Rami Secchi
Inglobare tutto quanto é possibile, in un finto mondo fatto di comparse
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∧ Se devo indicare il mezzo di trasporto da me preferito non posso che dire treno – in questo periodo scarsamente popolare a causa di presunti sabotaggi(?), di un ministro incompetente che preferisce costruire ponti, di una rete ferroviaria obsoleta e a tratti abbandonata – questo per ricordi legati alla mia gioventù e forse a qualcosa “trasmessomi” dal mio nonno materno, macchinista negli anni ’40 sulla linea Torino-Torre Pellice, gestita all’epoca con macchine a vapore, da un’intensa amicizia con un ferroviere in pensione, e dove i trenini con cui giocare creavano in me un forte fascino, non scomparso nemmeno oggi che la carta d’identità emette la sua sentenza sulla mia età, 63 anni compiuti.
Se torno con la memoria al periodo tra il 1980 e il 1990 ricordo decine di gite o se preferite scampagnate tra Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta fatte in treno, potrei citare Ivrea, Castellamonte, Stresa, Arona, Orta, Candelo, Chatillon, Verres, Santa Margherita Ligure, Recco e potrei continuare con molte altre località purtroppo non più raggiungibili a causa della chiusura di diverse linee definite rami secchi, oppure da un sistema di corse ridotte al minimo, cambi infiniti, sostituzioni con autobus, che non permettono o comunque complicano la visita in giornata. Il risultato è che oggi, in Piemonte e in Liguria e non solo, esiste un patrimonio silente di ferrovie straordinarie, spesso abbandonate a se stesse, in qualche caso trasformate in ciclabili o riutilizzate in linee turistiche, percorse da convogli storici presi d’assalto da folle di appassionati o anche solo da turisti curiosi, desiderosi di scoprire il territorio attraverso la mediazione del treno, ma senza immergersi e conoscere a fondo le realtà visitate, e con servizi attivi solo qualche domenica nel corso dell’anno, e poi deserto…
Ho avuto modo di leggere il libro scritto da Diego Vaschetto – geologo e scrittore italiano, specializzato in scienze e cultura alpina – Ferrovie abbandonate del Piemonte e della Liguria edizioni Il Capricorno. Le fotografie che impreziosiscono il racconto delle varie linee ferroviarie abbandonate, mi hanno suscitato decine di ricordi e allo stesso tempo rabbia nel vedere le condizioni di totale abbandono delle stazioni e di tutto l’insieme che costituivano questi collegamenti. La scelta di raggiungere questi luoghi in treno e non con la più comodissima(?) automobile era dettata da diversi fattori, prima di tutto non inquinare, dal rifiuto di possedere la patente. Quelle giornate avevano un fascino particolare, l’immergersi nella vita dei luoghi passeggiando per vie e piazze, trovare un parco, un prato per consumare il pranzo al sacco e dare quattro calci ad un pallone, e quando era possibile, alla sera fermarsi in qualche trattoria dove il menù alle volte era un semplice piatto di salame, formaggi e frutta.
Il lungo elenco di nomi di piccoli comuni, di borghi, presenti nel libro mi hanno sollecitato una domanda: il non essere più raggiunti dal treno ha modificato la vita dei loro abitanti? Senza troppe titubanze credo di sì, sia per gli spostamenti verso città più grandi per motivi di studio, di lavoro e salute. Alla chiusura non é stato creato – anche se decisamente più inquinante – un adeguato servizio di trasporto pubblico su strada, aggiungendo la cessazione di uffici postali e sportelli bancari, l’accorpamento delle scuole, la mancanza di spazi dediti alla socialità. ∧
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∧ Di fronte a quello che definisco un disastro, l’unica “soluzione” dall’alto è la promozione di un turismo di massa, in stile Airbnb, per cercare borghi da visitare, svuotati dai loro residenti e animati da comparse per visitatori inconsapevoli e privi di un minimo di conoscenza su quello che stanno vedendo. I piccoli borghi sono diventati l’attrattiva su cui scommettere, spesso con la complicità degli amministratori locali che si riempiono la bocca dell’inflazionato concetto di valorizzazione. Solo in rarissimi casi ciò coincide con i buoni propositi. Nella stragrande maggioranza è la tipica visione di chi ha uno scopo economico: la messa a valore appunto; come trarre profitto dalle potenzialità del luogo. Posti aventi una loro peculiarità – geografica, architettonica, di tradizioni, costumi e saperi – hanno visto, in pochissimo tempo, messe a repentaglio quelle caratteristiche patrimonio comune. La brama predatoria e del profitto a tutti i costi arriva dappertutto, con conseguente presa di possesso di territori e risorse, ma soprattutto imponendo un immaginario tendente all’omologazione. Un esempio su tutti la costruzione del TAV in Val di Susa che sta devastando un bellissimo territorio in nome di veloci collegamenti per pochi disposti a spendere grosse cifre per raggiungere la Francia a discapito di chi vive in quelle zone.
Un’altro esempio solo le Cinque Terre, raggiungibili quasi e solo esclusivamente con il treno, oppure a piedi attraverso splendidi sentieri o ancora via mare. Nel periodo estivo oltre al normale servizio sulla tratta Genova-La Spezia si aggiungono corse ferroviarie specifiche. Tutto bene? In parte, senza ancora aver trovato una soluzione, la zona è presa d’assalto praticamente in tutti i mesi dell’anno con picchi da invasione in estate, questo crea una cronica sequenza di ritardi dei convogli, vissuti personalmente nel mese di settembre dello scorso anno, a fronte di un costo non indifferente e poco chiaro, ho pagato meno l’andata in prima classe e Freccia Bianca e di più al ritorno con un regionale e con tanto di cambio. Nemmeno l’obbligatorietà di prenotare il posto e di segnalare al momento del viaggio quale treno s’intende prendere per il ritorno, hanno alleggerito questa tratta, credo una delle piú frequentate del nostro paese. Le Cinque Terre seppur rimanendo splendide località rischiano di diventare una sorta di “presepi laici” dove ai turisti – in grande maggioranza stranieri – viene proposto un “pacchetto” – quasi in senso letterale perché vengono spostati come pacchi – visita del tutto avulsa dal contesto sociale, storico, culturale dei luoghi, e aggirarsi in quelle stradine senza far parte di quei “pacchetti” ma completamente liberi alle volte risulta complicato. Il treno non è inquinante, è socializzante – anche se oggi la stragrande maggioranza dei passeggeri preferisce passare il tempo del viaggio sui propri telefonini – regala la vista su paesaggi su cui è possibile soffermare lo sguardo senza fretta. Il treno come ho avuto la possibilità di viverlo è lento, e ricordo anche che su alcuni locomotori era affissa l’immagine di una tartaruga, un messaggio che dava l’idea del: sali con noi, viaggerai godendoti con lentezza tutto su un grande schermo… il finestrino! I libro citato nell’articolo è prenotabile presso la Libreria La Ciurma oppure scrivendo alla nostra mail. ∧
TEMPO LENTO ritorna sabato 1 marzo
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