Lo Schiavo Re
Il destino e l’ambizione: le due corone di Henry Christophe
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⊕ Nel mio precedente racconto, sui contrasti inconciliabili in Haiti, vi ho accennato a come questa nazione viva drammi profondi, condizionati da una sorta di maledizione intrinseca alla sua storia. Oggi voglio raccontarvi qualcosa di incredibile, una favola finita in dramma, un’iperbole di riscatto e dolore, attraverso una delle figure più affascinanti e controverse della storia haitiana. Avete mai immaginato, anche solo lontanamente, che uno schiavo possa diventare re?
Sembra l’inizio di una novella, di una favola disneyana o uscita dalla penna di Charles Dickens. Invece, questa favola è accaduta per davvero. Henry Christophe è nato sull’isola di Grenada, distante da Haiti all’incirca 1. 300 km. Non si conoscono perfettamente le sue origini famigliari. Se sei schiavo, non hai alcuna identità da rivendicare, sei una merce tra le altre merci, un pezzo di scambio in un’economia fatta di beni, animali e persone, né più né meno, queste ultime, trattate come merci e come animali. Una simbiosi particolare che è stata tipica sulla pelle di diversi milioni di esseri umani, tra i 10 e i 12 milioni, di cui, forse, poco meno della metà morì nella traversata oceanica tra l’Africa e il Nuovo Mondo, che così nuovo non fu, perché ripercorse i drammi dell’Europa con le sue guerre e le sue vittime di un’economia di schiavismo.
Henry Christophe fu venduto giovanissimo e fu condotto a Santo Domingo, dove cominciò a lavorare come cameriere e poi cuoco in un hotel di Cap-Haitien. In questa attività imparò a leggere e scrivere e acquisì una buona conoscenza del francese e dell’inglese. La sua alfabetizzazione gli fu di aiuto durante la guerra di indipendenza americana (1775-1783), quando fu arruolato nel corpo degli Chasseurs-Volontaires de Saint- Dominique, un regimento formato solo da uomini di colore. La divisa, in ogni esercito, rende gli uomini uniti ed equali, al di là della gerarchia militare, ma essere di colore, fino alla Seconda guerra mondiale, non rende i soldati uguali, se non per il colore della divisa. Incredibile ma vero, questo ragazzo si distinse e divenne, durante la guerra haitiana, generale. Questa guerra fu inizialmente una rivolta di schiavi per emanciparsi dalla loro condizione e che divenne presto una guerra contro le armate francesi. Questa lotta di liberazione ebbe esito positivo ed Haiti fu il primo stato a liberarsi dal colonialismo e ad aprirsi a un autogoverno interno. Tralascio particolari storici che potete leggere su qualsiasi enciclopedia, torno alla biografia di Henry Christophe. Nel 1807 fu eletto Capo di Stato di Haiti e, come si diceva allora, “…per grazia di Dio e della Legge.” ⊗
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⊕ Egli si dichiarò anche: “…distruttore della tirannia, rigeneratore e benefattore della nazione haitiana, creatore delle sue istituzioni morali, politiche e militari”. Egli fu anche colui che costruì per sé sei castelli, otto palazzi, uno dei quali chiamato Palazzo Sans-Souci, la Versailles dei Caraibi, e la fortificazione della Citadelle Laferrière. Henry Christophe si trasformò presto in un despota che governò con mano tirannica, non esitando a sfruttare il lavoro forzato. La capitolazione politica fu alquanto repentina, come la sua ascesa al potere. Il simbolo dell’emancipazione divenne un binomio di promesse di libertà e di un florido futuro rispetto al ricadere nelle forme più bieche di sopraffazione.
Come Sovrano volle dimostrare che ci si può emancipare anche partendo da condizioni di netto sfavore, dando forza alla morale affinché gli schiavi si sentissero finalmente liberi, proprio come una nazione libera dallo schiavismo poteva eguagliare la forza dei dominatori. Per realizzare tutto ciò, non seppe utilizzare che metodi coercitivi, azzerando implicitamente la forza morale rivoluzionaria. Ciò che rimane è il fatto che la fragilità personale è sempre un elemento di discontinuità tra gli ideali e la loro realizzazione. Una storia complessa, come rimane contraddittoria la vicenda haitiana nella storia contemporanea. Uno schiavo Re, che rimase schiavo di modelli di dominio che subì in vita.
Morì suicidandosi, quando la folla inferocita attorniò il suo palazzo presidenziale. Questo fu l’epilogo della sua vita, che nel suicidio volle dimostrare una sua forza rispetto alle avversità, ma che mostrò tutta la sua debolezza morale antecedente al suo riscatto personale ed al sogno di libertà di un popolo. ⊗
Il Mondo In Parole Povere ritorna sabato 8 febbraio
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≡ Elaborazioni grafiche di Giuseppe Rissone e Foto “La cittadella di Haiti” tratte da pixabay.com ≡





Grazie, non conoscevo questa storia e nemmeno che Haiti fu monarchia.
Mi piace leggere i tuoi articoli e soprattutto le storie che proponi. Seguo anche il tuo blog, ma anche questo blog è molto interessante e vario per contenuti.
Grazie Paolo per il tuo commento e per seguire i miei brevi racconti.
Si, Bradipodiario è molto interessante e propone rubriche e spazi di riflessioni sempre vari. Gli articolisti (a parte il sottoscritto) sono molto bravi.
Continua a seguirci.
Rino
Grazie Rino, emanciparsi non è facile, questo ne è l’esempio. Avrebbe potuto cambiare le sorti di un popolo se fosse stato capace di emanciparsi dal suo vissuto. Un insegnamento…
Grazie Franca del tuo commento, in effetti è una storia complessa quella di Haiti e il racconto proposto è paradigmatico per certi versi… una storia che ho conosciuto visitando la fortezza.
Grazie ancora per la tua lettura dei miei racconti. Un caro saluto
Grazie Rino, non conoscevo nulla di questa storia, Sempre interessante ed edificante leggere i tuoi articoli.
Grazie a te Luca per il tuo commento.
Ricorda molto “la fattoria degli animali” di George Orwell
Proprio cosi caro Andrea
Non conoscevo questa storia, che mi permette di fare un’osservazione e una piccola critica:
1) Purtroppo la storia ci racconta che in diverse situazioni le rivoluzioni si sono trasformate in dittature, quando si raggiunge il potere non ci sono ideologie che mettono in salvo dalla voglia di comandare e sottomettere il popolo.
2) La critica riguarda l’uso della parola “colore” per indicare le vicende del protagonista, avrei preferito altri termini.
Grazie per l’attenzione
Grazie Bruno per il tuo commento ed anche la tua osservazione
1) in effetti la storia si ripete, ciclicamente, nei propri errori….o meglio, gli uomini ripetono, ciclicamente gli stessi errori.
2) Circa la tua osservazione l’accolgo positivamente. Sai da dove deriva l’abolizione della parola “di colore” dal vocabolario? dal fatto che durante le varie segregazioni razziali gli spazi per le persone non bianche erano chiamate “colored” ad identificare ogni persona che non fosse bianca. Anche la parola bianca non si dovrebbe usare.. identifica un “colore” della pelle. Diciamo che dal percorso culturale (giustissimo) di revisione storica, si utilizzano nuove espressioni per identificare l’appartenenza etnica. E’ un tema ampiamente discusso come sai. Grazie della tua osservazione
Molto interessante il tuo modo di scrivere ti trasporta come se seguissi un film o una lezione coinvolgente però 😏all’università
Grazie cara Eva del tuo commento e dei tuoi complimenti. Spero tu possa continuare a leggere i miei racconti e anche gli altri articoli di bradipodiario.
Grazie cara Eva del tuo commento e dei tuoi complimenti. Spero tu possa continuare a leggere i miei racconti e anche gli altri articoli di bradipodiario.
Grazie Rino per la risposta e l’attenzione. Forse la soluzione migliore – non mi riferisco al suo scritto – sarebbe ora di smetterla con l’indicare la persona per il colore della sua pelle, per il suo luogo di nascita, per la sua appartenenza religiosa, e peggio ancora il suo status di cittadinanza. Basta vedere quando a commettere un reato è un “non-italiano” si devono per forza aggiungere aggettivi come: – clandestino – musulmano – extracomunitario – nero e/o di colore – senza dimora. Come se lo stesso reato fosse piú o meno grave in base a chi lo commette. A presto rileggerci
È interessante come questo racconto, legato ad un vissuto individuale, illustri la stratificazione di uno spaccato di società (d’altro canto questa è la peculiarità delle tue narrazioni, un vero e proprio tratto distintivo).
Pensavo a come alcuni meccanismi psicologici siano un fattore che accomuna, senza alcun tipo di distinzione, ogni uomo. La preda che diventa carnefice, lo schiavo che una volta padrone non riserva certo al suo prossimo il trattamento che avrebbe voluto ricevere.
Grazie per questo scritto che spinge verso una profonda consapevolezza e riflessione.
PS inviterei il lettore che manifesta un dissenso riguardo l’uso del termine “di colore” a non soffermarsi su un dettaglio ma esaminare il contesto (zona di pensiero smodatamente estesa lungo il perimetro dello studio cui area è costituita dalla passione ed entusiasmo nella scoperta o riscoperta della “nostra” ed altre culture).
Grazie Simona per il tuo ricco commento ed osservazioni. Anche questa storia e questo sovrano haitiano deve farci guardare con maggior benevolenza la situazione. Siamo tutti figli di un contesto culturale ed al tempo non si poteva dominare se non con la forza. Anche oggi vige lo stesso (tristissimo) principio. LA violenza è un “linguaggio” di dominio. Ed è abbastanza comune che una “vittima” diventi “carnefice” a sua volta.
A presto Simona
Grazie Rino, non conoscevo questa storia, che non è altro che la copia di innumerevoli storie di uomini e donne che non riescono a liberarsi dal loro vissuto. Ciò dimostra ,ancora una volta, che la vera rivoluzione deve avvenire in primo luogo in sé stessi.
Grazie Simona per il tuo ricco commento ed osservazioni. Anche questa storia e questo sovrano haitiano deve farci guardare con maggior benevolenza la situazione. Siamo tutti figli di un contesto culturale ed al tempo non si poteva dominare se non con la forza. Anche oggi vige lo stesso (tristissimo) principio. LA violenza è un “linguaggio” di dominio. Ed è abbastanza comune che una “vittima” diventi “carnefice” a sua volta.
A presto Simona
Grazie Marta. proprio cosi, le vere rivoluzioni sono dentro di noi, nel nostro cercare di progredire culturale e mentale e spirituale, nell’accezione più ampia di questo termine.