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Il Futuro Anteriore

Valore terapeutico della parola

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Da oltre un’anno il nostro collettivo collabora con l’Associazione Arcobaleno di Torino, questa collaborazione si è concretizzata con l’utilizzo dei locali di via Virle per gli incontri del gruppo Ragnatela Di Parole Scritte. È diventato così naturale proporre di raccontare la storia e la conoscenza della loro rivista, che ha raggiunto il notevole traguardo dei trent’anni. La redazione della rivista proporrà ogni sei settimane un articolo legato al tema della salute mentale e dintorni, in questo secondo appuntamento un estratto di un’articolo del vice presidente dell’Associazione pubblicato sull’ultimo numero di Segn/Ali.

 

“…Le attività di tipo redazionali sono più attività associative che cliniche…” “…La quota ASL devoluta al sostegno di questa attività, seppur in parte, è più adeguato volgerla ad altre attività di sostegno ed accompagnamento…” In sostanza, si potrebbe pensare in maniera maligna, un riconoscimento del valore terapeutico della parola e della capacità di esprimersi dei pazienti psichiatrici attraverso un testo scritto inferiore a quello di altri tipi di intervento clinico. Per carità, ci possiamo anche stare. Anche se il valore assoluto di queste affermazioni non ci convincono appieno. Abbiamo provato a confrontarci su questi temi. Anche alla luce di fior di psichiatri che hanno visto nell’ascolto, nell’immedesimazione, nelle parole un forte legame terapeutico nella definizione del loro stesso impegno di cura.

Tant’è.

 

I soldi sono pochi e la coperta è corta. Ne siamo convinti. Viviamo in una specie di revisione della spesa. Leggiamo i report di Co. Pi. Sa. M. – Consula Piemontese Salute Mentale – ed i dati sulla dimensione economica piemontese in ambito di salute mentale presentano un quadro desolante. Leggiamo anche i report dei DoRS. Ente di ricerca ed epidemiologia dell’ASL Città di Torino. In ambedue i casi emerge la necessità di dare voce alle esigenze di chi usa i servizi. Peccato per la carenza di soldi. E la necessità di favorire la dimensione della recovery. Qualcuno la chiama salute mentale di comunità. E come la si trasmette alla comunità se non attraverso la componente del linguaggio e della manifestazione artistica? Parola del Dott. Starace, direttore Sanitario ASL To. Come sempre ognuno dice la sua ed interpreta le possibili vie di intervento secondo sensibilità diverse. Ad ogni modo il futuro anteriore è già scritto.

I nominativi delle persone che vengono alla redazione di Segn/Ali sono, in ogni modo, stati inseriti nel database. I fogli ore sono compilati. I time sheet pieni. Sono reali. I numeri di Segn/Ali sono stati pubblicati, le interviste di Se Ti Manca Un Venerdì sono state fatte, Matteo Fallica e Serena Bongiovanni – stand up comedian – c’erano all’Off Topic di fronte ai redattori di Segn/Ali a rispondere alle loro domande e le riprese per il docufilm su Segnali sono continuate e sono iniziate le registrazioni radiofoniche di Radio Segnali (così come da progetto) in onda su quindicinalmente su Radio Stella Piemonte… nella sesta dimensione alle porte di Tanhoiser tra i bagliori dei raggi gamma tutto sembra così vero. Eppure la realtà è un’altra dimensione. Come dice Altair – soprannome di Alberto Pagliero socio storico di Arcobaleno – se curviamo la realtà spazio temporale il passato incontra al futuro. È il futuro anteriore, quello che è già scritto ma deve ancora accadere, ciò che ci interessa. Da sempre le esistenze non conformi devono confrontarsi con questo tipo di futuro. Il passaggio successivo sarà toccare le risorse. Ed il futuro così sarà. Assisteremo ad una ridefinizione delle risorse in campo, ma non da impedire la pubblicazione del giornale. Rettifichiamo le linee. Vecchio adagio sempre in voga.

 

Il futuro, per molti, rappresenta la svolta… ho svoltato, si dice, quando le cose girano bene. Ma il futuro è incognito, curiosità, preoccupazione… è, che me ne frega mica sò Pasquale! La scelta di questo numero della rivista di occuparsi del futuro nasce dalla voglia di immaginarsi uno sviluppo della storia, personale o collettiva che sia, fuori dai confini delle strade concordate con altri. Provare a immaginare come vedersi nei prossimi mesi, nei prossimi anni, in un’altra dimensione, appunto curvando lo spazio occupato, lanciandosi con un razzo spaziale verso altri contesti siderali.

Oppure scendendo, attraverso gli anelli alchemici, fino a definire un proprio inferno dove trovare pace. Cercando una pietra filosofale che ci dia una spiegazione dell’esistenza più o meno rassicurante. Esplorare un daimon che ci sollevi dal dover essere altro dal male, scienziati nell’affrontare l’altrui sofferenza indossando un camice bianco che ci protegga dall’urlo silenzioso del paziente.

L’operatività sociale, ovvero trasmutazione del male, richiede iniziazione e discesa. Discesa negli inferi. Permanenza nelle regioni oscure dell’essere, da cui si attinge, pazientemente, caparbiamente, il sale che la sofferenza secerne. Sperimentare la notte della ferita, non solo come soglia di passaggio, ma anche come dimora, luogo dove trovare un volto, una figura, individuarne un senso.

 

Essere favoriti dalla luna per aprire la porta ad un oriente non votato alla conquista e alla vittoria, ma per abbracciare il mistero della ferita che la razionalità ha medicalizzato e psicologizzato liquidandone il profondo senso del sacro.

Il dolore da un limite, ci rende mortali, apre all’enigma dell’alterità, quell’alterità molto simile a quella che ci abita, ma che, spesso, non comprendiamo.

Abbiamo bisogno, per trovarla, di uno sguardo “minorato”, che peschi dal basso, da un’altrove che diventa sovversivo e salvifico e che si nutre di infinite immagini, metafore, suggestioni che attendono di essere raccolte. Ma che noi spesso non ce ne accorgiamo perché troppo risucchiati dal fare, dalla chiamata del produrre, dalla nostra stessa paura di confrontarci con le ferite che ci affliggono e che richiedono tempo, immaginazione, stupore, per generare cura e abbraccio.

Questo è il daimon, la mancanza che sazia, nel piccolo che è infinito, nell’invisibile che fa vedere, nel perduto che fa ritrovare. È questa minorazione salvifica che rende il mondo meno arrogante, più umbratile, profondamente consapevole.

 

Ciò che vive l’equipaggio di Segn/Ali è la possibilità di ergersi dal profondo di questa consapevolezza è guardare al futuro come esploratori di altri mondi e trasmettere il proprio messaggio via web dalle onde di RSP.

Sapendo di poter contare sulla propria capacità di vedere oltre gli occhi dei normali, come psiconauti si proiettano nel loro futuro prevedendo cosa capiterà.

Essi sono stati riconosciuti, persino nelle forme burocratiche del sostegno economico pur con i tagli dell’attuale concezione capitalistica, nelle forme espressive che ci caratterizzano e continuano a lasciare messaggi in bottiglia ed inviare segnali morse nell’universo.

Anche se forme diverse di pregiudizio continuano a compromettere le nostre parole e la nostra voce riteniamo che questa esperienza sia la forma più avanzata di terapia e di cura. Ne rivendichiamo con orgoglio l’esistenza. Per dare voce a chi voce non ha e per non lasciare cadere l’istanza importante della libertà contro le spinte di controllo e di contenimento che tendono a rassicurare quell’opinione pubblica che, nutrita di compromessi e rancori, non vuole più sentire parlare di sofferenza se non quando viene colpita direttamente.

 

Foto di copertina: Redazione Sen/Ali

Segn/Ali ritorna 3 febbraio

 

La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti

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