Domande complesse sul patriarcato
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Nell’ambito delle attività del laboratorio Ragnatela Di Parole Scritte – che si svolge presso l’Associazione Arcobaleno di via Virle 21 a Torino – nelle scorse settimane il gruppo delle partecipanti e dei partecipanti ha preso spunto da titoli di giornale per scrivere articoli. Il secondo che vi proponiamo è stato scritto da Maria Rosa Caire che ha lavorato sul titolo Le donne attraverso le crepe del patriarcato.
Al laboratorio di web scrittura, si vuole indagare la ragnatela delle parole attraverso “giochi” e riflessioni su aspetti della vita quotidiana: oggi ho estratto a sorte un titolo – che potete leggere sopra – di giornale per una personale elaborazione.
Penso alla reazione istintiva di molti: ancora “patriarcato”, oggi, da noi in Occidente, dove le donne hanno saputo far valere propri diritti e necessità e trasformarli in obblighi di legge?
E’ domanda complessa, a cui mi risulta difficile dare risposta sicura, univoca, tanti sono i diversi sensi, i modi, le conseguenze e i contesti da valutare in merito, la complessità dell’interpretazione della parola stessa, da cui parto per porre la distinzione tra patriarcato, maschilismo e macismo.
Si parla di sistema patriarcale come di una forma di organizzazione sociale, politica, economica che da sempre ha creato e trasmesso un “codice” simbolico di auto-affermazione di superiorità dell’uomo sulla donna, per il controllo della riproduzione, attraverso l’esercizio del potere in campo privato e pubblico, potere di “genere”, maschile.
E’ indicata col termine “maschilismo” l’ideologia che esprime la convinzione della superiorità biologica, psicologica e sociale dell’uomo sulle donne, espressa con le tre S: sangue (guerre), sudore (lavoro), sperma (discendenza).
Dal patriarcato derivano abitudini, stereotipi, linguaggi interiorizzati nel corso del tempo dal “genere umano” (quindi anche dalle donne) che si sono tradotti in differenze di valutazioni, disparità di trattamenti, competizione, scelte economiche familiari di dipendenza, diverse attribuzioni di compiti e ruoli, falsi binari di vittime e carnefici…
Il maschilismo aggiunge la forma mentis inconscia che giustifica il privilegio del maschio sulla base di una superiorità instaurata in lui dalla “natura”, superiorità che dalla forma fisica si estende a quella morale, si afferma come orgoglio “macho” che dichiara la donna trofeo di conquista; è mentalità che le donne per secoli hanno accettato, introiettato, attraversando inibizioni, sensi di colpa, passività, condiscendenza, sottomissione, disvalore, traumi all’interno del corpo e della psiche; oggi ancora si può esprimere come ricerca dei “valori tradizionali”.
Famiglia, stato, patria, nazione seguivano una logica verticale contro cui le femministe negli anni 60/70 si opposero lottando per l’autogestione del proprio corpo, per uno spazio di libertà e di uguaglianza, spazio di produzione più che di riproduzione, di gestione autonoma della fertilità.
Sapevano che il sistema patriarcale non era perfezionabile, ma andava sovvertito con forza, violando il desiderio di possedere e/o di essere oggetto del desiderio di possesso di un altro.
Non furono solo parole quelle gridate dal movimento femminista, né slogan vuoti ma un risveglio di coscienza e di appropriazione del proprio “corpo” per toglierne il controllo e la subordinazione all’uomo, unitamente alla voglia di visibilità e di presenza.
La proprietà aggredita era non solo quella delle cose, ma quella del corpo di una donna e, possiamo anche oggi aggiungere, quella della “intimità di soggetto” (vedere la discussione sulle modifiche alla proposta di legge sulla violenza sessuale) e la difficoltà di rendere “commensurabile”, di far rientrare in una “misura comune”, di mercato per così dire, tutti i “beni” che si vogliono scambiare. Possiamo chiederci: oltre che nei numeri (radice quadrata di 2, Pi greco …) esiste un “incommensurabile” privato, che trascende la possibilità di valutazione, di giudizio altrui?
Da quando, nel 1972 a New York fu scritto lo slogan “Il futuro è donna” per intendere le donne non come appendice della storia, ma soggetti capaci di leggerla, di viverla e di trasformarla, molte conquiste sono state fatte per scardinare il sistema patriarcale attraverso il progresso legislativo per il “diritto di famiglia”, il riconoscimento della parità e dell’uguaglianza giuridica e morale tra i coniugi, unita ai doveri di solidarietà, assistenza, collaborazione nell’ambito della famiglia “società naturale fondata sul matrimonio” dove si attua la comunione legale dei beni.
Per l’elenco completo delle leggi e dei decreti sulle nuove considerazioni della donna e del suo ruolo rimando alla lettura delle 34 pagine su “Le leggi per le donne che hanno cambiato l’Italia”, una guida cronologica a cura della CGIL.
Questo discorso è stato affrontato nel convegno patrocinato dal Comune di Torino per l’8 marzo festa della donna e per l’ottantesimo anniversario della concessione del voto alle donne, presso il Polo del 900: “Democrazia sostantivo femminile. 1946-2026: 80 anni dal voto delle donne”.
Nell’introduzione la vicesindaca, Michela Favaro ha rimarcato l’importanza di coltivare gli anniversari come aiuto a riflettere sull’oggi, su quali cambiamenti possono essere messi in campo dalla politica per la partecipazione di tutti alla vita della città, ai luoghi in cui fare partecipazione, in quanto il voto elettorale è momento solo iniziale di essa.
La riflessione della dottoressa Marila Guadagnini, già docente di Scienza politica – Unito, ha valutato invece le percentuali del non voto, dove l’astensionismo è in aumento, più marcato tra le donne, forse a causa del peggioramento delle condizioni di vita e all’aumento delle disuguaglianze, ma anche per una scelta critica rispetto alla politica, con la ricerca di forme alternative di partecipazione politica.
Come sensibilizzare i giovani ad andare oltre i contatti social, a riattivare un vero senso di comunità, di associazione, di possibilità di impegno anche in politica è impresa difficile, ma necessaria.
A questo proposito Mariapaola Ciafardoni, presidente dell’associazione Almaterra, ricorda come la partecipazione delle donne, soprattutto negli anni 70, abbia saputo ridefinire gli spazi della politica, trovando spazi autonomi di esercizio di pensiero e di azione (casa delle donne, lotte per divorzio, aborto, interruzione di gravidanza…) “Io sono mia” e “Il personale è politico” furono slogan significativi. Ci ha ricordato che, con la partecipazione al voto del 1946, la frase “il popolo sovrano” per la prima volta non coincideva con l’universo maschile.
La giornalista Milena Boccadoro ci ha fatto tornare con l’immaginazione al 2 giugno del 1946 mentre si rivedevano le immagini della scena finale del film C’è ancora domani di Paola Cortellesi: le donne si sentono protagoniste e si vestono a festa, rossetto su labbra che poi esprimono un canto, seppure ancora a bocca chiusa, mentre il viso e i corpi mimano un’azione.
Mia Caielli, professoressa di diritto pubblico comparato – Unito -, dopo aver ricordato le cinque donne nella Commissione dei 75 incaricati di redigere il progetto della Costituzione repubblicana, ci ha presentato gli articoli che portano il loro segno: l’articolo 3 – uguaglianza senza distinzioni di sesso, razza, lingua…-, l’articolo 37 – parità di diritti e retribuzione sul lavoro lavoro -, l’articolo 29 – uguaglianza tra coniugi -, l’articolo 30 – tutela dei figli nati fuori dal matrimonio -, l’articolo 51 – ammissione delle donne ai pubblici uffici e cariche elettive.
Ricorda che furono tempi di dialogo tra donne di posizioni diverse e di diversa militanza politica, che insieme seppero però indicare vie e mettere in atto risoluzioni comuni; oggi le posizioni diverse non sanno entrare in dialogo, ma insistono nella frattura che impedisce lo scambio reciproco per soddisfare la supremazia dell’io e il tentativo di affermare una posizione unica.
Posso concordare che oggi molte norme risultano recepite completamente, seppure con qualche intoppo nella pratica, mentre altre incontrano ancora resistenze, nebulose o farraginose applicazioni, non completezza (ad esempio per la tutela delle lavoratrici madri, consultori, protezioni contro il “crimine” della violenza sessuale, soppressione del “debito coniugale”…)
Credo che “parità” sia la parola chiave non ancora integralmente coniugata nel campo lavorativo/sociale (differenze nelle opportunità, parità di salario per uguali mansioni, accesso indistinto a tutte le cariche, scale di valore e di comando…) che va di pari passo con gli stereotipi che si manifestano nella sfera personale, ad esempio il dover considerare la maternità come una zavorra. Mi occorre qui ricordare che alle donne lavoratrici veniva fatto firmare un foglio di dimissioni in bianco, da usare in caso di sopravvenuta gravidanza/maternità: una legge di Romano Prodi aveva eliminato questa possibilità, riammessa poi da Berlusconi nel 2008 e nuovamente depennata dalla legge Fornero.
Possiamo concordare che spesso è il linguaggio, usato per anni come strumento di dominio, a resistere al cambiamento contro gli stereotipi di virilità, supremazia maschile, minimizzazione dei problemi, agli stereotipi della passività, dipendenza, debolezza delle donne, della loro “vocazione” al sacrificio. Alcuni esempi: “patria potestà”, “paternità di un’opera”, la parola “maternità” che ha radice in “mater”, mentre in “patrimonio” si individua facilmente la radice “pater”. La libertà femminile ancora fa paura e porta espressioni di scherno o porno…
“Le parole non sono innocenti” afferma Adrienne Rich, e Lea Melandri, ragionando sul fatto che tutti condanniamo la violenza contro le donne, afferma: “Non c’è liberazione senza una rivoluzione della coscienza maschile”.
Parlando poi del ruolo dell’informazione (TV, giornali, social) possiamo vedere come spesso sia fatta di slogan, si dilunghi sulla cronaca con racconti dettagliati, interviste a caldo, senza tentare un discorso di educazione, né di approfondire una cultura della relazione e non della competizione; si cerca un “ordine” che si fa esso stesso violento. Non ci chiediamo quali sono i nostri “paletti” fondamentali, quindi a quali gradi di tolleranza/intolleranza possiamo arrivare, quali inibizioni, passività, silenzi, necessità di apparire, di forzare gli atteggiamenti sono nel comportamento di ognuno, donna o uomo.Voglio citare alcune parole del discorso del nostro Presidente della Repubblica, in occasione della giornata internazionale della donna: …il voto alla donne rappresentò il traguardo per il quale tante si erano impegnate… Il percorso potrà dirsi concluso soltanto quando non si chiederà più alle donne di assumere, nei diversi ambiti della società, modelli di comportamento maschile per avere così riconosciuto il proprio ruolo, le proprie capacità e qualità. Finché questo non avverrà, continuerà a esserci una perdita di valori e di opportunità per l’intera società italiana… La presenza femminile nelle professioni o nelle istituzioni non è una questione di quote: è il segno di una Repubblica che riconosce e valorizza tutte le energie migliori di cui dispone. Le donne hanno dato molto alla Repubblica. E l’equilibrio non è ancora alla pari.
E continua, sulla violenza di genere: L’impegno di civiltà di consegnarla al passato non richiede soltanto il rafforzamento delle norme di legge e degli strumenti di tutela, ma richiede soprattutto di depurare gli animi da una mentalità distorta, che si alimenta di atavici pregiudizi e di ignoranza colpevole. Educare al rispetto in famiglia anzitutto, a scuola, negli ambienti di lavoro, è la risposta più efficace per costruire una società in cui nessuna donna possa aver paura o possa essere lasciata da sola. Da entrambe le parti, le risposte non saranno “contro”, ma dovranno essere “insieme” per un cammino comune di convincimento, abbandonando tutti gli “ismi” che si frappongono a superare lo scontro.
E per quanto riguarda le lotte femministe, tutto bene? Riporto alcuni brani di una intervista a Lidia Ravera sul suo libro “Porci con le ali” (supplemento di Repubblica, “Robinson”, del 1/2/26). Alla domanda se oggi sia meglio o peggio risponde: Apparentemente siamo più libere, ci laureiamo più degli uomini, abbiamo una donna Presidente del Consiglio, ma nella realtà continuiamo a guadagnare di meno, essere prese meno sul serio, essere ammazzate quando vi vogliamo lasciare. Quindi non c’è miglioramento nel profondo?: No, non c’è. Prenda il discorso sulla vecchiaia… Negli uomini l’età può apportare fascino, possono giocare altre carte, non soltanto il corpo, l’ironia, la cultura, il potere. Le donne no. E cita ancora l’esempio delle molte coppie composte da uomini uniti ad una donna più giovane senza che nessuno trovi nulla a ridire, mentre nei, rari, casi opposti si fanno mille congetture contro la donna. Ricorda che quando si è sposata “per gioco”: Volevo un letto, un pavimento, un uomo che si facesse carico di tutta la burocrazia dell’esistenza mentre io scrivevo romanzi.
Michela Marzano così si esprime riflettendo sulla sessualità/amore tra i giovani: Oggi… non un racconto, ma una prestazione. Non un incontro, ma un consumo.
E, possiamo continuare, non parole, ma emoticon, cuoricini e like. Il desiderio confuso con eccitazione, l’intimità come possesso, sessualità malleabile, maltrattamenti subiti per poter continuare a desiderare amore e a essere desiderate…
Ritornando al convegno sulla democrazia e il voto alle donne è seguito l’intervento della dottoressa Vera Tripodi, del Politecnico di Torino, ricercatrice in Filosofia morale: riflettendo sulle difficoltà per le donne ad essere riconosciute come soggetti di conoscenza nello spazio pubblico e privato, le definisce “ingiustizia epistemica”, e parla di “ingiustizia sistemica”, per cui alcuni gruppi (indigeni, minoranze, donne) vengono marginalizzati con norme e pratiche che perpetuano le disparità, e di “ingiustizia ermeneutica”, la mancanza di strumenti per comprendere l’esperienza, di vedere un “torto” come un torto (ad esempio, le molestie sessuali per secoli si sono tollerate, senza viverle come un affronto, un torto)
A causa dell’ingiustizia sistemica, le donne hanno molte maggiori difficoltà ad avere credibilità, mentre spesso siamo propensi a riconoscere ad alcuni soggetti, uomini, più competenza, fino ad un eccesso di credibilità (ad esempio fidarsi maggiormente di un chirurgo, dentista … maschio). Sono meccanismi inconsci legati a stereotipi di cui nessuno è immune.
La dottoressa Tripodi porta poi la riflessione sulla misoginia, l’atteggiamento di disprezzo, di odio nei confronti delle donne, in particolare di quelle che non rispettano ruoli assegnati e vi si sottraggono. Il ruolo assegnato alle donne è quello di dispensatrice di bene: sesso, cura, ammirazione…
Denigrazione, umiliazione, controllo, limitazione della libertà, “punizioni”, violenza fino al femminicidio ne sono le manifestazioni, ai nostri giorni uscite allo scoperto. Il suo discorso termina con l’invito a rileggere “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen.
Voglio ricordare la scrittrice e psicoterapeuta Virginia Satir che invitava le donne a rileggere se stesse e a come avere il coraggio di definirsi: “Non dobbiamo permettere alle limitate percezioni degli altri di definire chi siamo”, “Nessuno può convincerci a cambiare. Ognuno di noi custodisce una porta del cambiamento che può essere aperta solo dall’interno.”
Oggi mi sembra particolarmente importante considerare questa sua dichiarazione: Voglio poterti amare senza aggrapparmi, apprezzarti senza giudicarti, invitarti senza insistere, lasciarti senza senso di colpa, criticarti senza biasimarti, aiutarti senza umiliarti; se vuoi concedermi la stessa cosa, allora potremo veramente incontrarci e aiutarci reciprocamente a crescere.
Chiudo questa esposizione formulando una domanda a cui non so dare sicura risposta: il disorientamento che oggi colpisce alla radice costruzioni educative millenarie, come famiglia e matrimonio, può risalire anche alla crisi del patriarcato?
Immagine di copertina: Giuseppe Rissone
Ragnatela Di Parole Scritte ritorna lunedì 20 luglio 2026
La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti





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