Erano tempi nei quali potevi viaggiare in corridoio seduto su uno sgabellino basculante conteso con altri
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Oppure poteva capitare di viaggiare nello scompartimento, piccola cella di socialità casuale e improvvisata, oggi scomparsa dai treni. La climatizzazione era fantascienza. Si aprivano i finestrini e l’aria ti sbatteva sulla faccia e sui capelli, perché ce ne erano molti di più.
Era stampato in formato orizzontale e aveva centinaia di pagine. Fogli su fogli densi di cifre, orari, località, tutti incolonnati. Occorreva un certo studio e applicazione per capirci qualcosa. Ma la fatica mentale, che oggi vediamo come un fastidio da eliminare, teneva oliate certe rotelline della testa, con benefici collaterali che stiamo forse perdendo.
Ricordo vagamente che esisteva una versione invernale e una estiva, una per il nord Italia, e una distinta per il sud. Non ricordo dove passasse esattamente il “confine” che spezzava in due il paese. Del resto “siamo un paese lungo e stretto”, come risulta da una recente scoperta rivelataci proprio per giustificare ripetute disfunzioni ferroviarie. Un male antico e incurabile, non c’è che dire.
Ma leggo che esisteva anche un libretto stampato per l’Italia intera. Immaginiamo che le pagine dei libri portino le impronte degli sguardi che le hanno solcate, soprattutto se quegli sguardi erano accesi di profonde speranze; ecco che tra quelle righe vedremmo tracce degli occhi di un popolo di emigranti. Oggi abbiamo dimenticato le implicazioni drammatiche di quei viaggi con le valigie di cartone. E guardiamo i viaggi analoghi di popoli stranieri omettendo la parola “analoghi”, quella parola che annulla le distanze, che sempre di distanze da colmare si sta parlando.
Ma io ero molto giovane e percepisco solo oggi nelle memorie tramandate la cruda realtà del nostro paese che ho appena rievocato.
Per me dentro quel libro c’era soprattutto il mio viaggio prossimo a realizzarsi; ma c’erano anche tutti i viaggi possibili che non avrei mai fatto, incroci fantasiosi di possibili tragitti e destini, tutti dentro quell’agglomerato di cifre e nomi. Una specie di libro dei sogni. Tragitti e orari reali di viaggi immaginari.
Il libretto giaceva nel cassetto dell’ingresso della casa dei miei genitori, ma non era solo, aveva due buoni compagni: la cartina geografica stradale e l’elenco del telefono. Li hanno visti tutti e tre ancora insieme, poco tempo fa, presso qualche anziano rigattiere, ridacchiare polverosi di noi.
Traggo notizia da un sito delle ferrovie che la prima pubblicazione cartacea degli orari nasce nel 1899 nella tipografia dei fratelli Pozzo di Torino. Da allora diversi sono stati gli stampatori, ma da circa una decina di anni la produzione si è fermata.
Può sembrare che viaggiare in quel modo fosse un’avventura e sempre il viaggio un po’ lo è, ma quella dimensione avventurosa non era percepita nella misura esagerata in cui la vediamo oggi in retrospettiva. Perché oggi proiettiamo in quel passato non lontano la misura del nostro accresciuto senso di fragilità e vulnerabilità. Questo perché qualche rotellina nella testa ci sussurra quanto saremmo perduti se privati della tecnologia del nostro tempo che ci soccorre in tutto. Nel passato che ricordo, invece, la dimensione avventurosa era semplicemente quella percepita dal viaggiatore di ogni epoca che si è avvalso degli strumenti offerti dal suo tempo, incurante, ovviamente, di quelli che il futuro non aveva ancora portato. Del resto nessuno di noi oggi sente il disagio di non poter viaggiare con il teletrasporto che sarà possibile grazie ad un’applicazione scaricabile sullo smartphone fra qualche decina di anni.
Foto di copertina: Laura Rissone
Piccolo Inventario Sentimentale Degli Oggetti ritorna Lunedì 24 novembre
La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti





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