettagli, riprendiamo (Tempio Aperto del 1 aprile 2025) un argomento su cui qualche lettore mi richiama, perché sarà decisivo ai fini del risultato: la partecipazione al voto.

Sappiamo intanto che in Italia si va a votare a) per eleggere i propri rappresentanti in Parlamento e negli enti locali, perché la nostra è una democrazia “rappresentativa”. Ciò significa che la mal-digerita e tanto vituperata politica istituzionale (fare le leggi e governare lo Stato) si esercita su impulso popolare tramite terzi eletti.

Ma, siamo al caso b), la Costituzione prevede i casi in cui i cittadini si esprimano direttamente su una legge (o parti di essa): qualora sia da invalidare (referendum abrogativo) oppure per confermarne o respingerne una sua revisione, nel caso che non venga approvata dalla maggioranza dei 2/3 dei componenti delle Camere o richiesto da 500mila elettori, o 5 Consigli Regionali o 1/5 dei componenti di una Camera (referendum confermativo).

Qui è l’antico strumento della democrazia “diretta”, quello della polis greca, che i padri Costituenti inserirono nell’architettura della democrazia rappresentativa a “garanzia” delle minoranze, qualora su una norma si richieda al popolo una conferma o una revisione.

 

In sintesi, una volta che la politica “cattiva” si sia espressa con la promulgazione e l’applicazione di una legge, può scattare il meccanismo di tutela che comporta la sua ratifica col voto dell’intero corpo elettorale. Ergo, se è del tutto grave non presentarsi al voto per eleggere i politici, possiamo diagnosticare come masochismo puro non andare a votare al referendum abrogativo; e di grado suicidario non farlo in quello costituzionale, in considerazione che esso non comporta neanche la necessità di un quorum di partecipazione per validarlo. Statistiche e sondaggi danno oggi per probabile che ci faremo nuovamente del male…, su un referendum che verte su temi così tecnici. In un clima che segna al 50% il livello di disaffezione dalla res publica, non poteva che propinarlo chi vive nel ciclo perpetuo del disprezzo per la democrazia: di coloro che provano tale odio perché coatti dalla paura di perdere rendite di potere e impunità conquistate. E la paura sorge dall’ignoranza in tutte le possibili accezioni di tale termine, ovvero dal vuoto che si alimenta di quella rabbia e che tende a trascinarci. La via d’uscita che qui si propone è gramsciana: imparare e seminare; ed al prossimo appuntamento faremo un po’ di chiarezza sui contenuti della riforma. 

 

Foto di copertina: Gian Michele Spartano(Istituto Comprensivo Manzoni di Torino)

Tempio Aperto ritorna Lunedì 5 gennaio

 

 

La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti

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