Su quanto e perché ci accade in prossimità
∼
Qualche giorno fa, per l’esattezza giovedì ultimo di aprile, ho evidenziato sulla chat WA di bradipodiario come il mondo è stretto sotto assedio da un male tanto misterioso quanto assurdo ed atroce. L’occasione è stata l’atto di pura pirateria perpetrato dalla masnada israeliana a danno dei soccorritori della Sumud Flotilla, in seguito sequestrati, torturati. L’ho fatto io non appena appresa la notizia, ma poteva essere qualsiasi altro che di noi sentisse l’impulso di condividere il senso di aberrazione che essa ha suscitato.
Avrei potuto accennare in vece all’Africa Subsahariana, martoriata da oltre 30 annosi conflitti, fra cui l’obliterata ecatombe in Sudan; oppure all’Ucraina; allo Yemen ed al Myanmar; e via di seguito per i 56 teatri di guerra, tutti generosamente alimentati con le nostre economie e produzioni di morte. Avrei potuto sottolineare il “nulla pedagogico”, neanche politico, seguìto alle angosce ed ai lutti della pandemia; oppure in esito alla tentata svolta autoritaria in Italia, evitata col referendum dello scorso marzo.
Ma la vivida sensazione è che le reazioni sarebbero state sempre le medesime: un commento scritto di chi ci coordina e 3 feedback fra emoticon e link. Finito. E non perché la nostra piccola cerchia bradipa sia composta da persone insensibili, ottuse; siamo l’esatto opposto.
Allora cos’è che ci rende talvolta stanchi e indolenti, di fronte ai comuni presagi, ai nostri crimini diretti a cose e persone della Casa comune di papa Francesco; “sonnambuli” a noi stessi , come commentava il rapporto Censis del 2023?
Me lo chiedo con ossessiva curiosità, candidamente indignata. Ho provato a fissare un elenco d’ipotesi più o meno recondite:
– ti do ragione, nostra culpa, ma cosa possiamo farci?
– si tratta di un’operazione di polizia preventiva, niente di più
– è una ricostruzione fake di AI, da verificare
– non metto parola su questioni distanti da me
– avevano solo da starsene a casa a lavorare, ‘sti radical in barca a vela
– commento più tardi, ora non ho tempo
– già mi stai sommamente antipatico quindi non ti considero…
Tutte certamente plausibili; solo mancanti di un filo che le leghi insieme; un comune denominatore.
La solita riflessione di spicciola sociologia o di politica contingente, di corto respiro, non sortirebbe un granché. Risalendo agli albori della cultura occidentale, la sorte mi fa incontrare il filosofo Eraclito da Efeso: “[…] ma agli uomini sfugge quello che fanno da svegli, edi quanto fanno dormendo non ne hanno ricordo. Un richiamo alla piena consapevolezza di sé, di cosa siamo mediante l’uso del pensiero profondo, tradotto nella parola, il logos. Chini sulle ragioni del nostro ego, il giardinetto personale, alla rincorsa del tempo a disposizione per soddisfare necessità in buona parte indotte, stimoliamo più l’automa che l’anima, più il processo che l’intenzione; di modo da non essere più, perché si è solo rialzando lo sguardo a ciò che è avanti a noi, alla relazione con la prossimità, per riconoscere ed esserne riconosciuti. È tutto qui il seme delle nostre paure, per il diverso da noi o per una presunta coscienza di cui ci possa insidiare l’intelligenza artificiale: non “sentirsi” più.
Avvicinandoci al secolo scorso, il messaggio pervenutoci è che per ripristinare l’unità con la bellezza del mondo, si inframezza invariabilmente la sofferenza: quella vissuta nelle trincee della Grande Guerra o nel corso del più lungo assedio che una città abbia mai patito, Sarajevo. Lì, riferisce Giuseppe Ungaretti nelle sue raccolte scritte sotto il fuoco austriaco, o il bosniaco Izet Sarajlic, il poeta faceva il turno di notte per non arrestare il cuore del mondo; ricordando che le persone ridotte a topi, sbucavano in vita dai loro rifugi per assistere a serate di poesia, nel buio di una città priva di luce, elettrica e divina. “Sperimentavano”, commenta *Erri De Luca “che in una guerra solo i versi sono capaci di correggere a forza di sillabe miracolose il tempo sincopato dei singhiozzi, il ragtime delle granate, l’occhio di un mirino addosso. I versi portano la responsabilità della parola ammutolita”.
Non è il marchio, la casella che ormai a ritmo quotidiano assegniamo a questa o a quella atrocità; ma sono l’umanità, la democrazia priva di parola non più consapevole di sé a consumare ognuno dall’interno, ad implodere. Non c’è nessuna guerra atomica o convenzionale, nessun barbaro, violento e stupratore ad assediare le nostre vite da fuori della trincea. Tanto per cambiare, i barbari senza poesia siamo noi, singolarmente uno ad uno noi. È la nostra guerra civile: la parola di noi tutti contro se stessa.
(*) dalla prefazione de Chi ha fatto il turno di notte di Izet Sarajlic – Einaudi
Foto di copertina: Gian Michele Spartano
Tempio Aperto ritorna lunedì 22 giugno 2026
La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti





Lascia un commento