Un Uomo Estremo
Dedica ad un uomo che vuole saldare cielo e terra
⊆ Il tempo liberato con l’esodo dal lavoro dipendente non ha certo mitigato una sottile costante inquietudine sociale, che mi ha indotto a bussare presso associazioni, partiti, sindacato. Ingenuità! mi si è aperto un ventaglio per lo più spiegazzato da misero arrivismo, ingrigito da insipienza, orlato da verticismo: impossibilità di proporre un pensiero, un’idea che non fossero preconfezionati dall'”alto”. Al più, ho colto entusiasmo da una gioventù volta alla politica, affamata di giustizia, ma disorientata dal corto respiro di un’azione priva di una prospettiva ideale.
Accantonato il sottovuoto che è oggi l’impegno in politica, mi sono rimbalzati in mente un nome, una smorfia del viso sprofondata nel pensiero; ed una frase che risuonava così: “il volontario è chi opera per gli ultimi, con il netto proposito di scomparire una volta che lo Stato riassume il suo ruolo sociale”.
Questo è Pio Luigi Ciotti, “don” Ciotti per chi crede, Luigi per chi lo aiuta nelle varie articolazioni del Gruppo Abele. Solo “Ciotti” per me, come una mattina non lo chiamò l’insolente maestra elementare -apostrofandolo “montanaro”- che lui colpì con un calamaio, primo atto da ribelle all’ingiustizia terrena.
Dopo quelle parole di circa 40 anni addietro, mi è riapparso in mezzo alla gente alcune settimane fa, per la presentazione del bilancio 2024 e della rinnovata struttura del Gruppo. Un po’ ingobbito sopra una biro blu che appuntava il suo intervento, ma con la stessa determinazione a far riconciliare la Terra ed il Cielo: la “strada” gliela indicò un incontro dell’adolescenza le cui narrazioni sfumano nel mito, con un barbone, sofferente ma colto, che la vita volle trascinare dalla dignità ad una panchina di un giardino.
Il 2025 è per Ciotti “pluri-giubilare”: 60 anni dalla fondazione del Gruppo Abele, 30 da quella di Libera, 80 di una vita sempre segnata dall’accoglienza dei reietti e dall’oratoria balistica di tanti altri “calamai”.
In ogni suo atto vedo un uomo estremo e di pudore estremo, come i sedimenti della roccia dolomitica sua natale. Ventenne, schiude le porte del primo Gruppo denominato “Gioventù”, ai ragazzi spersi in alcool e anfetamine lungo i margini del boom industriale torinese, proprio nel borghesissimo quartiere della Crocetta. Passando per “Padre” Michele Pellegrino, che lo scansiona e gli affida l’esclusiva “Parrocchia della strada” sulla Via dei Disperati, senza numero. Poi giù, giù alle radici più viscerali del malessere, contro tutti gli sfruttamenti e le mafie; osando al fianco delle loro esauste donne e madri. Ed è tutto questo che gli rende carne viva il dogma della “Trinità”; parola quasi mai pronunciata nel suo pullover blu-notte, ma solo con la stola al collo. Terra e Cielo, il pudore estremo.
A quasi 80 primavere percorre in lungo ed in largo ogni sentiero della vita nel ed oltre l’ordinario, sul filo di una silente, a volte faceta a volte passionale ambizione di essere e non esserci al tempo stesso. Ovunque pedinato da grossi angeli tatuati, che ti chiedi se siano lì a proteggerlo o a colpirlo nelle sue “fragilità”. È tutto estremo in lui ed intorno a lui, quindi profondamente umano.
Quando sale sul palco della sala delle “E” gremita, cala un silenzio d’ovatta spessa, che solo lui può rompere richiamando a sé i Consiglieri uscenti.
Che le parole risuonino i pensieri, parole macinate, reiterate, da digerire subito. I miei appunti mentali sono subito rapiti dalla mimica marcatissima, quasi lui volesse tendersi e venirci accanto a sussurrare l’impronunciabile, ad occhi chiusi, strizzati, che guardano e chiedono che tu raccolga: “siamo ancora qui ma sulla strada più impervia e…non temere, rimani giovane di pensiero, sii nuova presenza, sovversiva, non santificarmi, non erigermi ad ultimo presidio sociale, ‘ché sei pure tu, questa società”.
È da questo singolare contesto sociale che ho rivissuto atti di Politica e chiesto di fare qualcosa per quel che oggi posso; “con” Ciotti perché, varcata la soglia della Fabbrica di pensiero e carità che ha realizzato, la sensazione è netta: lì è un suolo fertile e felicemente orizzontale, aperto, comune.
Le verticalità appartengono alle immote montagne salutate a cinque anni; ed alle altre vette, che lo fan sentire giovane stambecco. Qui a valle, sono quelle più sfidanti dell’indifferenza, cui ci lasciamo circondare e che Ciotti ci esorta ogni giorno col suo Dio a prendere a pedate. Grazie a te, che diventa un “noi”, la speranza non è solo una parola. ⊇
TEMPIO APERTO ritorna ad ottobre





Dall’articolo si evince un’ ammirazione profonda ed autentica per Don Ciotti, che in effetti ha fatto molto per gli ultimi.
Esalta i tratti suoi profondamente ed eccezionalmente umani, senza retorica e con un timbro efficace, rivelatore della sua autenticità terrena. Tuttavia la sua pervicacia, la sua forte ostinazione nell’affrontare faccia a faccia il male, mettendo a rischio la sua persona, possono essere ricondotte alla semplice audacia di un uomo o non piuttosto anche ad una spiritualità, rivelata anche dal suo stato clericale, la quale amplifica e rende compiuta la sua super-umanita’? Don Ciotti è un prete di strada: non dimentichiamolo. Possiamo dire che è un uomo coraggioso, compassionevole, ma questa è pur sempre una condizione limitata. C’è di più.
Il pensiero dell’autore non ci induce forse a pensare che egli abbia superato l’innato egoismo umano, la pavidita’, il bisogno di ricompensa terrena, attingendo ad una sfera diversa che egli vive e che facilmente possiamo identificare con quella spirituale?
L’uomo ha dei limiti: l’uomo spirituale li supera, perché fa dialogare la terra con il cielo.