Una feroce e allucinata narrazione
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L’attore si presenta in platea e discorre amabilmente col pubblico. E’ brillante, simpatico, ha i tempi giusti e sa coinvolgere e argomentare. La sala è illuminata, mentre sul palco vuoto, ad eccezione di uno sgabello e un paio di leggii, nessuna luce. Il pubblico ancora non capisce se si tratta di semplici chiacchiere o se sono già dentro lo spettacolo, ma sta al gioco; lui è in gamba, ci sa fare e sa “tirarsi dietro” l’uditorio.
Da questo testo scritto a quattro mani e concepito inizialmente come pièce teatrale – autori Elio Germano e Chiara Lagani – è possibile trarre un paio di lezioni fondamentali: niente è come sembra e, sopratutto, nessun discorso, per quanto all’apparenza semplice, ragionevole e condivisibile, risulta neutro, imparziale e innocuo.
Elio Germano seduce e lavora ai fianchi portando un pezzetto alla volta, passo dopo passo, gli spettatori dove vuole lui.
Mescola abilmente argomenti semplici e di banale buon senso come si suol dire, con affermazioni più dure, scomode, urticanti che, a un certo punto cominciano a creare imbarazzo e preoccupazione in alcuni e consenso in altri.
Si scoprirà solo alla fine che le persone plaudenti che arriveranno sotto al palco, schierate come un servizio d’ordine, fanno parte della sceneggiatura.
Intanto le luci si spengono in modo impercettibile in platea e in contemporanea il palco si illumina. Anche questo non viene inteso dagli spettatori, fino a quando si ritrovano completamente al buio.
Lui ormai è sulla scena. Non è più l’amico cordiale e affabile con cui facevi quattro chiacchiere, magari un po’ incoerenti e sconclusionate, ma tutto sommato innoque; ora veste chiaramente i panni del capopopolo. Il tono è sempre più assertivo, duro e non c’è spazio per i commenti.
La claque si è alzata, circonda la sala e si schiera davanti al palcoscenico, applaudendo il comiziante.
E’ successo tutto con grande lentezza, a piccoli passi; il pubblico non ha quasi avuto modo di rendersene conto e adesso la preoccupazione serpeggia; qualcuno grida il suo disappunto, altri escono, altri forse hanno capito e rimangono.
Tutto è studiato, scritto e interpretato per provocare un reale senso di disagio, di spaesamento e mettere ciascuno di fronte al fatto compiuto e, naturalmente, farsi un bel po’ di domande.
“Quando si fosse fatta strada la sensazione di essere caduto in trappola, per ognuno sarebbe stato comunque troppo tardi: il discorso opaco era già diventato specchio”.
La pièce è diventato libro e, seppure l’esperienza dal vivo provochi e agiti sentimenti potenti, anche la sola lettura non è da meno.
Un peccato non averlo potuto vedere. Dopo il 2018 non ci sono più state repliche proprio per la singolare struttura del copione che richiedeva, per forza di cose, persone impreparate a quanto sarebbe successo.
Il testo però permette di compensare la mancanza del coinvolgimento fisico, sia attoriale che soggettivo, con un’ottima scrittura, intelligente, profonda e suggestiva, su cui soffermarsi a pensare, farsi domande.
A una prima lettura ti prende e ti trascina fino in fondo quasi in apnea, in crescendo. E’ interessante poi rileggere e fermarsi su vari passaggi a riflettere.
“La mia battaglia” – Edizioni Einaudi Collana “super et opera viva – non è altro che la traduzione dal tedesco di un libro divenuto, purtroppo, tristemente famoso, nonché pericoloso, come il suo autore, dagli anni venti in poi.
E oggi sembra ritornato molto in auge.
Il libro può essere ordinato alla Libreria La Ciurma scrivendo a laciurmalibreria@gmail.com oppure al numero whatsapp 3488122598 segnalando questa recensione.
Immagine di copertina: Giuseppe Rissone
La Cambusa Dei Libri ritorna lunedì 19 gennaio 2026
La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti





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