Annotazioni intorno ad una vicenda
di cultura del nostro tempo
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“Fuori luogo” è una locuzione che evoca storie anarchiche o inenarrabili. E così sia, quella che va mantenuta è la sacralità della parola, perché questa è una storia dell’ennesimo tentativo di mortificarne la libertà, il significato e la funzione.
I FATTI (se non li conoscete)
Una storia potrebbe cominciare da un letto, da una corsia di supermercato, da una telefonata, dal bordo di una piscina… Questa inizia da un pulmino che percorre una polverosa strada sulla terra rossa e calcarea dell’apulo-barese, in direzione di Bisceglie. È l’ennesima defatigante tappa dello “Strega Tour“, per la promozione coatta delle sei opere finaliste dell’omonimo premio, da nord a sud dello Stivale. È il 18 giugno e quel giorno gli scrittori a bordo del furgoncino sono in realtà quattro. Inoltre è presente un’operatrice della Fondazione Bellonci, l’ente promotore del Premio. Fra gli altri, Michele Mari, col suo “I convitati di pietra” (già Premio Strega-Giovani 2026) e Teresa Ciabatti, autrice di “Donnaregina”. Lui è docente in congedo di Italianistica alla Statale di Milano, una bibliografia ricca di 23 opere che spaziano in un colto e raffinato eclettismo dal genere gotico, alla fantascienza al noir; era, al momento dei fatti, l’indiscusso favorito per la vittoria finale (1). Lei, dopo la laurea alla Sapienza di Roma frequenta due mesi di scuola Holden, ma esordisce già a 27 anni con “Adelmo, torna da me”, per Einaudi. Seguono un’altra decina di romanzi (fra cui “La più amata”, finalista dello Strega 2017) e di altrettante sceneggiature. Insegna tecniche di scrittura: 325 euro per le sue 4 lezioni online. Particolare di rilievo, è stata molto amica di Michela Murgia.
In quel viaggio gomito a gomito i due hanno conversato sulla scrittrice scomparsa tre anni fa; Mari ha rievocato alcuno dei loro incontri, trainati dalla notoria esuberanza della Murgia; ne nasce fra i due streghiani un dialogo probabilmente dai toni sopra le righe. Ed è in questo esatto punto della nostra storia che sfuma ogni certezza sulle parole realmente usate da Ciabatti e Mari. Sta di fatto che su La Repubblica online del giorno successivo, il 19, a firma di Raffaella de Santis, vengono attribuite a Mari le seguenti frasi: “Michela Murgia per il suo aspetto fisico era intransigente“; e poi, sempre riferita alla Murgia “Le persone insoddisfatte e che non piacciono diventano rabbiose“. Espressioni subito smentite nettamente dallo scrittore. Ne è seguita una bagarre su ogni mezzo di informazione ed ahinoi sui socialmedia, che hanno aperto una disfida nazionale fra chi, pochi, ha preso le parti di Mari e chi lo ha seppellito di sessismo, maschilismo, patriarcato e così via di strilli femministoidi (2), nient’altro che urlanti: lo confesso, mi sono sentito, non appena appresa la diatriba, una briciola di Mari. Mi spiego.
COSA S’È DETTO?
Intanto, la circostanza che quelle dichiarazioni siano state tutt’altro che verificate/confermate dopo la smentita, ha prodotto l’accelerazione del tritacarne mediatico, grazie al contributo di chi gode di minima eco: ogni articolo, ogni post della nostra intellettualità, virtualmente attiva tanto quanto fallita politicamente, sono partiti da quelle frasi virgolettate. Le bocche e le dita si sono riempite di sapientismo proto/post-(trans)femminista, dalle suffragette ai giorni nostri, sulla natura certamente becera di quelle parole; se effettivamente dette o no, ecchissene; se rischiano di distruggere uno scrittore fra i migliori dei nostri viventi, cada Mari con tutti i filistei!
PRIVATO NON È PUBBLICO
Inoltre, non s’è visto un intervento (prego in caso contrario di segnalarlo) ove si sia riflettuto a dovere sulla “genesi” di quelle parole, dette o non dette o diversamente dette. Qualunque cosa abbia potuto esternare Mari, lo ha fatto nel ristretto, limitato contesto di un van, quindi invariabilmente privato; ed il privato, con buona pace di tutti i cervelli irreversibilmente digitalizzati è e resta all’antipode del pubblico. Qualche sbandieratore femministoide, rendendosi conto dell’arbitrarietà di trasferire al pubblico ludibrio ciò che in privato sarebbe sorto e sarebbe dovuto morire, s’è caparbiamente inventato teorie sull’ambito aperto e libero della contesa, mettendo una toppa peggiore del buco.
DIFESA DEI DIRITTI E SOCIAL MEDIA
Questa storia farà da sfondo alla serata finale del premio, ma qui ci importa che il contesto culturale in cui si inscrive ci invia dei segnali che credo valga la pena di essere evidenziati.
Le causa femminile, al pari di quella in difesa delle minoranze, al pari di tutti i diritti umani e di quelli sociali, sono purtroppo destinati a regredire di altri cinquant’anni se, come tutto fa ritenere, si declineranno secondo il registro comunicativo oggi dominante qui sopra esposto. Fino a quando, in altre parole, non si comprenderà che il punto nodale non sta nell’uso estemporaneo, violento o meno della parola in sè, bensì nel reiterato tradimento dell’agorà, nel disfacimento della funzione storicamente assegnata al luogo di pubblico confronto delle idee. Esso si collocava nel punto più accessibile della polis greca – solitamente fra l’abitato ed il porto – poiché era il luogo eletto per la risoluzione conciliativa delle dispute, a partire proprio da quelle private; era l’ambito della riflessione collettiva e condivisa, nel superamento delle espressioni più estreme e divisive; funzionava insomma come l’officina in cui la comunità statuale ricuciva le piccole e grandi lacerazioni della sua convivenza. Da lì è fiorita la democrazia, e lì trova origine il nostro parlamentarismo.
Oggi, il ricorso ormai maniacale al mezzo tecnologico di comunicazione sociale, fa sì che l’individuo non debba confrontarsi più “anima più corpo” coi suoi simili ma, restando schermato come dentro ad una corazza dall’interlocutore, non ne riconosce più né le fattezze di suo simile, né lo scambio dialogico, tanto meno in forma negoziale; va da sé la polarizzazione delle posizioni nel dualismo amico/nemico. Dalla tirannia del messaggio unilaterale TV (3), si è passati ad una caotica lotta di reciproca sterile prevaricazione.
Nei sempre più rarefatti incontri in presenza, trionfa il grigio conformismo burocratizzato, frasi fatte e convenevoli, sorrisi innaturali; le decisioni prese altrove, verticali (4). La relazione, linfa del senso di comunità, resta una lastra di lamiera “fredda”, deprivata dell’intervento dei cinque sensi e della corporeità: non ho più il problema di riportare a casa integro un corpo; ed il pensiero, non più “osservato” cioè studiato dai sensi dell’altro, costituisce un corpus di parole scritte come scolpite sulla pietra; non ha più in tal guisa alcun significato il ricercare la via mediana, negoziale, fatta di con-quiste e con-cessioni, sfumato l’elemento unificante del riunirsi su un tema comune. Ne risulta un duello “ibrido” fendenti l’aria, che si perpetua caoticamente.
La mia provocazione per tutti e tutte a favore di una ricostituzione dell’agorà è allora di metterci “femminilità” nelle parole, disarmarle in ogni contesto dalla virulenta e virile aggressività, cui indistintamente attingiamo a piene mani.
(1) Quando verrà pubblicato l’articolo si sarà già svolta la gara.
(2) Utilizzo il termine “femministoide” in luogo di femminista per “par condicio” se, come sembra, si vuole evitare ogni ismo alle parole.
(3) Pasolini – La tv, i mass media e l’omologazione
(4) Lo svuotamento del ruolo parlamentare in Italia ed in altri consessi EU ne costituisce l’esempio più lampante.
Foto di copertina: pixabay.com
Fuori Luogo ritorna in autunno
La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti





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