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FUORI LUOGO: MINORANZE

Non Disturbate Il Manovratore

Persecuzioni, stermini, deportazioni, isolamento per chi non si allinea alla maggioranza

 

  GIUSEPPE RISSONE

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⊆ Le minoranze disturbano le maggioranze? Credo sia una domanda legittima, la mia risposta è affermativa in quanto parlano una lingua “strana”, professano una fede – anche di confessione cristiana – non in linea con il cattolicesimo, scelgono uno stile di vita che non si allinea a quello dei più. Questo è accaduto e accade ad ogni latitudine, compresa l’Italia. Stermini, deportazioni e quando va bene limitazioni dei diritti, isolamento, stigma.

A complicare questa ingiusta situazione, è quando si appartiene ad una minoranza che da sempre ha subito discriminazioni, isolamenti, pregiudizi, mi sto riferendo ai tanti popoli nomadi. La storia che intendo raccontarvi riguarda uno di questi, i Jenisch – il termine con cui si auto-definiscono i girovaghi e i loro discendenti, in Svizzera, Austria e Germania – espressione usata la prima volta nel 1714.

La comunità Jenisch è la più importante minoranza culturale residente in Svizzera. Conta circa 35.000 persone, la maggior parte delle quali di nazionalità rossocrociata, solo una piccola parte di essi – circa 3.000 persone – conducono ancora oggi una vita seminomade. Prima dell’ampliamento delle vie di comunicazione nel XIX e XX secolo molte zone dipendevano dalle visite di mercanti e artigiani itineranti jenisch. Per le autorità invece lo stile di vita nomade e l’assenza di una fissa dimora costituivano un segno di inciviltà e gli jenisch divennero sempre più un problema nazionale. Subirono violente espulsioni e persecuzioni, solo nel 1850 furono naturalizzati insieme ai cosiddetti privi di patria. Tutto è bene quando finisce bene… nemmeno per sogno, altre traversie questo popolo ha dovuto subire tanto che il governo svizzero – bontà sua – intende fare luce sul trattamento riservato alla popolazione Jenisch nella Confederazione e in particolare determinare se furono commessi crimini contro l’umanità o addirittura un genocidio nei confronti di questa comunità nomade.

Al centro delle critiche vi è il programma assistenziale Bambini della strada portato avanti tra il 1926 e il 1973 dalla fondazione Pro Juventute, ampiamente finanziata della autorità federali e cantonali. Il programma si prefiggeva di rieducare i bambini e le bambine nomadi, sottraendoli alle loro famiglie e ospitandoli in istituti o presso genitori affidatari. Molti bambini della strada ed anche i loro genitori vennero inoltre internati in riformatori e penitenziari oppure in cliniche psichiatriche. Solo nel 1973 le persone colpite da queste misure riuscirono, con l’aiuto dei media, a fare cessare questa pratica, il merito è di Hans Caprez, che pubblicò una ricerca sul giornale svizzero Observer il 15 aprile 1972, il giornalista disse: Tutta la buona Svizzera pensava che il mio rapporto fosse sbagliato. La venerabile Pro Juventute non farebbe una cosa del genere.

Il lavoro di Hans Caprez fu apprezzato dai suoi connazionali? Amaramente bisogna constatare di no, migliaia di lettori cancellarono i loro abbonamenti. Il giornalista aveva allora 32 anni, lavorava da solo un anno presso il giornale domenicale, e quanto da lui scritto suscitò una forte indignazione. Quello che oggi è considerato un capolavoro del giornalismo svizzero gli valse anche un appuntamento con la casa editrice dell’Observer, che non portò a nulla.

Quali sono le accuse fatte alla Pro Juventute e al suo progetto? Si stima che nel corso di cinquant’anni durante il quale è stato attivo il programma oltre 2000 bambine e bambini siano stati sottratti alle loro famiglie d’origine, subendo violenze e sfruttate come manodopera a basso costo.

La vicenda è  balzata nuovamente agli onori della cronaca grazie al libro del 2003 “Il seminatore” di Mario Cavatore edito da Einaudi da cui è stato tratto il film Lubo del regista italiano Giorgio Diritti, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2023.

A cinquant’anni di distanza le ferite sono ancora profonde tra la comunità Jenisch e tra le persone rimaste vittime di quei affidamenti coatti. Le scuse presentate dal 1986 dall’allora presidente della Confederazione Alphons e il varo nel 2017 della Legge federale sulle misure coercitive a scopo assistenziale e i collocamenti extrafamiliari prima del 1981, che prevede un risarcimento fino a 25.000 franchi alle vittime di questi provvedimenti, non sono però sufficienti, secondo la comunità Jenisch.

Riconoscere gli errori, porre le scuse, e chiedere in alcuni casi perdono – anche se dal mio punto di vista possono perdonare solo quelli che hanno subito le persecuzioni e non i loro eredi – è un piccolo passo avanti, ma non risolve completamente l’atavico vizio – grave – delle maggioranze di voler controllare le minoranze.

Si è sempre fatto così… Le nostre tradizioni non si discutono… Non si vive per strada o viaggiando dove si pare… Assurdo come si vestono e come parlano… Chi pratica riti che non si conformano alla maggioranza sono da mettere sotto osservazione… Frasi queste che sembrano appartenere ad un retaggio del passato, in realtà in modi diversi e sotterranei continuano a circolare e rientrano in quell’orribile concetto della tolleranza. Se siete interessati al libro citato nell’articolo scrivere a info@bradipodiario.it ⊇

FUORI LUOGO ritorna martedì 27 maggio

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≡ Elaborazioni grafiche Giuseppe Rissone – Immagine tratta da www.rsi.ch ≡



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