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RAGNATELA DI PAROLE SCRITTE

Frasi A Catena…

Sei parole per formare un racconto

 

 CLOTILDE RAVIZZA – MARIA ROSA CAIRE

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≥  Terzo appuntamento con lo spazio curato dal gruppo Ragnatela Di Parole Scritte – che si ritrova quindicinalmente presso la sede dell’Associazione Arcobaleno Onlus di via Virle 21 a Torino – dove ogni incontro prevede sempre un’attività diversa legata allo scrivere e al raccontare, il lavoro viene concluso nei giorni successivi in solitaria. L’obiettivo – oltre quello di trascorrere piacevoli pomeriggi – è di realizzare testi che troverete qui ogni cinque settimane. La seconda attività che abbiamo svolto aveva come titolo “Frasi a catena…: attraverso una “pesca di parole” abbiamo scritto una frase su quello che la la stessa ci suggeriva, in seguito con tutte le parole estratte ogni partecipante ha realizzato un breve racconto. Le parole su cui abbiamo costruito i nostri racconti sono: bambina, collina, grano, nuvola, libro, tolleranza. In questo appuntamento proponiamo alla vostra lettura gli ultimi 2 racconti. Qui potete leggere i primi 3 pubblicati lo scorso 9 gennaio. ≤

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≥ Istruzioni per l’uso: la mia parola era Nuvola/e e la frase spontanea da associare per me è stata la poesia San Martino di Giosuè Carducci, tutta..! Così ho pensato di trarre ispirazione da quella per farne un racconto dove, seguendone la trama liberamente venisse fuori un racconto altro.

Rosso Sera: Una pioggerellina fine calava avvolgendo il piccolo borgo: le case, i balconi ancora fioriti, il selciato di pietra, i giochi e le cose di casa per un momento abbandonate lì fuori dall’uscio in attesa che spiova. Una bimba, smesso di giocare, seduta al riparo su uno scalinetto  tranquilla e silenziosa pare ora tutta assorta dalle belle immagini a colori del suo nuovo libro di scuola. Una bruma leggera sale  fino a coprire alla vista i verdi colli impervi, mentre verso il mare un vento di maestrale spazza le onde che urlando bianche di spuma  sbattono contro le rive rocciose di quella costa d’Italia. Lo straniero cammina lento sotto la pioggia, fissandosi negli occhi ogni cosa di quel paesaggio così diverso da casa sua. L’odore del mare gli riempie le narici, misto all’odor della terra, dei rosmarini umidi, dell’erica che spunta dalle pietre del muretto basso  che costeggia il sentiero che porta in paese.

Più da vicino, nonostante il mal tempo, per le vie del Borgo fervono le attività sotto i bassi portici antichi, le porte aperte sulle cantine quasi scavate nella terra, dove dentro i grossi tini ribolliva il mosto, guardato a vista, mentre lento si trasforma. Lo straniero si addentra tra i caruggi dove nuove sensazioni gli arrivano: il profumo di mare si perde, mentre un odore aspro ora inebria tutta l’aria intorno. E’ uva, è vino?… Lui il mosto non lo ha mai conosciuto, ma il vino si, lo conosce, e dove c’è vino c’è festa. Guarda gli uomini che in piccoli gruppetti, col bicchiere in mano, assaggiano, provano con i loro palati esperti la qualità di questa primizia ancora rustica, dolce, amara, dagli aromi nascosti, dai colori rubino, ognuno vuol dire la sua,” la luna si è fatta…”, “ Il tempo è giusto…”. L’atmosfera è lieta, i sorrisi sotto i baffi, gli occhi che luccicano sotto cappelli impropri che di lune ne hanno viste tante. Lui non capisce quella lingua, magari qualche parola, tantomeno quel dialetto strascicato, ma coglie tutte quelle sensazioni, quel clima di festa sottesa, dopo un anno di lavoro, su quelle colline belle e dure da addomesticare.

Il meriggio va scemando, l’aria è più fresca, qualche luce si accende, gli uomini si salutano, è ora di sedersi intorno alla tavola, la famiglia riunita, gli amici intorno. Per l’occasione  nei cortili delle case, gira su ceppi accesi uno spiedo scoppiettando, piccoli fasci di erbe aromatiche continuamente lo passano e ripassano umidi di marinare segrete, ogni casa la propria. La carne così ammorbidita e profumata è pronta per la festa: Forza, tutti a tavola, anche tu Maddalena vieni, il libro lo guarderai dopo!

Maddalena non sente, assorta com’é nella sua lettura. Lo straniero è stanco, sosta un momento all’ombra che comincia a ristorare, così Maddalena e Baruk si incontrano, la bimba curiosa del mondo e l’uomo anziano che arriva da un paese lontano. Maddalena sta leggendo una lezione sull’Africa: in quella terra chiamata Niger, non ci sono torrenti, colline verdi, non c’è l’orto con  pomodori, zucchine, prezzemolo e il prezioso basilico che il nonno bagna tutti i giorni con l’acqua della fontana. Le foto sul libro fan vedere una terra piana, con vaste piantagioni di cacao, caffè, a volte  grano. Baruk fa segno: Mio paese. Io nato lì, Io Baruk.. e tu?  La bimba capisce e…  Io Maddalena. Sono seduti ora tutti e due sullo scalinetto mentre lo Straniero spiega com’è quella terra arida, che per far crescere un filo d’erba verde si porta l’acqua in grandi secchi sulle spalle o sulla testa per chilometri, e quando spira il vento è caldo che ti asciuga la gola e  porta con sè granelli di sabbia rossa dal deserto. Parlano gesticolando, con le espressioni del viso, con i toni di voce. Come fanno a capirsi? A vederli sembra che non ci sia nessuna fatica, nessun ostacolo. Maddalena non conosce la parola “tolleranza”, per lei basta guardarsi negli occhi, e questo è quanto basta. 

Sul finir della giornata, il cielo si rasserena, nubi rossastre, rosa, violette si allargano sopra i campi e verso il mare. E’ una bellissima serata d’autunno. Maddalena incantata, è già in mezzo alle oasi di quel lontano paese, Baruk spiega a modo suo come anche là ci siano bellissimi tramonti, di cui lui ha nostalgia, con la mano si tocca il cuore, per dire che la sua terra è lì. La bambina a poco a poco abbassa le palpebre, la voce dello straniero é bassa, calda e a poco a poco si addormenta. Baruk allora si toglie la sciarpa  di seta con cui si cingeva la vita e con quella copre la sua giovane amica, che assopita, galoppa nei suoi sogni.

Lo Straniero si alza, riprende il sentiero, l’aria ora è fresca, si cammina bene, attraversa il paese, il suo passo è silenzioso, dentro ai cortili vede le tavole imbandite, sente il vociare, le risate, nessuno bada a lui che già lontano e di buon passo non si gira più in dietro. Di nuovo l’odore di salsedine torna nelle sue narici, il Maestrale soffia potente sul suo viso, gonfia la sua tunica, le rughe ancora increspate da un sorriso pensando a quell’incontro improbabile.

Dai Maddalena, arrivano i dolci… Almeno quelli vieni a mangiarli. Su… La madre alzandosi commenta sottovoce:  Per me… quella bambina ha la testa dura come suo Padre!… E no eh! Il padre intuisce e pronto: Semmai se ne frega di quello che dico come sua madre!... La madre, sorride, si avvicina alla piccola e la scuote delicatamente. Maddalena si sveglia con lo sguardo ancora incantato: Dov’è Baruk, dov’è andato? E guardandosi intorno: Baruk dove sei?. Dov’è chi?… Baruk?  Qui non c’è nessun Baruk, forse te lo sei sognato… Vieni dai che c’è la torta. Noo… Ti dico che… Da in braccio la bimba guarda la madre e alla fine tace un po’ incerta. Pensa… Pensa che forse i piccoli devono tenere per sé i segreti più belli, ed è inutile cercare di spiegarli ai grandi, tanto non li capiscono, non ci credono. Per forza. Riflette fra sé: Loro non possono capirli, hanno perso l’abitudine ad essere bambini, sennò tante cose le capirebbero… Maddalena allora stringe la stoffa leggera e dorata con la quale Baruk l’aveva avvolta per proteggerla e… sospirando di pazienza, corre soddisfatta verso la tavola imbandita e caciarosa, a mangiare anche lei la sua fetta di dolce. 

Ormai lontano, lo Straniero cammina. Ha un passo lungo, elastico e cadenzato. La spiaggia a poco a poco si fa più rocciosa obbligandolo a giri più lunghi ed impervi che pur con l’età, supera ancora con leggerezza. Ora la luce del giorno è solo più ammassata all’orizzonte in lunghe strisciate dai caldi colori rossi, arancione e giallo che incendiano il mare. Baruk conosce bene quei cieli, quei tramonti che inteneriscono il cuore e davanti a quello spettacolo pensieri sopiti, immagini sbiadite si riaffacciano, si fanno presenti e vive: si vede giovane, nella sua terra d’Africa, appoggiato verso sera all’uscio di casa, guardare quelle stesse nuvole, con gli stessi pensieri dell’oggi, nato migrante, vissuto migrante, migrante per sorte e viaggiatore per natura. Pensieri, emozioni, che si confondono e si perdono nell’orizzonte come le nuvole di quel rosso sera. Pensieri simili al volo di stormi di uccelli neri che, in quell’ora vespertina, si vedono passare mentre migrano d’istinto, come lui, verso altri cieli ed altre terre. (Clotilde Ravizza) ≤

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≥ Guida per costruire “Storie in scatola”

Occorrente: 6 scatoline di cerini vuote, plancia di compensato formato quaderno, bostik, 6 striscioline di carta larghezza 3 cm e lunghezza variabile, 6 bigliettini di carta formato 5 x 3,5 cm, colori, matita, penna, 6 parole (grano, nuvola, bambino, libro, collina, tolleranza), fantasia e precisione.

Procedimento: Incollare verticali le 6 scatoline, a piacere sparse sul compensato, in modo da poter aprire il cassettino e vederne l’interno. Scrivere o disegnare le 6 parole sui 6 foglietti, una per ogni foglietto. Incollare ogni foglietto, uno per ogni scatolina, sulla facciata superiore delle 6 scatoline. Ideare una storia per ognuna delle 6 parole e scriverla sulle striscioline di carta, ognuna su una sua strisciolina, lasciando libero in alto un margine di almeno 1 cm. Piegare a fisarmonica, con cura, il lato lungo della strisciolina. (Ottieni così un leporello). Aprire le scatoline dei cerini e incollare all’interno di ogni cassettino il leporello- storia con quel titolo (con la parte scritta visibile per la lettura). Si può concedere alle misurazioni una tolleranza di 1 cm. Con calma ripieghi ogni leporello all’interno del cassettino: potrai estrarlo ogni volta che vorrai leggere le storie a qualche amico.

Ora apro la scatolina “Grano” per leggere la storia che contiene.

 

Tanto tempo fa una donna, “Mamma vita”,

che ogni giorno

osservava l’intorno

per trovare e raccogliere

bacche, radici, erbe e frutti di cui cibarsi,

con una pietra prese a schiacciare

i granelli contenuti nelle spighe dorate del grano.

Qualche goccia di pioggia lì venne a cadere:

le sue mani lavorarono un impasto

che ella depose su pietra rovente.

Ne portò un tozzo alla bocca:

era buono!

Anche “Senza denti Mamma Mamma”

poteva mangiarlo.

Fu forse così che il genere “Homo”

da cacciatore si fece agricoltore.

Il grano, fatto pane,

sarà da allora la fonte principale

dell’alimentazione umana.

Aspetto di leggere tutte le altre storie che, forse, potrebbero poi anche essere raccolte in un libro: un bambino le potrà ascoltare, mentre guarda dalla finestra e sorride alla nuvola sospesa nel cielo oltre la collina, la nuvola della fantasia, il gioco più bello che ci sia. (Maria Rosa Caire) ≤

RAGNATELA DI PAROLE SCRITTE ritorna giovedì 20 marzo

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≡ Elaborazioni grafiche di G. Rissone e foto di copertina M. R. Caire – Foto articolo tratta da pixabay.com ≡



 

 

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