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IL CURIOSO MONDO DEGLI ANIMALI

Il Gatto Metallizzato

Prove di verniciatura di un felino in quel di Nichelino…

 

 SILVIO MARENGO

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⊕ In quel di Nichelino, un bel mattino di giugno del 1996 un mio collega ricevette la chiamata per una visita domiciliare urgente. Lui era però impegnato nell’ambulatorio e dunque mandò me, in quel tempo ero un suo aiutante. La giovane signora che aveva telefonato mi aspettava nel cortile di un grande palazzo popolare, un complesso di circa un centinaio di appartamenti. Sul marciapiedi, davanti alla fila di garages, stava fermo e irrigidito un gatto quasi tutto grigio. Per la verità il suo colore naturale era bianco e grigio, con il pelo un po’ lungo: in base alle sue fattezze e al musetto un po’ schiacciato, si poteva capire che nel suo corredo ereditario c’era qualche ascendenza nobile diciamo di gatto persiano, ben shakerata in un cocktail genetico proveniente da varie strade e cascine diverse.

La signora era venuta ad aspettarmi davanti al palazzo e mi aveva indicato il posto esatto nel cortile. Mi disse: – Dottore, l’ho  trovato nel corridoio delle cantine del palazzo, camminava poco, poi l’ho preso e portato qui fuori alla luce del sole. Mi sono perfino sporcata di vernice, guardi – indicandomi le mani imbrattate di color grigio – e poi, non sapevo dove metterlo, perché qualsiasi cosa che tocchi, gli rimane attaccata. Ho provato con uno straccio, se si riusciva a togliere un po’ di questa tinta, ma niente, gli rimaneva lo straccio attaccato.

– Vedo – dissi – questo gatto è tutto impiastricciato con una densa vernice grigio metallizzata. E’ un tipo di smalto per superfici metalliche. Non si scioglie con l’acqua, e tende rapidamente a diventare secca e rigida. Rimasi un po’ a osservare la vernice che ricopriva quasi interamente la sua superficie corporea, lasciando libero solamente il musetto, l’orecchio destro, parte del collo e una zampa anteriore, la sinistra. Tutto il corpo e la coda dai lunghi peli erano ricoperti di tinta grigio metallizzata che, esposta al sole, si stava rapidamente indurendo a formare una crosta sottile e lentamente paralizzante. 

– Inoltre – osservai durante la visita – questa sostanza è tossica e può essere assorbita attraverso la pelle. Questo gatto rischia di morire intossicato, oltre che paralizzato dal cappotto di vernice dura. Dobbiamo far presto: abbiamo poco tempo a disposizione per salvarlo.

– Come intende fare, dottore?

– Intendo cercare di togliere la parte più consistente di materiale qui, all’aperto, e poi portarlo nella clinica per eseguire le terapie disintossicanti del caso. Proverò con l’uso dell’alcool, che ho sempre in macchina con me, per tentare di sciogliere parte di questo “pigiama” di vernice.

Purtroppo mi resi subito conto che l’alcool non era la sostanza adatta per far questo. Occorreva fare in fretta, perché il gatto rischiava la paralisi. Pensai immediatamente a quale tipo di solvente fosse il più indicato per sciogliere la vernice e mi venne in mente l’acqua ragia, che consiste essenzialmente in solvente di trementina. In quel caso mi ritornò utile il fanciullesco passato, in cui ricordavo di aver passato molte settimane, nel periodo delle vacanze scolastiche, a spennellare ripetutamente le ringhiere dei balconi, ma anche le cancellate del cortile e le finestre di casa e nel grattar via la ruggine mediante apposite spazzole metalliche.

Successivamente vi applicavo uno strato di vernice “antiruggine”, il più delle volte di colore rosso mattone, altre volte arancio. Bisognava aspettare un giorno, in modo che questa asciugasse, e poi si applicava con il pennello a mano una generosa passata di smalto per metallo che andava a ricoprire tutta la superficie colorandola e proteggendola dalle intemperie. Sia i pennelli sia le mani si imbrattavano di vernice color rosso, arancione, verde  “primavera”, usato per le cancellate, “nero corvino” applicato alla grondaia, oppure “bianco avorio” che veniva dato ai termosifoni di casa. Per ripulire alla perfezione pennelli e mani, variamente colorate, si impiegava la cosiddetta “acqua  ragia”, un sovente alla trementina che aveva il mirabile effetto di  sciogliere istantaneamente ogni traccia di vernice da metallo.

Nel caso specifico, dissi alla signora che era necessario usare l’acqua ragia, seppur diluita,  per “lavare”  il mantello del gatto e sperare di togliere almeno la copertura più spessa. Lei mi rispose di non aver assolutamente nessun barattolo di solvente, né di averlo mai avuto, né di sapere quale fosse il suo impiego. Risposi che era necessario, che bisognava fare in fretta:

– Signora, oggi i negozi sono aperti, per fortuna. Dove si trova un negozio di vernici in questa zona? Voglio andare rapidamente a comprare un pennello e acqua ragia e tornare subito qui. La donna m’indicò il negozio, io saltai in macchina, e nel giro di un quarto d’ora ero di ritorno con l’acquisto. Lei aveva tenuto d’occhio il micio, perché non scappasse, ma non aveva dovuto impegnarsi più di tanto, vista la sua ridotta mobilità. Intanto nel cortile del palazzo si era radunato un gruppo di persone del condominio: due donne, un paio di uomini e tre ragazzini, questi ultimi liberi da impegni scolastici. ⊗

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⊕ Ritornato sul posto, mi feci largo tra il capannello di curiosi e, sistemato il gatto su un ripiano, mi diedi a pennellare generosamente con acqua ragia diluita. Incaricai un signore gentile, operaio in pensione, di tenere fermo il gatto con la testa sollevata, in modo da evitare il contatto irritante con gli occhi e gli altri organi di senso. Siccome erano già trascorse almeno due ore da quando il gatto aveva fatto il bagno, la vernice era già in fase d’indurimento. Dovetti accontentarmi di un’asportazione parziale della tinta “metallizzata” e alcuni grumi di pelo non volevano saperne di sciogliersi con il solvente. Per fortuna, la lunghezza del pelo consentiva di asportare con le forbici alcuni di quei boccoli induriti.

Il signore anziano mi disse: – Dutùr, ma questa qui è proprio la vernice a smalto che si usa per i metalli e le macchine. Sembra quella che si usa nelle carrozzerie Mirafiori.

– Lei se ne intende? gli chiesi.

– Eh, dutùr,se me ne intendo. Ho fatto trentacinque anni alle carrozzerie Mirafiori, da  Giuanìn Lamiera – come veniva scherzosamente appellato dai suoi dipendenti l’avvocato Giovanni Agnelli – i primi cinque anni al reparto”verniciatura”. Poi sono passato alle “presse, a fare il battilastra. Vuole che non conosca la vernice delle macchine?

– Ma allora, se questa vernice è quella che si usa per le macchine, cosa significa? Che qualcuno l’ha versata addosso al gatto, oppure che questo ci è finito dentro?

– La signora ha detto che l’ha trovato nel corridoio delle cantine così com’era. Questo vuol dire che in qualche cantina ci dev’essere una tanica di vernice. mi rispose.

– E questa tanica doveva essere aperta – improvvisandomi detective – il gatto deve esserci finito dentro per intero, a giudicare da tutto il suo corpo imbrattato. Il fatto poi che sia rimasta fuori solamente la testa e una zampa, significa che lui, appena è caduto, ha cercato di mettersi in salvo, aggrappandosi al bordo della tanica. Qualcuno deve averlo buttato dentro. Mi sembra molto difficile che un gatto si metta spontaneamente a camminare sul bordo di una tanica di vernice aperta, fino a perderci l’equilibrio e caderci dentro dalla parte posteriore.

Il reparto “presse”, molto rumoroso, è quello dove vengono stampate le cosiddette “scocche”. In quel reparto le lamiere d’acciaio arrivano in forma di rotoli, vengono dapprima srotolate e poi immesse dentro alle “presse”, potenti macchine che stampano la forma esterna della carrozzeria delle vetture, detta ”scocca”. Una parte di queste scocche, in uscita dalle presse, deve essere battuta e ribattuta manualmente a martellate oppure molata e rifinita con le smerigliatrici dai “battilastra”, operai specializzati e dalle braccia robuste, per correggere eventuali imperfezioni o distaccare i ritagli laterali di lamiera, detti “sfridi”,  che talvolta restano attaccati.

– Dutùr, mi sa che ha ragione lei. E’ proprio andata così: la zampa pulita è proprio quella che si è aggrappata al bordo della tanica. Non so però chi possa essere stato.

Alzai lo sguardo dalla bestiola, guardandomi intorno, e scoprii che si erano aggiunti altri condòmini curiosi ad osservare la scena. Tra di loro vi erano anche quattro ragazzi e, non so perché, ebbi la sgradevole sensazione che uno di loro, di quelli che stavano ad osservarmi, fosse il responsabile del bagno nella vernice.

– Lei non pensa – dissi ad alta voce per farmi sentire da tutti – che potrebbe essere il pessimo scherzo da parte di qualche ragazzaccio?

– Eh, dutùr, se questi ragazzi, anziché stare tutto il giorno a oziare, provassero ad andare a lavorare in carrozzeria un paio di mesi, come hanno sempre fatto i loro genitori…  Dovrebbero fare la gavetta che abbiamo passato noi, quelli della mia generazione…

– Perché? – m’informai – vedendo che intanto il lavoro procedeva in modo soddisfacente.      

– Noi, dutùr, abbiamo fatto tutti i reparti  più brutti…

– Qual era il più brutto?

– Mah, alle vernici. Una volta alle vernici era il più brutto perché si verniciava sotto alle macchine, con la testa coperta. Ma la testa ogni tanto si scopriva…

– Adesso  è  ancora così ?

– No, dutùr. Adesso il reparto verniciatura è tutto automatico.

–  E poi, dove ha lavorato?

– Alle presse.

– Alle presse com’era?

– Alle presse c’era tantissimo rumore. Ci davano le cuffie… per non assordarci. Ho fatto il battilastra per trent’anni. Ci davano l’indennità di trentamila lire in più al mese. A buttar giù gli sfridi, a bombare, a molare… Con le cuffie non si sentiva il rumore… però non si sentiva nemmeno  la sirena, quella del cambio turno. Allora abbiamo protestato… abbiamo fatto mettere dappertutto delle luci rosse e gialle, per far capire dove c’era pericolo, di tenere gli occhi aperti… e accorgerci quando  era l’ora del cambio.

– Monsù, c’a tena su bìn la testina, per piasì. (signore, tenga su bene la testina del gatto, per piacere.)

Dopo  un po’ lui mi chiese: Dutùr, andùma mej? (Dottore, va meglio?)

– Sì. Siamo a buon punto. Senta, adesso è in pensione?

– Sì.

– Se tornasse indietro, rifarebbe quello che ha fatto?

– Mah… – disse lui pensieroso, guardandomi negli occhi. Dopo  li abbassò, iniziando a ricordare – nui eru ‘n miseria.…  ses ‘n famija… a  Serravalle Langhe. Sensa la tera, con niante ‘d vigna… Sùn fàme trantesinc ani da Giuanìn Lamiera, da bati-lastra… sùn fame dij amìs… mi l’hai sempre travajà… sùn fàme la famija. Però grassie a Giuanìn Lamiera sùn catàme ‘n alogg al Nich-lin… mia  fija adèss a l’è ‘nfermèra alle Mulinette… mè fiol studja da avucàt…se tùrn ‘n darera?  No. Mi stòn bin màc adès  che sùn ‘n pensiùn…. vita grama… adèss  le fabriche le fàn ‘n Cina.  Adès a sùn cui là che fan vita grama… (Noi eravamo poveri… sei in famiglia… a Serravalle Langhe. Senza terra da coltivare, con niente  vigna…  Mi son fatto trentacinque anni da Giuanìn Lamiera, come battilastra… mi son fatto degli amici… ho sempre lavorato… mi son fatto la famiglia. Però grazie a  Giovannino  Lamiera  mi son comprato un alloggio a Nichelino… mia figlia adesso è infermiera alle Molinette… mio figlio studia da avvocato… se tornerei indietro?… No. Io ho iniziato a star bene solamente adesso che sono in pensione. … vita  dura… Adesso le fabbriche le fanno in Cina. Adesso sono quelli là che fanno la vita dura … )

Intanto il lavoro di ripulitura con pennello e acqua ragia diluita era quasi terminato. Restavano alcuni boccoli di pelo verniciato e indurito da tagliare con le forbici. Poi salutai tutti i presenti e portai il micio nella clinica per tutte le terapie reidratanti del caso. Il gatto fu rimandato a casa tre giorni dopo, ma per eliminare anche gli ultimi grumi di vernice secca si decise di rasarlo quasi completamente. Raccomandai la signora di acquistare un integratore alimentare specifico. Il trattamento funzionò egregiamente tanto che “il Metallizzato”, come venne scherzosamente battezzato nel condominio, in capo ad un mese era più bello,  conosciuto e vezzeggiato di prima. ⊗

IL CURIOSO MONDO DEGLI ANIMALI ritorna sabato 7 giugno

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≡ Elaborazioni grafiche di Giuseppe Rissone – Fotografia da pixabay.com ≡



 

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