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Mario Roggero O Del Razzismo Globale

La vicenda di Grinzane paradigma di una società in estinzione

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«Misura del giusto e dell’ingiusto é soltanto la massima felicità del maggior numero (di persone ndr)». Questa lapidaria massima ispira il Traitè de législation cicile et pénale del filosofo e giurista londinese Jeremy Bentham: il ventenne Camillo Benso di Cavour finì di leggerlo poco prima di diventare sindaco di Gallo-Grinzane, dal 1832 per 17 anni di fila. La scuola di pensiero è quella illuminista, che da Cesare Beccaria arriva alle teorie liberali di John Stuart Mill. È certo che il nostro Camillo nutrisse interessi particolari, ma la gestione innovativa della tenuta di famiglia adagiata sulle pendici del Castello di Grinzane ebbe come riverbero quello di dare decisivo impulso allo sviluppo dell’economia primaria di Langa, generando alcuni fra i più rinomati vini d’Italia, forte richiamo per i commerci europei e non solo (1).

Centocinquant’anni dopo, siamo nel 1982 in epoca di riflusso e rampantismo sociali, quella laboriosa e visionaria terra partorisce per i suoi giovani un binomio controcorrente: Il lavoro e l’impresa non dissociati dall’esperienza culturale; con la cultura si mangia e Grinzane diventa nell’immaginario nazionale ed extra il suo Premio Letterario e lo spirito che lo promuove; dove la giuria di esperti si fonde con quella che nomina il “supervincitore” formata nientemeno da studenti delle medie superiori. Primo Levi, Orhan Pamuk, Sebastiano Vassalli, Alberto Arbasino, Mario Rigoni Stern, Antonio Tabucchi, tanto per citare solo alcuni autori che daranno stimolo ad un paio di generazioni di lettori fra i filari di nebbiolo e le tartufaie. Così fino al 2009, quando lo scandalo Soría (2) fa naufragare il sogno di un vanto imprenditoriale e letterario di portata internazionale.

 

La notorietà di Grinzane lentamente si affloscia sui cuscini rossi in cui il tartufo bianco più gigantesco viene portato come trofeo da graziose signorine all’Asta Mondiale; e dalla strada del suo maniero lievemente scivola fino a franare in polvere da cinque anni in qua su Piana Gallo (3). Il cui ritmo vitale e l’idioma langhetto si sfaldano nelle frenetiche e lucrose attività industriali e commerciali, legate più o meno a doppio filo con la produzione viti-vinicola. La sua arteria, via Garibaldi, la vecchia provinciale che da Diano unisce Alba, è il classico stradone con due ali di case basse anni ’50-’70. Lo scenario che se ne trae in un attimo senza traffico veicolare è quello da far west 3.0 in piena regola; ed è qui che si snoda l’orrenda storia avanti l’inusitata elegante gioielleria di Mario Roggero.

 

Un far west è quando la politica e la cultura sottostante paiono ripiegarsi al principio della legittima vendetta (4). Se oggi si inneggia all’ingiustizia dei tre gradi di una condanna la più lieve possibile per quel marciapiede inondato di atroce crudeltà a colpi di Smith&Wesson 38 Special, è per cosa; se su quel marciapiede oggi si scrive a caratteri cubitali “MARIO ROGGERO FREE” è per cosa; se non vi è stato il più pallido cenno di resipiscenza per quanto compiuto ed anzi, si è utilizzata la modalità social per invocare aiuti finanziari nonché per scandire nei giorni precedenti la pronuncia di Cassazione un count-down intriso di pietismo senza ritegno, é per cosa; se si raccolgono firme per una petizione a favore della Grazia a Roggero prima ancora che si conoscano i motivi della condanna definitiva, é per cosa; se ci si sentirebbe onorati di candidare alle elezioni una persona interdetta in perpetuo dai pubblici uffici, quindi non ritenuta degna delle prerogative di cittadinanza. É per cosa?

 

Al netto delle attenuanti e aggravanti ben ponderate nel processo penale, si è ritenuto di salvaguardare, secondo le modalità impresse sulla videosorveglianza autoprodotta, la  propria famiglia ed il proprio patrimonio. Come se nient’altro fosse rimasto dentro quell’anima. Famiglia e proprietà del “sé”, nella cultura dei “Siamo tutti Roggero” sono i valori, assimilabili a merci offerte per l’assoluzione social, da salvare a colpi di pistola e calci in faccia; tutto e tutti intorno a lui ed a loro sono diventati il diverso, l’ignoto, lo straniero e quindi l’Avverso; egli è pretesto di vendetta contro un ingiusto abbandono, contro l’ultima chance di riscatto sociale negata. È una cultura che “non riconosce” perché deprivata del senso del bene comune, conviviale, paritetico; sfilacciati dal tessuto sociale, lo si percepisce nemico, tutto iniziando e finendo in quel sé, di immensa disperata solitudine. Niente di più allettante per il potere più gretto e autoritario che ci potevamo scegliere.

 

(1) Carlin Petrini e Piero Tibaldi ne trattano estesamente in “Vita di Langa e Roero”, Slow Food, 2025.

(2) Il Presidente del Premio Grinzane fu al centro di una vicenda giudiziaria in cui venne ritenuto responsabile di violenza sessuale e peculato, avendo distratto finanziamenti pubblici destinati al Premio per fini privati.

(3) Il borgo si distingue per il nucleo abitativo situato ai piedi del Castello (Grinzane) e per quello più urbanizzato di Piana Gallo.

(4) Il testo dell’art. 52 del codice penale era stato già modificato su iniziativa di due ministeri di marca leghista, Castelli nel 2006 e Salvini nel 2019. Un ulteriore allargamento della causa giustificativa del reato verrebbe a coincidere con una sorta di  giustizia fai-da-te o appunto di legittima vendetta.

 

Foto di copertina: via Garibaldi di Grinzane di Claudia Abrigo

Fuori Luogo ritorna in autunno

 

La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti

 

One Comment

  1. Laura Beltramino Reply

    “Un borghese piccolo piccolo” di Mario Monicelli aveva già raccontato tutto attraverso il tragico personaggio interpretato da Alberto Sordi.

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