Golda
Una femmina di setter inglese pronta a partorire i suoi cuccioli…
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⊕ Conservo il bellissimo ricordo di Golda, una femmina di setter inglese che aveva avuto un regolare accoppiamento con un maschio della sua razza. Il proprietario, una persona colta, intelligente, un cacciatore innamorato dei suoi cani, la faceva figliare una volta all’anno, in primavera, mentre nella stagione estiva la teneva tranquilla in un box a parte, per evitare un secondo accoppiamento. Arrivati al momento del parto, Golda necessitava nuovamente di assistenza. Già le due file di capezzoli rossi e gonfi erano pronte a secernere il buon latte, ed anzi, bastava una semplice palpazione per osservare le bianche gocce stillare dalle mammelle. L’anno precedente la cagna aveva già subìto un taglio cesareo ed il proprietario non voleva sottoporre nuovamente la bestiola ad una seconda operazione.
Quando lo raggiunsi nel suo cortile, egli mi raccomandò con premura sollecita: Faccia il possibile, dottore, per fare uscire i piccoli questa volta senza operare. So che lei ha già fatto partorire altre cucciolate senza tagliare. Osservai: Le cagne in natura impiegano anche ventiquattr’ore per espellere tutti i cuccioli. Lui rispose: Io non ho limiti di tempo, dottore. Posso aspettare anche fino a domani. A me basta che lei faccia una buona assistenza al parto, segua la regolarità e faciliti eventualmente i cuccioli ad uscire. Aggiunsi: Vedrò di fare del mio meglio. Occorrerà certo più tempo, una buona dose di pazienza ed un maggior rischio. Sperando che la “natura” e “l’anello” siano ben dilatati. Certamente dovrò venire ancora una volta di ‘sta sera, e poi anche domani, per controllare. Il proprietario concluse: Faccia come meglio crede, dottore. Non ci sono problemi. Di nessun tipo… Purché la faccia partorire senza tagliarla.
Lo guardai in silenzio ed accettai la sfida. La bestiola giaceva nella cesta accogliente e, con il pancione dilatato, mi guardava con grandi occhi fiduciosi. Accarezzai ripetutamente la calda testa e la pancia, parlandole con dolcezza. Infatti, per gli animali è molto importante manifestare la nostra presenza facendoci sentire, e rivolgendoci loro con toni tranquilli e senza paura. Questa infatti viene percepita istantaneamente dall’animale, ed è causa di reazioni di ripulsa anche violente da parte di qualsiasi specie, anche quella bovina.
Accarezzando il ventre rigonfio di Golda, passai ripetutamente le dita sui capezzoli arrossati, provocandole sicuramente un piacevole sollievo. Difatti essa, avendomi accordato fiducia piena, si rivolse a pancia in su e, scodinzolando, a zampe aperte si offrì completamente alla palpazione. Non ho usato il termine “spudoratamente” poiché gli animali non conoscono i falsi pudori. Il senso del “pudore” è collegato con il senso di “peccato” che è un atteggiamento tipicamente umano. L’animale in qualsiasi momento è sempre “sé stesso” nel senso che è sempre spontaneo. Se vuole scodinzolare scodinzola, se ha fame si lamenta, se ritiene di essere aggressivo morde o scalcia, se deve partorire si abbandona rilassato. L’animale non finge mai, non usa falsi atteggiamenti, quando non apprezza una situazione lo dimostra apertamente senza alcuna remora, alcun complesso, alcuna ossequiosità. Per questo l’animale, in qualsiasi momento è “sempre sé stesso”. ⊗
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⊕ È pur vero che molti animali utilizzano astuti stratagemmi per sopravvivere, ma solo per sopravvivere, non per altri fini. Potei così eseguire una discreta pressione sulle pareti addominali e percepii chiaramente la presenza della testolina tondeggiante di alcuni cuccioli ormai pronti per uscire allo scoperto ad affrontare il mondo. Afferrandole delicatamente la zampa posteriore sinistra e sollevandola bene, con guanti di lattice indossati, palpai la vulva rossa, gonfia e umida come i capezzoli ripieni. Prima infilando il dito indice e poi anche il medio, mi accertai che la vulva fosse ben dilatata.
Dissi in piemontese: La natùra e l’anel sun bin dilatà (la natura e l’anello della cervìce dell’utero sono ben dilatati). Il proprietario mi guardava in silenzio. Continuai: A jè la testa d’un cit a s’la brua (si sente la testina di un piccolo al limite della cervìce).
Mi accertai nuovamente dell’effettiva larghezza del canale del parto. Verificai anche la base ossea del bacino della femmina in rapporto alle dimensioni della testa dei piccoli. Valutai che lo spazio per consentire il passaggio era sufficiente. In quasi tutte le specie di mammiferi, cani, gatti, pecore, capre, cavalli, umani, se la testa passa dal canale del parto, il più è fatto, anche il resto del corpicino può essere espulso. Per ciò che riguarda il bovino il discorso è diverso e più complesso. Conclusi: ‘L pasage a j è (il passaggio dei piccoli è consentito).
La femmina aveva già “rotto le acque” ossia le vescicole ripiene di liquidi amniotici che hanno la funzione di lubrificare il canale del parto e facilitare la fuoriuscita dei piccoli. Ora la cagna deve iniziare i premiti – spiegai al proprietario, ossia iniziare ad avere delle contrazioni della parete del sacco uterino, al fine di espellere i piccoli. Per questo motivo praticai un’iniezione alla femmina per facilitarle le contrazioni. Aspettai alcuni minuti e potei scorgere la prima testolina nera affacciarsi dalla “natura” ossia dalla “porta sul mondo”.
Bastò una semplice trazione per avere il primo neonato tra le mani. Golda si alzò immediatamente, per venire a vedere e ficcare il muso nelle mie mani, richiedendo così di avere a disposizione il primo figliolo. Fu fatta nuovamente accomodare nella cesta dal proprietario che le avvicinò il piccolo al muso, e lei prese ad annusarlo e leccarlo con un interesse e un ardore difficile da definire e da paragonare.
Un ardore di madre, ecco. L’ardore con cui un bambino lecca un gelato lungamente desiderato è molto meno intenso delle leccate della cagna per le proprie creature. Con quella lunga, mobile ed avvolgente lingua, la cagna ripulisce il piccolo da ogni residuo di pellicina della placenta ed ingerisce immediatamente tutti questi tessuti corruttibili. ⊗
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⊕ Tutte le femmine dei mammiferi, fatta eccezione per l’uomo, eseguono dalla notte dei tempi quest’operazione per ripulire il giaciglio della tana da queste porzioni che possono facilmente marcire e portare infezione nel rifugio, pregiudicando la sanità della prole. Inoltre la lingua ripassata ha la funzione, oltre che di ripulire, di svolgere un benefico e stimolante massaggio sulla pelle del neonato, attivandone la circolazione sanguigna periferica. Entrambi osservammo per qualche momento in religioso silenzio quella scena, quel quadro, quella maternità canina. Infiniti sono i quadri che portano il titolo “Maternità”. Dopo circa un quarto d’ora in cui lasciammo che la tenerezza della scena ci riempisse gli occhi, un secondo cucciolo affacciò il suo musetto grigio sulla “porta del mondo”. Anch’esso fu leggermente tirato e venne alla luce.
Intanto osservai l’ora. Il mio telefono era suonato un paio d’ore prima. Si trattava di aspettare lì tutta la notte, oppure di andare a fare una capatina in un bar, tanto per ingannare il lungo tempo dell’attesa. Infatti, usciti i primi due, gli altri cuccioli erano ancora indietro nelle due corna uterine e la loro discesa verso la “natura” (termine gergale con cui gli allevatori di bestiame sono soliti chiamare la vulva dilatata ed il canale del parto, utilizzando un termine “naturale” piuttosto che altri termini divertenti o volgari) avrebbe impiegato un tempo variabile tra un’ora ed alcune ore. Feci questo ragionamento: se la natura concede un lasso di tempo di ventiquattr’ore alle cagne per emettere tutti i piccoli dal loro ventre, questo accade per un motivo funzionale.
I premiti della parete uterina avvengono sotto l’azione di un ormone cosiddetto “del parto”. Però questi premiti sono molto impegnativi e faticosi e la bestia, ancor più se di piccola taglia, dopo alcune contrazioni si stanca. Il fatto di lasciar passare alcune ore consente ai piccoli nascituri di raggiungere “nuotando” la “porta del mondo” ed alla loro madre di riposarsi e ritrovare energie sufficienti per riprendere la pressione addominale e quella uterina. Alle undici di sera decisi pertanto di assentarmi per un’ora, con l’accordo che sarei tornato verso mezzanotte per un controllo. In quella casa c’era fermento quella sera ed al mio ritorno, appena suonai il campanello, la signora si affacciò e mi aprì il cancelletto. Golda era lì che leccava i due figlioli con dedizione materna e, tutt’altro che impensierita dal mio arrivo, mi scodinzolò guardandomi. Mentre le passavo la mano sulla testa e sulla pancia, un po’ meno rigonfia, quella si era già sistemata in modo da offrire i capezzoli rossi ai due piccoli e con il muso li avvicinava a sè. Ogni tanto mi guardava come per accertarsi che io avessi visto i suoi piccoli e come per dire: hai visto che cosa sono stata capace di fare? Orgoglio di madre.
Decisi poi di controllare lo stato di dilatazione della “natura” e dell’anello. Nel frattempo asportai alcuni brandelli di placenta del secondo cucciolo che erano rimasti nel canale. All’una me ne andai, dando l’appuntamento al cacciatore per le sette della mattina successiva. Eravamo d’accordo che lui sarebbe sceso dal letto ogni due ore, quella notte, per controllare ed eventualmente aiutare un piccolo ad uscire. Osservando però che tutta la famiglia pareva elettrizzata e nemmeno i figli smettevano di toccare continuamente la bestia, raccomandai di spegnere le luci, lasciando tranquilla la partoriente al buio caldo della cesta, affinché potesse riposarsi, lontano da quell’atmosfera di eccitazione e di stress, e, recuperando le forze, potesse portare a compimento la sua opera. Né più né meno di come avviene in natura.
In fondo i veterinari si occupano di cani da circa sessant’ anni, mentre le razze di cani che vantano una selezione più datata risalgono al diciannovesimo secolo. Un’inezia, se pensiamo ai milioni di anni che possono vantare le specie dei mammiferi. In pratica il compito del veterinario si rende necessario in quei casi di parti che, per diversi motivi, presentano delle complicazioni, e che probabilmente, tanti anni fa quando le tecniche del parto cesareo non erano ancora state messe a punto, si risolvevano con la morte della femmina per peritonite, in seguito alla corruzione dei cuccioli morti all’interno. (Il termine “cesareo” deriva dal verbo latino “coedere” ossia tagliare, verbo da cui derivano anche i termini cesura e cesoia)
Tornai alle sette della mattina e praticai una seconda iniezione per indurre il parto e dopo un minuto iniziarono nuovamente i premiti. Questa volta due piccoli, provenienti da ciascun corno uterino, avevano impegnato contemporaneamente il canale del parto rendendo difficile l’uscita. Una complicazione. Con un apposito attrezzo spinsi indietro uno dei due fino in fondo ed aspettai. Dopo qualche minuto con il fiato sospeso, il piccolo più vicino era lì con il musetto affacciato sulla “soglia del mondo”. Dovetti però utilizzare un forcipe, ossia una pinzetta con le estremità arrotondate, per afferrarlo senza ledere né la madre né il figlio. La femmina con le gambe divaricate lasciava fare agevolmente.
Dopo un’ora mi assentai di nuovo. Eravamo arrivati a quattro. Ritornai verso le undici per estrarre il quinto ed ultimo nascituro. Fu Golda a farmi capire che tutti gli ospiti erano usciti perché apparve decisamente sollevata e prese a leccarsi con impegno la “natura” ormai liberata ed alleggerita, come a dire “finalmente posso lavarmi!”. Dopodiché si accucciò vicino ai suoi pargoli uggiolanti e desiderosi di succhiare il tiepido latte. Lei offrì il suo ventre ormai alleggerito e disteso ma con due file di mammelle turgide. Praticai un’iniezione di antibiotico alla bestia e terminai lavandomi nel bagno di casa impeccabilmente pulito. Avevamo avuto un brivido imprevisto quando i due piccoli si erano trovati ad incrociarsi nello stretto canale del parto. Il proprietario era visibilmente contento. Era soddisfatto perché tutto era andato per il meglio senza avere la bestia operata, con tutte le complicanze che comporta il periodo post-operatorio. Accompagnandomi al cancello mi salutò e battendomi una pacca sulla spalla: Dutùr, chiel arsiga ‘dpì. ‘Ntla vita vanta arsighè! (Dottore, lei rischia di più. Nella vita bisogna rischiare!). ⊗
Il Curioso Mondo Degli Animali ritorna sabato 18 gennaio
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≡ Elaborazioni grafiche da pixabay.com di Giuseppe Rissone ≡





Bellissimo racconto! In fondo anche noi siamo mammiferi, ma purtroppo a volte negli ospedali se lo dimenticano e a molte donne capita decisamente di peggio che a questa cagnetta!
Ho una curiosità, se lei svolge la professione di veterinario immagino che ami gli animali, che cosa ne pensa della caccia? Per quanto mi riguarda sono da sempre contraria, e non comprendo come possa essere trattata come uno sport! Grazie
È un argomento complesso che non si esaurisce con un semplice si o no, per esempio ci sono i cinghiali che fanno gravi danni, sono molto prolifici e non hanno nessun nemico naturale, nemmeno i lupi, che ne sono impauriti
Aggiungo che per amare gli animali noi veterinari li amiamo, perché ci sono molti aspetti difficili nel nostro lavoro, sia con animali che con i loro proprietari, che se uno non li amasse veramente, dopo un mese di pratica, cambia lavoro.
La ringrazio per la sua cortese risposta, allo stesso tempo sottolineo la mia contrarietà verso la caccia, soprattutto quando viene definita e organizzata come se fosse uno sport, che di sportivo non ha nulla. Detto questo le auguro buon lavoro certa che lo svolge con professionalità e amore verso gli animali.