Il Tennis degli anni ’70
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Conobbi il tennis, anche come praticante, negli anni 70, quando era molto più giovane di adesso.
Per come lo ricordo il tennis non era schiavo della potenza come oggi; il colpo cercava la precisione, la sorpresa, il perfezionamento tecnico, anche la potenza naturalmente ma non era questa necessariamente l’arma vincente. Le racchette non erano deflagranti come quelle di oggi, se cercavi di forzare troppo ti distruggevi il braccio. Da parte dei maestri c’era anche un’attenzione estetica nell’insegnamento del colpo. Giorgio Bassani, grande scrittore e discreto tennista, disse del tennis che era una forma d’arte ancora prima che uno sport. E sempre nel secolo scorso ricordo un altro tennista letterato, Gianni Clerici. Da giornalista sportivo indimenticato, e raffinato uomo di cultura, definiva ricami le volèe di Mc Enroe; le sue telecronache erano letteratura. Oggi i ricami hanno ceduto il passo alle fucilate, del resto lo strumento, cioè la racchetta, è diventato un fucile. All’evoluzione dello strumento si deve l’avere innescato la rivoluzione del gioco del tennis. E poi sono venuti i soldi. Un oceano di soldi.
Ora divago un momento, ma vedrete, non troppo. I muri sono deplorevoli quando dividono. Per uno che è caduto con molto rumore nel mondo, ne sono stati eretti di più, me ce n’era uno che insospettabilmente univa e a questo sto arrivando. Della mia adolescenza sportiva ricordo questo muro scrostato all’interno di un circolo di tennis. Sul muro una riga di vernice orizzontale all’altezza del nastro di una rete di tennis. Con le nostre racchette scagliavamo palline, sempre spelate per l’uso ripetuto, e il muro rispondeva sempre, senza mai lamentarsi. Si provavano i colpi visti in televisione, si imparava il tennis, si cresceva, si rafforzavano i muscoli, si passavano le giornate d’estate in modo sano e senza mai stancarsi. Chi non lo ha fatto può pensare che fosse un gioco individuale che isolava dagli altri. Falso, anzi, era un momento sano di socialità fra tanti ragazzini. Ricordo che eravamo in tanti, a volte troppi per il muro e c’era sempre qualcuno che diceva “giochiamo all’americana? così non resta fuori nessuno! All’americana! significava per esempio che se eravamo in nove ognuno prendeva un numero da 1 a 9, quindi il primo tirava il suo colpo contro il muro poi si faceva da parte e la palla respinta dal muro doveva colpirla il secondo, poi il terzo. Chi sbagliava subiva una penalità; a dieci penalità si era eliminati e proseguivano gli altri. Ne rimanevano due che si giocavano il titolo di campione del muro.
Era gratis il muro, e per questa imperdonabile colpa pochi mesi fa è stato abbattuto. Era l’ultimo nella mia città. Del resto nella nuova religione mondiale la scomunica incombe su tutto ciò che non fa frullare soldi.
Oggi i ragazzini si avvicinano al tennis sognando un campione che vince una racchetta tutta d’oro, sei milioni di euro con due sole partite, una residenza a Montecarlo lontano dagli importuni esattori del fisco, e imbattibile, più forte anche del telecomando quando cerchi di sfuggire alla sua faccia che ti insegue su ogni canale nelle pubblicità.
Poi però i ragazzini iniziano a giocare e il campione della racchetta d’oro si dissolve, c’è solo la pallina al centro della loro attenzione e devono colpirla: sono tanti i giovani che scelgono questo sport e non potrebbe essere altrimenti nell’era più gloriosa del tennis italiano. E sono benvenuti, perché lo sport sprigiona sempre quella forza gioiosa e liberatrice in ognuno di noi che se dorme, deve svegliarsi. Per un paradosso assurdo, però, la federazione tennis, nell’era più gloriosa del tennis italiano, gli toglie campi da tennis, incentivando i circoli a dedicare parte dei loro spazi ai campi di padel, nuovo sport che è diventato improvvisamente di gran moda. E fa girare soldi come tutto quello che è di moda.
Certo mica solo oggi, anche ai miei tempi, come in tutti, ci si avvicinava al tennis identificandosi con i campioni. I neofiti come me ne adottavano le racchette, sperando, per lo più inutilmente, che trasmettessero al braccio virtù ancora non svelate.
Ma come erano questi campioni? Per come lo ricordo il tennis era un piccolo teatro di varietà per molti di questi attori e non solo nel gioco, ma anche nei momenti cosiddetti morti della partita, le pause. I campioni di oggi, finito lo scambio, raggiungono la sedia o l’asciugamano come replicanti totalmente inespressivi, ripetitivi anche nella gestualità che rasenta la nevrosi, non incrociano neppure gli sguardi come se loro stessi fossero l’avversario da battere, e non ci fosse qualcuno dall’altra parte del campo.
Io ben ricordo invece gli istrioni che dominavano la scena di un tempo, come Ilie Nastase, Guillermo Vilas detto il poeta, Jimmy Connors, Mc Enroe, Yannik Noah, del tutto alieni ad ogni omologazione. E naturalmente Vitas Gerulaitis, che per l’aspetto assomigliava spiaccicato a Rod Stewart. Ed era il mio preferito.
Taluni di quelli che ho nominato brillavano per indisciplina ed esuberanza. Oggi sarebbero linciati sui social, palestra estrema per aspiranti bacchettoni e linciatori di gruppo. Un tempo invece non erano affatto sgraditi al pubblico che invece amava meno i robottini. Oggi le dichiarazioni dei giocatori sono asettiche, scontate, e sembrano uscite da un ufficio stampa. Esiste un politicamente corretto anche nel linguaggio sportivo oggi, mentre un tempo ci si esprimeva in modo meno ingessato. Voglio ricordare la leggendaria battuta di Vitas Gerulaitis che incontrò 16 volte Borg e per 16 volte ne uscì sconfitto. Invece di ricorrere alle cure di un terapeuta, attese pazientemente il ritiro di Borg dal tennis e rilasciò la seguente geniale dichiarazione: deve ancora nascere un giocatore capace di battere Vitas Gerulaitis per 17 volte consecutive.
È morto giovane Gerulaitis. Buona vita Vitas, mio eroe, ovunque tu giochi ora nei campi elisi, troppo presto perduto ai vivi per una sorte cattiva.
Foto di copertina: Umberto Scopa
Piccolo Inventario Sentimentale Degli Oggetti ritorna Lunedì 5 gennaio 2025
La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti





prima di tutto complimenti, il racconto è bellissimo e concordo con quanto scritto, anch’io da ragazzino giocavo a “muro”, ma non a tennis bensì diciamo a calcio, approfitto visto che si parla di tennis di ricordare Nicola Pietrangeli.
Grazie. Giustissimo da parte tua poi ricordare Pietrangeli. Giocatore superlativo, spettacolare, e se uno guarda su youtube le immagini di come giocava vede proprio quell’eleganza del gesto tennistico che era del tennis antico e di cui parlo nell’articolo. E fra l’altro, fuori dal campo, più che mai Pietrangeli era l’interprete di quel linguaggio non ingessato nel politicamente corretto, talora eccessivo ma mai banale, e per questo linciato sui sociali per non essersi accodato alla celebrazione del dio Sinner. Adesso naturalmente riabilitato post mortem da un coro unanime di adoranti sostenitori. Parlava a ruota libera, è vero, ricordo una sua intervista di vicende intime sconcertante, non misurava troppo le parole ma sapeva farlo in 4 lingue diverse e non è da tutti. Insomma un personaggio fuori dagli schemi di quelli che dovremmo saper apprezzare per questa ragione e non penalizzare per ma medesima ragione.