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Il Luogo E Il Sacro

Rino Sciaraffa

Lo spazio nelle tradizioni religiose

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Questo spazio su bradipodiario, da oggi in poi, lo dedicherò al racconto di luoghi sacri in diverse parti del mondo, attraverso l’occhio curioso di chi vuole scoprire e farsi “scoprire” dalle culture religiose e dalle varie culture.

 

L’uomo è un essere situato e vive uno spazio specifico: nasce in un luogo, cresce in un luogo, muore in un luogo. Ma i nostri luoghi di vita sono circondati da luoghi del sacro, sotto diverse forme e spazi. Ci sono luoghi davanti ai quali ci si toglie le scarpe, si abbassa la voce, si cammina in un altro modo. La domanda è perché.

 

Mircea Eliade – storico delle religioni e antropologo rumeno – ha descritto la differenza tra spazio profano e spazio sacro come una rottura di omogeneità. Lo spazio profano è un’estensione uniforme, senza direzione e senza punti fermi. Quello sacro è un luogo dove qualcosa irrompe, una ierofania, e che da quel momento diventa un centro, un axis mundi attorno al quale il mondo si orienta. Senza un punto fisso, scrive Eliade, nessun mondo può nascere: l’uomo ha bisogno di un luogo perché ha bisogno di un orientamento, e l’orientamento è già una forma di senso.

 

C’è però una ragione ancora più profonda. L’uomo è un essere finito che intuisce l’infinito e non sa dove abitarlo e conoscerlo. Il luogo sacro è la risposta a questa vertigine: un punto preciso, misurabile, in cui l’indicibile accetta di avere un indirizzo. Per questo il sacro è sempre una concessione: l’Eterno che si lascia incontrare in un tempo e in uno spazio.

 

Le tradizioni religiose rispondono in tre modi, che spesso si intrecciano. Il luogo sacro è connotato da tre diverse traiettorie: E’ un luogo nel quale Dio si è manifestato, o nel quale un suo profeta ha parlato in Suo nome o perché una comunità religiosa, trova in un luogo specifico, qualcosa che richiama il trascendente. La pagina biblica ricorda un Giacobbe, in fuga, si addormenta con una pietra per cuscino e sogna una scala tra cielo e terra. Al risveglio dice: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo… Questa è la porta del cielo» (Genesi 28). Il luogo era già lì: è cambiato lo sguardo. Così per il roveto ardente, dove Mosè riceve l’ordine di togliersi i sandali, e per il Sinai. Bodh Gaya, dove il Buddha raggiunse il risveglio; Lumbini, dove nacque; la grotta di Hira, dove secondo la tradizione islamica scese la prima rivelazione.  Per i cristiani i luoghi di nascita e di morte di Gesù, insieme alla sua presunta tomba. Il luogo diviene memoria incarnata: la storia si deposita nella pietra. La sacralità può essere anche sedimentazione. Dove generazioni hanno pianto, cantato e sperato, lo spazio si carica di una densità che non si spiega, ma si avverte. Spesso i luogi sacri diventano spazi di memoria e storia è lo è per eccellenza è il Tempio di Gerusalemme, dimora della Shekhinah, la presenza divina. Dopo la sua distruzione, il popolo ha imparato a portare il sacro con sé: la sinagoga è «piccolo santuario» e il tempo, lo Shabbat, diventa una cattedrale itinerante (Heschel). Non a caso uno dei nomi rabbinici di Dio è HaMakom, «il Luogo»: Dio stesso è lo spazio in cui il mondo sta. Nel cristianesimo c’è e permane un paradosso fecondo: Gesù dice alla samaritana che né su quel monte né a Gerusalemme si adorerà il Padre, ma «in spirito e verità» (Giovanni 4). Il Nuovo Testamento sposta il tempio dalla pietra alla persona: il corpo di Cristo, poi la comunità, poi il credente stesso (1 Corinzi 3). Eppure il cristianesimo non ha mai smesso di costruire luoghi, perché la fede nell’Incarnazione dice che Dio ha scelto di abitare la carne e la geografia: Betlemme, Nazaret, Gerusalemme. Il luogo non è più necessario a Dio, ma resta necessario all’uomo. Un paradosso tra testo sacro e prassi di fede, tra necessità completamente trascendente e desiderio di immanenza del divino.

 

Accezione che si trova anche nell’Islam: La Mecca, con la Kaaba, è il centro verso cui ogni musulmano orienta la preghiera, cinque volte al giorno, ovunque si trovi. Ma una tradizione attribuita al Profeta afferma che «la terra è stata resa per me moschea e luogo di purificazione»: il sacro è concentrato in un punto e insieme diffuso ovunque, ed il  pellegrinaggio, l’hajj, è il movimento dell’intera umanità verso un’unica direzione. Nell’Induismo invece la terra stessa è sacra, e i tirtha, letteralmente «guadi», sono luoghi dove il mondo divino e quello umano si attraversano. Il Gange, Varanasi, Rishikesh: camminare e bagnarsi significa attraversare una soglia. Il tempio è la casa del dio, che vi è realmente presente nell’immagine, e lo sguardo reciproco (darshan) è già una forma di comunione.

 

Nel Buddhismo luogo non contiene il divino, ma ricorda il cammino. Stupa, monasteri e alberi della bodhi sono segnali che indicano una possibilità: ciò che è accaduto a un uomo può accadere a ogni uomo ed il pellegrinaggio è una pratica di consapevolezza, e ogni passo è già parte del percorso. Singolare è il passaggio verso le religioni naturali, le più ancestrali, come per per gli aborigeni australiani, dove l’Uluru è parte di una trama di «piste dei canti» (songlines) che ha creato il mondo e che il canto continua a mantenere. Nello Shintō, boschi, rocce e cascate sono dimora dei kami, e il torii segna la soglia oltre la quale si cambia respiro. Qui il sacro non si costruisce: si riconosce e si custodisce.

 

Al di là delle differenze, c’è una grammatica comune: la soglia, il gesto che segna un passaggio (scalzarsi, purificarsi, tacere, orientarsi), e il ritorno, perché nessun luogo sacro è fatto per trattenere. Si sale al monte per scendere diversi.

 

Simone Weil scriveva che l’attenzione è la forma più rara e pura di generosità. Forse il luogo sacro serve proprio a questo: a educare l’attenzione. In un mondo che ci disperde, ci dà un punto in cui raccoglierci, e in quel raccoglimento l’uomo scopre che la sua inquietudine non è un difetto ma una domanda, e che il luogo è il modo in cui l’infinito, per pietà della nostra finitezza, accetta di farsi incontrare.

 

Giuseppe Rissone

 

Il Mondo In Parole Povere prossimo appuntamento 9 dicembre 2026

 

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