La sua utilità nelle demenze senili e Alzheimer
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Nel nostro consueto appuntamento dedicato alla salute e alla prevenzione vi propongo due relazioni distinte – oggi la prima la seconda nel quindicinale online il 2marzo 2026 e tratte dalle conferenze tenute al Molecular Biotechnology Center di Torino, organizzate dall’Associazione Piú Vita In Salute. Le relazioni sono a cura del giornalista scientifico di Ernesto Bodini.
La nostra era ci porta a considerare con più attenzione tutte quelle patologie che coinvolgono la mente umana, in particolare le demenze senili. Argomento sul quale è intervenuto il prof. Innocenzo Rainero, illustre neurologo e neurofisiologo all’Ospedale Molinette di Torino che, nello specifico, ha trattato il tema: È possibile prevenire la malattia di Alzheimer?
Va subito detto che sta emergendo tutta una serie di indicazioni atte a modificare lo stile di vita che può cambiare il rischio o il decorso di questa malattia. «Noi medici – ha esordito il relatore –, quando abbiamo affrontato la tematica dell’Alzheimer siamo stati poco più che frenologi (il riferimento è alla teoria scientifica affermatasi nel sec. XIX e oggi abbandonata, secondo cui dalla conformazione del cranio è possibile risalire allo sviluppo di certe zone del cervello, sedi di particolari funzioni psichiche, ndr), limitandoci ad osservare poche caratteristiche e questo purtroppo è ancora un atteggiamento diffuso nella classe medica. Si tratta (o si tratterebbe) di cambiare mentalità, ossia bisogna fare un salto di qualità significativo».
L’Alzheimer (d’ora in poi M. di A.) è molto diffusa tanto che si riscontrano soggetti anche molto giovani (in età presenile), in cui si fanno diagnosi preliminari di questa patologia. C’è chi sconfortato dice che non vi siano cure per il trattamento di questa patologia, altri sostengono che è possibile prevenire le demenze, ossia tutte quelle che hanno un deficit cognitivo. Ma quali risposte si possono dare? «È bene – ha spiegato il clinico – fare una distinzione fondamentale tra il termine demenza e il termine M. di A. Nel primo caso si tratta di un quadro clinico che presenta un insieme di sintomi, ma ci sono diverse malattie che possono causare una demenza; un altro concetto non meno importante consiste nel fatto che si dovrà cercare di diagnosticare le malattie che possono causare demenza il più precocemente possibile, al fine di prevenire quadri clinici particolari».
È stato calcolato che nell’arco di 40 anni la prevalenza delle demenze triplicherà, causando conseguenze su tutti i sistemi sanitari. Nel nord America il numero di questi pazienti è più basso, mentre in Europa che ha una popolazione più anziana, andrà incontro ad un raddoppio di pazienti con questa patologia, così come anche gli altri continenti vanno incontro a questo “fenomeno sociale”. Le Società americane dei pazienti con M. di A. spesso promuovono queste indagini: ogni 3 secondi in tutto il pianeta si ha un nuovo paziente affetto da questa malattia (entro il 2050 si passerà da 50 milioni ai 150 milioni di pazienti). Alcune nazioni hanno attivato dei “Piani nazionali per le Demenze”: in Italia, ad esempio, nel 2014 è stato preparato un piano per strutturare i Centri che si occupano di questa malattia che, però, per sette anni non ha avuto alcun finanziamento… a fronte anche del fatto che la M di A. è la più diffusa, oltre alla Other diseases, demenzia di Lewi Bodries, demenza frontotemporale, demenza vascolare (con vasculopatia cerebrale). «Si tratta di capire il prima possibile – ha spiegato il relatore – qual è la malattia che sta provocando il deficit cognitivo, e cercare di intervenire per modificare la progressione della patologia stessa. Oggi sappiamo che nel cervello di questi pazienti ci sono due grosse alterazioni: la formazione di placche di materiale proteico (placca senile) e il groviglio neurofibrillare, ossia la precipitazione all’interno della cellula fondamentale (neurone), una struttura proteica anomala. Il paziente con M. di A. non ha solo un problema di memoria o di altre funzioni cognitive, ma anche degli importanti problemi dal punto di vista emotivo: nelle fasi più avanzate avrà allucinazioni, deliri, grave depressione (maggiore) dell’umore, e il quadro clinico nasce dalla sovrapposizione di questi gruppi di sintomi».
La strada dell’Alzheimer è ancora molto lunga: le ricerche degli ultimi vent’anni hanno dimostrato che prima che il paziente sia sintomatico possa avere, ad esempio, problemi di memoria, alterazioni di alcune proteine per almeno un ventennio; quindi si hanno normali fenomeni di normale invecchiamento cerebrale, ma all’interno dei soggetti con normale evoluzione in alcuni il cui percorso è già iniziato, entrano in quella prima fase nota come “deficit cognitivo”, ma non ha ancora una demenza e successivamente entra nella fase conclamata della malattia. Si tratta di fare una diagnosi precoce, quindi quando non c’è ancora un danno grave al cervello. Ma nel contempo, in fase preclinica, che cosa sta succedendo nel cervello e come fare una diagnosi precoce di M. di A. e studiare le fasi preliminari? «Ciò attraverso i biomarcatori, – ha suggerito il prof. Rainero – ossia una serie di esami “personalizzati”, e tra questi si tratta del prelievo del liquor cerebrospinale, al fine di misurare le concentrazioni di determinate proteine; poi sono possibili le neuroimmagini funzionali, test genetici per verificare l’entità della sintomatologia clinica».
Sulle cause della M. di A. il relatore ha precisato che è multifattoriale, quindi non vi un’unica causa. Da un lato ci sono i fattori genetici che possono predisporre il soggetto alla malattia, ma su questo vi sono molti fattori scatenanti di carattere ambientale e, agendo su questi, si può ipotizzare una strategia di prevenzione. «Le cause genetiche – ha sottolineato – sono state studiate a fondo, ma le forme monogenetiche (di un solo gene) sono molto rare; la maggioranza sono forme multigeniche, ossia sono diversi i fattori di rischio che predispongono alla malattia: storia famigliare, età, etc. Inoltre, un fattore di rischio può essere modificato e può diventare “protettivo”, come ad esempio fare attività fisica regolare, stimolando il livello cognitivo, l’assunzione di alcuni farmaci, e il controllo del rischio vascolare. Tra quelli modificabili vi sono l’ipertensione, l’attività fisica, il non fumare etc.».
Sul concetto di prevenzione il clinico ha evidenziato quella primaria che è riferita a norme di comportamento; quella secondaria, è relativa a soggetti che iniziano ad avere dei disturbi, nei quali si attivano meccanismi specifici di prevenzione in relazione all’età; e in quella terziaria il soggetto è già patologico e pertanto si cerca di rallentare l’evoluzione della malattia stessa.
Quattro anni fa l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha realizzato una pubblicazione con una serie di indicazioni per prevenire il deficit cognitivo e quindi la demenza. Essa contiene i cosiddetti 12 punti da seguire: attività fisica, sospensione del fumo di tabacco, corretta alimentazione, controllo dell’abuso di alcool, stimolazione cognitiva specifica o generica, attività sociale, controllo del peso corporeo (sovrappeso), controllo dei rischi vascolari (ipertensione, diabete, dislipidemie), trattamento della depressione dell’umore, e il trattamento dei deficit sensoriali, in particolare l’ipoacusia. «Tutti questi fattori – ha concluso il professor Rainero – hanno fatto considerare che il 40% delle cause di M. di A. sono prevenibili; quindi, sulla base di dati scientifici, agendo su questi fattori si può ridurre l’incidenza dei casi di questi pazienti. La ricerca scientifica è sostanzialmente progredita per comprendere le cause e le possibilità di strategie terapeutiche per tutte le malattie con demenza».
Nel prossimo appuntamento vi proporremo la relazione della conferenza tenuta dallo psicologo e musicoterapeuta Antonio Mauro Sarcinella, presidente dell’associazione “Seven Arts”.
Foto di copertina: Laura Rissone
Più Vita In Salute ritorna lunedì 2 marzo
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