Dei vizi e delle virtù del collezionista
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Nel mio lavoro in una pubblica biblioteca mi capita di essere spesso interlocutore di collezionisti intenzionati a donare le loro raccolte. Ho cominciato così nel tempo a raccogliere pensieri sul collezionismo in genere, attraversando, come mi piace fare, discipline diverse fra loro. Nelle righe seguenti mi ripropongo di amalgamare questi ingredienti in una chiacchierata su temi anche impegnativi, ma condita qua là da necessarie dosi di leggerezza.
La volontà del collezionista può avere infinite sfumature diverse naturalmente, ma un tratto comune può essere individuato nel bisogno della persona di esprimere se stessa con la scelta, la cura e la conservazione di qualcosa che la rappresenta.
A volte però questa propensione può diventare psicologicamente problematica e la psicanalisi è stata chiamata a considerare con attenzione questi casi. La psicoanalisi si è occupata tra le altre cose anche del collezionista patologico.
Una proiezione ossessiva verso gli oggetti delle proprie raccolte è stata indagata anche dalla letteratura della quale vorrei esplorare due casi interessanti. Cito il noto romanzo “Utz” di Bruce Chatwin che ha come protagonista la figura di un collezionista di porcellane. Utz è un collezionista che vive a Praga sotto il regime comunista. Non è un uomo cattivo, ma dalla lettura impariamo che nella cura della sua collezione accoglie con gioia i cataclismi solo perché scaraventano sul mercato nuove opere d’arte: e così le guerre, i pogrom, le rivoluzioni che, come dice spesso, offrono ai collezionisti opportunità eccellenti. Può sembrare un predatore, uno sciacallo, ma forse lui si considera più un salvatore che sottrae alla scomparsa oggetti profughi restituendo loro una dimora, affetti, una famiglia, e assicura un futuro più felice alle cose. Quando si stabilisce una forte relazione affettiva con gli oggetti può capitare quasi di umanizzarli. Questo fenomeno raggiunge il suo apice in quell’altra figura letteraria, che avevo già citato nella parte I° di questo mio scritto, cioè il bibliotecario Kien. Questi arriva addirittura a considerare forme di vita gli oggetti della sua collezione, cioè i libri. Cito dal romanzo Auto da fè: I libri non avevano vita d’accordo… ma chi aveva mai dimostrato con prove veramente sicure che la materia inorganica è priva di sensibilità? Chi può mai sapere se un libro non provi in una maniera che noi non conosciamo la nostalgia per altri libri? … ogni essere pensante conosce momenti in cui i confini tradizionali tracciati dalla scienza fra mondo organico e inorganico gli appaiono superati… .
Utz e Kien, per ragioni diverse, saranno poi accomunati nel tragico epilogo della loro storia. Kien, come già suggerisce il titolo del romanzo Auto da fé, incendia la sua biblioteca nella quale ha riposto tutta la sua vita. Lo fa perché la vede assediata senza speranza dal mondo esterno, abbrutito dalla dominazione dell’idiozia umana, con la quale nessuna trattativa di sopravvivenza è possibile, se non a prezzo di inaccettabili umiliazioni.
E il povero Utz, sparisce e con lui sparisce la sua collezione di porcellane della quale non resta più alcuna traccia. Kaspar Utz preferirà in gran segreto distruggere la sua collezione di meravigliose porcellane piuttosto che lasciarle nelle mani di funzionari e freddi burocrati del museo staliniano che la voleva requisire “per il popolo”. Utz ci racconta come il suicidio della propria memoria sia preferito all’alternativa di una sua sopravvivenza marchiata da un’ideologia al potere ripugna e non lo rappresenta.
La dittatura comunista sovietica negava la proprietà privata e statalizzava la conservazione degli oggetti sottraendola ai proprietari; così facendo sostituiva forzatamente alla conservazione attenta, appassionata e competente di costoro, la burocratica custodia di indifferenti e incapaci funzionari. Non comprendeva il valore degli oggetti, e non li rispettava, ma li usava per i suoi scopi utilitaristici. Una società iper-burocratizzata come quella del romanzo Utz, affetta da un’aridità produttiva genetica, rastrellava e si appropriava dei beni materiali esistenti. All’estremo opposto c’è la nostra società, dove il consumismo regna sovrano, e le istituzioni pubbliche rimangono l’ultimo e più affidabile baluardo della conservazione in un’economia di mercato che mira sempre più a produrre cose nuove, e rottamare quelle esistenti. Non desta meraviglia che nel nostro paese, laddove qualcuno voglia assicurare un futuro ad una propria collezione, si rivolga agli amministratori pubblici, ai musei in particolare o alle biblioteche, quali principali custodi della memoria e spedizionieri di una “raccomandata” sicura con destinazione futuro.
Il collezionista Utz, nella dittatura comunista, doveva difendere la sua collezione dall’invadenza di uno Stato predatore che mirava ad appropriarsene per usi alieni a quelli di chi l’aveva costituita. Per contro, se Utz vivesse in un moderno paese capitalista, dovrebbe invece invocare l’aiuto dello Stato affinché l’integrità della sua collezione possa aspirare ad essere tutelata come un valore, anche solo morale, superiore alla sua monetizzazione.
Foto di copertina: Umberto Scopa
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