info@bradipodiario.it

RAGNATELA DI PAROLE SCRITTE

Frasi A Catena…

Sei parole per formare un racconto

 

GEMMA TARDITI – GIUSEPPE RISSONE – LAURA BELTRAMINO

« »

 

≥  Secondo appuntamento con lo spazio curato dal gruppo Ragnatele Di Parole Scritte – che si ritrova quindicinalmente presso la sede dell’Associazione Arcobaleno Onlus di via Virle 21 a Torino – dove ogni incontro prevede sempre un’attività diversa legata allo scrivere e al raccontare, il lavoro viene concluso nei giorni successivi in solitaria. L’obiettivo – oltre quello di trascorrere piacevoli pomeriggi – è di realizzare testi che troverete qui ogni cinque settimane. La seconda attività che abbiamo svolto aveva come titolo “Frasi a catena…: attraverso una “pesca di parole” abbiamo scritto una frase su quello che la la stessa ci suggeriva, in seguito con tutte le parole estratte ogni partecipante ha realizzato un breve racconto. Le parole su cui abbiamo costruito i nostri racconti sono: bambina, collina, grano, nuvola, libro, tolleranza. In questo appuntamento proponiamo alla lettura i primi 3 racconti, ognuno di essi inizia con la parola pescata. ≤

« »

≥ Tolleranza: La tolleranza è un valore politico e umano nei confronti di chi è diverso da noi, per imparare insieme a convivere: ascoltare chi incontriamo senza necessariamente condividerlo; lasciargli il suo spazio vitale, rispettandolo; considerarlo come un fratello o una sorella di pari dignità. La tolleranza non è sinonimo di rassegnazione e nemmeno una sorta di degradazione dell’amicizia, ma è una virtù più attiva, più propositiva, che si assume il peso di una responsabilità nei confronti degli altri, un peso, se possibile, commisurato alle proprie forze e al rispetto anche di se stessi e della propria identità. A volte, infatti, essere troppo tolleranti rischia di farci naufragare in un caos indistinto, in cui nessuno trova davvero il proprio posto. Conoscevo una bambina, una brava bambina, dai lineamenti delicati e la voce flebile, beneducata e cresciuta in un ambiente con alti valori ideali: solidarietà, fratellanza, pacifismo, amore per la natura, rispetto di ogni essere vivente. La bambina cresceva pensierosa e malinconica, con poche amiche, sentendosi spesso di troppo, o nel posto sbagliato. Forse era nata in un tempo, in un luogo o in una famiglia inadatti alla sua sensibilità. Contemplava le colline, il suo orizzonte intorno, e si chiedeva cosa ci fosse aldilà, se ci fosse qualcosa per lei. Saliva tra i boschi e, arrivata in cima al colle, abbracciava con lo sguardo i paesi e le città lontane, chiedendosi se le persone laggiù sapessero amare nel modo che le sarebbe piaciuto. Saltellava tra le zolle e le spighe di grano, fermandosi a conversare con insetti e topolini, vermiciattoli e uccelli, ogni essere vivente incontrato per caso. Tutto era prezioso, dorato come il grano. Un giorno si sedette tra le spighe con un libro e si immerse nella lettura silenziosa. Sfogliava lentamente le pagine e si immedesimava nel racconto. Ogni tanto sollevava lo sguardo al cielo e tra le nuvole intuiva visioni, le sue visioni del mondo! Le parole del libro esprimevano quello che non era mai riuscita a dire, e, a mano a mano che procedeva nella lettura, diventava sempre più consapevole di quello che sentiva: il mondo degli adulti era incoerente, la fragilità che sentiva in sé, il peso che la opprimeva, non erano dovuti a qualcosa di sbagliato in lei. Era un mondo pieno di ingiustizie, che le era capitato addosso in eredità e che lei voleva a tutti i costi trasformare, migliorare, rendere più giusto e più bello. Come un soffio di vento e un raggio di sole scompigliano le nuvole, facendo loro mutare forma e colore, così lei voleva essere nel mondo: aria nuova e creatività. Basta essere silenziosi, accomodanti e beneducati! La bambina si alzò, lasciò il suo mondo dorato e scese dalla collina: c’era tanto da fare per migliorare il mondo! E iniziò a gridare. Gemma Tarditi ≤

« »

≥ Bambina: Un cielo di un celeste da far male agli occhi, una bambina intenta a sfogliare le pagine di in grande libro, seduta sulla sola nuvola a forma di piuma, come quelle d’oca usate per vergare parole nel lontano Medioevo. Sotto ai suoi piedi come onde di un mare calmo, le sinuose forme di una collina dove tutto era ricoperto di grano. La bambina sfogliava le pagine del libro come se sgranasse pannocchie, divideva i chicchi buoni da quelli cattivi. Su una di esse si soffermò maggiormente come indecisa se fosse una pagina buona oppure da gettare. Le lancette di un immaginario orologio percorsero il quadrante diverse volte, poi la bambina prese la parola stampata tra le mani e la fece cadere sulla collina, lettera per lettera, esse si mescolarono tra le spighe formando nuove parole. Per l’ultima volta la parola tolleranza fu scritta, ascoltata, pronunciata, da quel giorno nessuno la usò più. Da quel giorno grazie alla bambina, alla tolleranza si preferì l’uguaglianza… Giuseppe Rissone ≤

« »

≥  Collina: Nel romanzo “La casa sulla collina” di Pavese leggiamo la ricerca di un rifugio. Il protagonista lascia la città e trova nel piccolo paese sul poggio, sia riparo dai bombardamenti, sia comunità. Illusione di un tempo fermo e spazio circoscritto, dove provare a rendere accettabile una vita scombussolata dalla guerra, riallacciare vecchi rapporti e coltivare speranze di tolleranza e fiducia. Dall’età di due anni, nel corso dei vari traslochi in periferia, lo scorcio delle colline non mi è mai mancato, per quanti palazzi fossero in costruzione. La stessa cosa al paese di campagna in cui passavo le estati. Ti svegli la mattina e sai per certo che le finestre ti restituiranno sempre questo sfondo, questa quinta teatrale. Dall’altro lato, molto più distanti, le montagne. Un paesaggio fisso, obbligato, che chiude e muove a un tempo, vicino eppure distante, soprattutto per chi non può ambire a vivere in quella sorta di verde presepe, costellato di case e ville, a volte molto importanti e inavvicinabili. Un altro mondo, immutabile e rassicurante. Ogni tanto capita di andare a trovare dei conoscenti: belle case, freschi giardini, silenzio, per poi ridiscendere verso il disordinato e afoso cortile. Ero una bambina e, in fondo, che m’importava della villa o del giardino curato e pettinato. Tra i cortili e le strade di pianura ho passato anni a correre, giocare, gridare, nascondermi, sbucciarmi gomiti e ginocchia, cantare, ballare e divertirmi con gli altri bambini. Mi sa tanto che non avrei fatto a cambio tra il mio mondo informale e “incasinato” e l’altro così ovattato. In campagna ritrovo di nuovo la collina da una parte, un nastro di asfalto in mezzo e dall’altra la pianura, campi e orti. Il verde cede al giallo del grano. Il verde, di nuovo, chiude e copre le spalle e ritorna a indicare un confine. Il giallo invece si perde e mi perde; per noi bambini va verso il nulla incontrando le nuvole. In città, se non abiti ai piani alti, il cielo è una scacchiera; nella pianura aperta terra e nuvole si toccano. Il grano cambia tonalità con la luce e, all’avvicinarsi dei temporali, grazie a questa massa scura, gonfia e compatta che copre il sole; un cielo carico di elettricità che incombe, minacciando il finimondo, e che mi diverte anziché spaventare. L’orizzonte spinge l’occhio all’infinito e al mare di spighe che ondeggia nel vento, mentre la chiusa dei colli aiuta a orientarsi e riposare lo sguardo. Guardo dal basso verso l’altura, sentendomi rassicurata, ma al contempo bloccata, frenata. Guardo dall’alto giù, verso la pianura, rischiando di perdere ogni riferimento in un punto di fuga infinito, ma, superato lo smarrimento iniziale, quanta libertà si può respirare. La sensazione di potersi spingere sempre oltre e non arrivare mai. Una bambina sarà sempre un essere curioso; lo sconcerto è superato dalla voglia di scoprire. A volte sono le parole e le immagini dei libri: narrazioni che sollecitano curiosità e immaginazione, dando la spinta per conoscere il mondo reale. Altre volte sarà il mondo a pungolare la fantasia. La collina lascerà il posto alla strada, al fossato, infine al campo, alle spighe che vanno a fondersi con le nuvole, bianche e soffici o nere e cariche di pioggia. Sempre attratta e combattuta tra il noto e l’ignoto. Al contrario di Pavese, il Kerouac di “Sulla strada” non cerca riparo; la guerra non sfiora i protagonisti e ci parla di grandi pianure, strade dritte, campi, viaggi senza meta e senza tempo. Ci parla di diffidenza e tolleranza, di incomprensione e fiducia, di esseri che si sfiorano per un attimo, incontrati o scontrati strada facendo e poi subito lasciati: ”sentivo una nuova voce che mi chiamava e vedevo un nuovo orizzonte, e ci credevo, giovane com’ero”. Non ci sono abbastanza esseri intolleranti o barriere o delusioni a bloccare questo viaggio; solo il desiderio di nuove esperienze che spinge a uscire. I bambini stanno crescendo e girano le spalle alla collina imboccando la strada. Laura Beltramino ≤

RAGNATELA DI PAROLE SCRITTE ritorna giovedì 13 febbraio

« »

≡ Elaborazioni grafiche di Giuseppe Rissone e foto di Maria Rosa Caire ≡



 

2 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *