Continuiamo a foraggiare il ponte
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Cari amici bradipolettori, citando il titolo del libro di Erich Maria Remarque da cui è stato tratto anche un film nel 2022, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, devo ammettere che ben poco è cambiato dall’ultima volta che ci siamo trovati.
A Gaza la situazione è sempre tragica, ora come se non bastasse, si è messo anche il tempo con forti precipitazioni che hanno allagato le tendopoli, mentre a Gerusalemme Israele chiede ai palestinesi di pagare per la demolizione delle proprie case e Netanyahu chiede la grazia per i suoi crimini. Trump nei suoi deliri di onnipotenza continua a dire che la pace tra Russia e Ucraina è dietro l’angolo, del resto è già riuscito ad ottenerla tra Thailandia e Cambogia, infatti questi due stati continuano con le loro scaramucce. Il nostro cooperante Alberto Trentini continua ad essere detenuto in Venezuela nel silenzio del nostro governo. L’analogo cooperante francese – Camillo Castro – anche lui detenuto dopo le dichiarazioni di condanna dell’ingerenza americana nella politica venezuelana da parte di Macron è stato liberato.
Quasi le stesse prese di posizione del nostro ministro degli esteri, ma mi chiedo se noi abbiamo un ministro degli esteri. Duole ammetterlo, ma l’unico ministro che parla chiaro è quello della difesa, che ha recentemente dichiarato l’inefficienza delle nostre forze armata non in grado di contrastare un eventuale attacco militare.
Venendo a casa nostra, il nostro primo ministro, esprimendosi come sempre in dialetto e mai in lingua italiana, continua ad affermare che va tutto bene e che tutti i mali della nazione sono dovuti alle forze di opposizione, ai giudici complottisti che, applicando le leggi, spesso vanno in contrasto con i provvedimenti governativi.
Come vedete le cose purtroppo non stanno andando molto bene e allora provo a cercare qualche buona notizia. Parliamo di treni, quelli che circolano sui nostri binari. Abbiamo le frecce, rossa, argento e bianca per alta velocità, Intercity e per collegamenti nazionali. Poi abbiamo i Regionali, con treni moderni quali il Rock, Pop, Blues, Jazz e Swing. Insomma treni per tutte le occasioni. Poi basta un chiodo e tuto si blocca, ma questa è un’altra storia.
Quella che vi voglio raccontare è passata un poco in sordina, chissà come mai, e allora ve la voglio riportare io. Per sostituire i vecchi treni diesel, altamente inquinanti, la regione Sicilia ha acquistato grazie ai fondi del PNRR, i moderni Blues, che si distinguono per la motorizzazione ibrida elettrico, diesel e batteria. Elettrico quando c’è la linea, diesel per le lunghe percorrenze e a batteria per l’ultimo chilometro. Insomma un treno che strizza l’occhio all’ambiente. Tutto bene dunque?
Macchè, una volta messo sui binari ci si accorge che non può viaggiare perché le ruote “mangiano” la spalletta dei vecchi binari, con pericolo di deragliamento. Così questi nuovi treni sono fermi in deposito. È come se per costruire una casa si partisse dal tetto, dimenticandosi delle fondamenta. Per leggere la notizia: Treni già fermi… – Nella Regione del ponte…
In compenso continuiamo a finanziare il ponte, dimenticandoci che sia a monte che a valle, le infrastrutture sono fatiscenti. Tanto per continuare a farci del bene cito le autostrade Torino-Savona e Asti-Cuneo lasciando a voi eventuali commenti.
Treno è il titolo del brano che vi propongo oggi. È un brano del 1972 interpretato dai Delirium, il gruppo genovese formato da Ivano Fossati, voce, flauto e chitarra, Mimmo Di Martino, chitarra e voce, Ettore Vigo, tastiere e voce, Marcello Reale, basso e voce e da Peppino Di Santo alla batteria e percussioni. Pubblicato su un 45 giri che da un lato riporta il brano “È l’ora” sigla della trasmissione televisiva “Scacco al re” gioco per ragazzi condotto da Ettore Andenna, mentre “Treno” era la sigla della trasmissione “Il suo nome per favore” varietà del 1972 condotto da Raf Vallone.
Questo disco è l’ultimo lavoro che Ivano Fossati farà con i Delirium, da lì a poco partirà per il servizio militare e, una volta rientrato, si lancerà nella sua avventura da solista con i risultati che tutti noi conosciamo.
Vi lascio come di consueto il link per ascoltare questa canzone, ma voglio anche lasciarvi un altro link, quello del brano “Johnnie Sayre”, canzone che si rifà ad una poesia tratta dal libro “Antologia di Spoon River” di E. Lee Master. Ve la lascio per far si che possiate ascoltare che anche qui il treno era protagonista. Ad un ascolto accurato il correre del convoglio passa alternativamente da un canale all’altro creando un bellissimo effetto sonoro. La nota curiosa è che lo stesso anno, 1971, Fabrizio De Andrè pubblicherà il bellissimo “Non al denaro, non all’amore, ne al cielo” con tutti i brani che fanno riferimento allo stesso libro. E per quest’anno mi fermo qui.
Approfitto per farvi i miei più sinceri auguri per queste festività e a rileggerci nel nuovo anno.
Foto di copertina: Gianfranco Gonella (Stazione in India)
Il Mito Ostinato: ritorna lunedì 3 febbraio
La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti





Forse avrai scritto il tuo diario prima che lo pseudo ministro ma naturale beota dichiarasse che oltre ai chiodi i treni arrivano in ritardo per colpa di qualche cinghiale sui binari e maxima salviniata qualcuno che si suicida sui binari.. voi poveri comunisti fareste di tutto per boicottare il lavoro del ministro e la puntualità dei treni
Con questo articolo, Gianfranco, oggi mi hai colpito dritto al cuore.
Non è stata una reazione immediata, ma è bastato ascoltare poche battute di “Johnnie Sayre” perché affiorassero emozioni, tanti ricordi, alcuni anche tristi e, in pochi minuti, ho provato una sensazione molto vicina a ciò che un tempo ci si raccontava del fatto (non provato scientificamente) che un attimo prima di morire si rivivono mentalmente tutti i momenti di quella vita che ormai sta per finire. Se veramente questo potrà accadere lo sapremo solo ai titoli di coda, ognuno per conto proprio, senza poterci dare vicendevoli conferme, ma in tal senso ammetto di non avere nessuna fretta di sciogliere il dilemma. Resta comunque il fatto che una canzone è bastata, oggi, per farmi riprovare le medesime palpitazioni di un tempo. Fatico a mettere a fuoco i fatti salienti perché mi si stanno accavallando ancora tanti pensieri, innescati oltretutto da una incredibile coincidenza. Infatti pochi giorni fa ho assistito alla Veglia natalizia del gruppo scout del TO 23 che si è svolta sullo stesso palco dove noi, con il Mito Ostinato, abbiamo dato il nostro primo Concerto Rock. Ma in quel salone, l’anno precedente, io, tu e Gregorio, sedicenni, accompagnandoci con le sole chitarre acustiche, avevamo già cantato “Jesahel”, ed è stata sicuramente quella la nostra prima vera esibizione davanti ad un pubblico numeroso! “Jesahel” che, guarda caso, è inserita nello stesso LP che contiene “Johnnie Sayre”. Le coincidenze però non finiscono qui e ora scivolo ancor più nel personale. Il tema del treno nel tuo articolo era in evidenza ben prima di arrivare al brano di Fossati, ma quell’ultimo riferimento ha prodotto in me una specie di sinestesia che d’un tratto ha fatto passare in secondo piano tutte le “frecce” ferroviarie, i loro colori e i vari generi musicali dei nuovi convogli regionali.
Le note del brano dei Delirium hanno fatto riaffiorare la sensazione struggente di un momento molto malinconico avvenuto alla stazione di Cuneo. Si era di ritorno da un campo estivo durante il quale avevo fatto la mia prima conquista sentimentale. Avevo diciassette anni, stavamo insieme solo da tre giorni e di lì a poco una di quelle locomotive che mi avevano sempre affascinato (quelle che facevano “ciuff ciuff” ed emettevano tutto quel fumo) ci avrebbe riportati a Torino, ad abitare distanti e, ancora non lo sapevo, a essere osteggiati dai genitori di lei…
Camminavamo lungo la banchina, io le cingevo il fianco passandole ogni tanto la mano lungo la schiena in gesti che potevano apparire timide carezze, ma erano invece il mio modo di esprimerle la mia tenerezza. Lei mi parlava sommessamente, non ricordo più di cosa, mentre io, ascoltandola, fissavo le ruote alte e nere della locomotiva; osservavo le bielle d’accoppiamento, i contrappesi di bilanciamento delle ruote, un pistone, gli stantuffi… di tutti quei componenti ero orgoglioso di conoscerne nomi e funzioni meccaniche, ma non mi capacitavo di come la loro vista in quel momento mi stesse trasmettendo solo una sensazione quasi dolorosa di tristissima felicità; avvolgevo col mio braccio la persona più bella e dolce del mondo, eppure mi tenevo dentro quel barlume di felicità e sapevo farle arrivare solo la mia tristezza. Per qualche giorno, fino ad allora, avevamo parlato di tante cose con serenità ma (e me ne resi conto solo molto tempo dopo) senza grande gioia. Ad un certo punto lei smise improvvisamente di parlare ed ebbi la premonizione che qualcosa di significativo stesse per avere luogo. Infatti, dopo una lunga pausa lei mi chiese: “Ma tu… mi vuoi bene?”.
Dal binario salivano le note pungenti del creosoto, quell’odore caratteristico che un tempo emanava dalle traversine in legno e, nonostante ciò, riuscivo a percepire il tenue profumo della sua pelle. Una sensazione indimenticabile.
Già da molto tempo il creosoto è stato bandito in quanto agente cancerogeno e non se ne sente quasi più l’odore nelle stazioni, ma quando raramente mi capita ancora di annusarlo, rivedo all’istante una grossa locomotiva nera e mi pare di percepire ancora il calore di un corpo che si stringe al mio fianco. È il fenomeno noto come “sinestesia” che in certe persone si palesa come un vero e proprio malanno, ma che molti altri ne aiuta, in campo artistico, per descrivere certe sensazioni in modo poetico o per potenziare l’espressività di una frase. I primi tempi, riprovando quella sensazione, il mio cuore cambiava addirittura ritmo per qualche attimo.
“Ma tu… mi vuoi bene?” mi stava domandando ed io, con lei vicina, avevo lo sguardo perso in lontananza. Lontano da lei, lontano da noi…
Di lì a qualche anno sarebbe uscito il romanzo “Eutanasia di un amore”, titolo che avrebbe potuto essere la precisa descrizione di quel momento. Non mi riuscì di rispondere a quella semplice domanda. Che certi silenzi a volte siano più eloquenti di mille parole forse lo credo ancora, ma a volte basterebbe anche solo una breve parola; quella volta, senza mentire, avrei potuto risponderle semplicemente “Si”, invece lasciai che il mio sguardo si perdesse sul binario, oltre la stazione, verso il punto ove le rotaie sembravano avvicinarsi fino a incontrarsi.
Oggi mi rincresce tanto di non averle saputo donare almeno un monosillabo che le avrebbe confermato ciò che intimamente sentivo; d’altra parte il “Ma” che lei stessa aveva anteposto alla sua frase interrogativa era già un evidente sintomo di grande incertezza. Inoltre è realtà il fatto che le rotaie dei binari sembrano incontrarsi solo in apparenza; è un’illusione prospettica e questo inganno visivo mi pare una metafora appropriata per molte delle illusioni giovanili, e un preludio alle delusioni che verranno…
Ecco perché, caro Gianfranco, la semplice canzone di un treno che mette fine alle speranze di un ragazzo è riuscita a smuovermi ricordi tanto lontani nel tempo quanto vividi nella memoria. Ecco perché la coincidenza temporale tra ciò che ha evocato tanti ricordi e il fatto di essere tornato da poco in quel teatrino dove ci esibimmo mi ha fatto dire che sono stato colpito dritto al cuore. In quel luogo, oltre a noi sono passate molte persone a metterci farina del proprio sacco: da Guido che ha scritto l’intera commedia della natività, riveduta in chiave moderna, agli altri che l’hanno interpretata; tu hai scritto una canzone giusto per quell’occasione ed io ho da qualche parte anche la registrazione del coro che la cantava (so che Guido ha pure una foto che ritrae Elena e Luisa mentre la cantano) e poi a valanga, ricordi di altre serate, di quell’audiovisivo che Silvio aveva proiettato con le diapositive e il sottofondo di “Qui siamo sepolti per sempre” interpretato da I Gufi e tante altre cose che abbiamo recitato noi tutti, ora commovendo, ora divertendo i presenti: la scenetta del barbone interpretato da Gabriele o il bellissimo assolo introduttivo della canzone “Vorrei averti qui” di Gregorio e quell’altra canzone: “Sandra”, scritta da Mauro per conquistare la sua ragazza e che noi inserimmo nel nostro repertorio.
Spero proprio che succeda di poter rivivere quei bei momenti, tutti in una volta, prima dell’ultimo respiro… sarebbe un chiudere in bellezza!
In questo lungo commento avrei dovuto tagliare più corto, perché rischiavo di andare oltre il tempo che la persona media dedica ad una lettura prima di perderne l’interesse, ma non ce l’ho fatta: troppa era l’urgenza che provavo di citare i nomi di chi è stato con noi allora e ora non c’è più. Gregorio, Silvio, Luisa, Lucia, Elena, care persone che abbiamo dovuto salutare troppo presto. Mi preme di ricordare anche Mavi che, prima di perderci di vista, ha condiviso con noi quel periodo e di cui conservo questo ricordo molto personale: il giorno del nostro esordio musicale col Mito Ostinato, Mavi passò l’intero pomeriggio insieme a me; aveva intuito i miei tormenti ed ha provato a darmi un po’ di conforto con la sua presenza. La mia però non era solo ansia per il concerto. E succede che, purtroppo, quando convivono in te rabbia, dolore e angoscia finisci con l’essere una pessima compagnia, anche se sei con la persona che ti è più cara. Forse anche Mavi aveva il suo bel dubbio da sciogliere con me, ma a lei non ho dato nemmeno la possibilità di chiedermi “ma tu… mi vuoi bene?”, perché sapevo che nessuna parola avrebbe chiarito i miei pensieri.
Continuai a camminare lasciandola attrice di ieri…
P.S.: in qualche modo dovevo pur concludere questo lungo intervento. Ho preso a prestito da Mogol/Battisti l’ultima frase che rende abbastanza l’idea di quale fosse, allora, il mio stato d’animo…
Come sempre ringrazio per gli interventi.
Caro Onofrio tu mi scrivi che ho scritto il mio articolo prima che il fenomeno che abbiamo al ministero dei trasporti riesce a dare la colpa dei ritardi dei treni anche a eventuali suicidi sui binari. E’ vero, ma lo anche scritto prima che dicesse che l’aumento del 1,5% delle tariffe autostradali dal 1 gennaio 2026 fosse colpa dei giudici, o che le accise sui carburanti che doveva togliere come suo primo atto al momento dell’insediamento col suo governo invece aumenteranno per quanto riguarda il diesel, di conseguenza, visto che il trasporto commerciale per il nostro Stato è praticamente tutto su gomma, avremo di conseguenza un aumento dei costi e chiaramente dei prezzi.
Chissà quale altra istituzione accuserà di tutto questo anche questa volta.
Ora voglio rispondere anche a te Claudio al tuo bellissimo intervento.
Abbiamo un’età che ci permette di tirare le somme su quanto abbiamo fatto e vissuto.
Quindi anche una canzone può rammentarci un episodio, un momento di vita trascorso, una persona amata.
Personalmente mi trovo spesso a ricordare fatti accadutami, a volte ne rido e a volte ne piango, non mi vergogno a dirlo.
Poi ci sono le volte che alcune esperienze vissute mi vengano riproposte e qui mi rifiuto di rifarle.
Il perché è presto detto: grazie a te anni fa Gregorio mi venne a cercare proponendomi di tornare a suonare con lui e con il gruppo di cui faceva parte.
Io erano anni che non toccavo più il mio basso e, credendo che il tempo non fosse mai trascorso, accettai.
Sono andato più volte a provare con loro, ma non ero più capace ad improvvisare un giro, un accompagnamento degno di questo nome.
Loro poi volevano una copia uguale all’originale mentre io avevo sempre suonato ad orecchio.
Facendola breve, dopo diverse sedute ho rinunciato, ma quando l’ho fatto ho visto la reazione silenziosa di Gregorio, la sua delusione.
Da quella sera non ho più provato a riprendere una cosa che ormai era passata, forse non so più neanche come si imbracci una chitarra.
Il passato per me è fatto di ricordi di esperienze, in gran parte belle e non voglio oggi, cercando di ripeterle, uscirne deluso come quella sera con Gregorio.
Ma di tutto questo ne avremo modo di parlarne di persona.
Un abbraccio
Cari amici,pur non essendo mai stata brava a scrivere come voi,volevo condividere un mio modo di essere. Col passare degli anni,ho capito che per poter sopravvivere al dolore che ho vissuto nella mia vita ho dovuto cercare di dimenticare le cose belle della mia vita per poter affrontare la realtà del vissuto. I ricordi,soprattutto quelli belli,devono restare tali,perché la realtà è rischio di delusione. Ritrovare i vecchi amici mi ha fatto capire che la persona che ero non esiste più e questo mi ha reso molto triste. Gli amici che non ci sono più aprono in me ricordi di tempi felici e mi fanno male. Ricordo quando suonavate alla Vianney e per noi ragazzine era un privilegio essere lì ad ascoltarvi. Tutto troppo bello.
Vi saluto,vi voglio bene.
Donatella
Commentando solo ora il tuo scritto, ci sono stati “aggiornamenti” nella politica internazionale, soprattutto dovuti all’attacco di Trump al Venezuela con le sue sfacciate mire predatorie del petrolio venezuelano e delle terre rare ucraine e groenlandesi; mire espansionistiche che hanno “messo in imbarazzo” i suoi fedeli alleati (Meloni in primis). Continuano i massacri a Gaza e gli embarghi israeliani contro il popolo paletinese e non fanno più notizia; ormai il palcoscenico italiano è monopolizzato dal Referendum sulla Giustizia, che fa’ da arma di distrazione di massa nel far dimenticare i veri problemi del popolo italiano. I treni italici (locali, a lunga percorrenza ed a Alta Velocità) si sono ammodernati, ma la circolazione è sempre tribolata per i problemi di sempre (linee vetuste o mal manutentate). Gianfranco cita treni moderni non idonei alla circolabilità su certe linee. Da ex macchinista FS ti potrei elencare diversi casi, in passato, di nuovi mezzi di locomozione progettati male, costati tanto e caduti in disuso nell’indifferenza delle Autorità pubbliche paganti. I Delirium li ricordo bene già dalla loro prima partecipazione al Festival di S.Remo e dallo scalpore che crearono col loro abbigliamento e col modo di cantare; Ivano Fossati ha fatto poi la carriera da solista che ben sappiamo. E tanto ci sarebbe ancora da dire e da ricordare.