I fratelli Fasanot
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Nella Val Pesio, provincia di Cuneo, poco sotto l’abitato di Magliano Alpi e non lontano dal fiume, si trovava una casetta abitata da un paio di fratelli, rimasti scapoli, che coltivavano la terra. Si chiamavano Giuseppe e Giacomo, ma per i valligiani erano meglio conosciuti come Notu e Giaculin ‘d Fasanot.
Il loro soprannome era tipico di tutta la loro famiglia, perché una volta era normale che ogni famiglia di paese avesse un soprannome che serviva per designare tutti gli appartenenti.
Giaculin era un uomo tranquillo, e dedito alla vita contadina, possedeva anche un bel bue, ben addestrato, che gli consentiva molti lavori in campagna. Infatti, oltre ad essergli utile per i lavori agricoli nei suoi poderi, peraltro di scarse dimensioni, come l’aratura e la trazione dei carri, il suo bue era anche impiegato per lavori in “conto-terzi” nei poderi di altri contadini, pagato a giornata. I due fratelli “Fasanot” vivevano in una casetta posta a metà strada della lunga discesa che, passando sopra il vecchio ponte sul fiume Pesio, risaliva dalla parte opposta della vallata, in direzione di Mondovì. I due fratelli erano nati nel terzo decennio del ‘900, in piena epoca fascista.
Ai loro tempi, ovvero sia quando loro erano giovani e forti, e questo accadeva nella seconda metà del secolo scorso, erano anche validi lavoratori e disponibili per aiutare chi si trovava in difficoltà, senza tirarsi indietro davanti ad alcuna fatica.
Lungo la discesa verso il ponte, e la successiva salita, non ancora asfaltate, vicino alla loro casa, accadeva spesso che qualche malcapitato trasportatore si trovasse in difficoltà. Nei tempi antecedenti alla diffusione delle macchine a motore, prima degli anni ’60 del novecento, la situazione delle strade provinciali e statali era nel migliore dei casi quella di strade in terra battuta piene di buche. Queste concavità nel manto stradale, che si formavano per il passaggio continuo dei mezzi, venivano di tanto in tanto riempite da privati che portavano delle macerie provenienti da case in costruzione, o pietrame di scarto che risultava da scavi e sterramenti vari. I carri a trazione animale, quasi sempre costruiti in legno con le ruote ferrate, erano detti “cartun” e coloro che li conducevano erano a tutti gli effetti gli antesignani dei moderni camionisti. I vecchi “cartunè” erano solitamente persone dai modi grossolani, grandi sgobboni, sì, ma dal carattere burbero e anche forti bevitori di barbera, e questo non agevolava di certo l’osservanza delle giuste proporzioni tra i pesi da spostare. Spesso capitava, durante le copiose nevicate di quegli anni là, che un carro si rovesciasse nella discesa fangosa prima di arrivare al ponte oppure che l’animale da traino in questione non fosse in grado di trainare il carico nella salita, e allora le bestemmie fioccavano più numerose degli stessi fiocchi di neve.
Poiché in quella lunga discesa si trovava l’abitazione della famiglia dei “Fasanot” accadeva spesso che Notu e Giaculin fossero cercati al cancello di casa da qualche “cartunè” che si trovava in difficoltà e invitati ad intervenire per “attaccare traino” (tachè tra-na). Questo capitava spesso durante il giorno, poichè nessuno si spostava di notte, in quanto non esisteva né illuminazione pubblica né fari in grado di illuminare la strada. Si preferiva trasportare i materiali pesanti, come sacchi di grano, di farina o di mais, ma anche carichi di legna da ardere oppure mattoni da costruzione, nelle ore di luce.
Allora i due fratelli si rendevano indispensabili per risolvere l’incidente. Essendo sempre disponibili sul posto, si era sparsa la voce tra i trasportatori, che li cercavano spesso. Notu e Giaculin andavano a slegare il loro placido ma fortissimo bue. Se pioveva o nevicava lo coprivano con una gualdrappa distesa sulla lunga schiena, fissata per mezzo di cinghie davanti al collo e sotto la pancia, lo aggiogavano e lo menavano vicino al carro da spostare, per tentare di risolvere la situazione di difficoltà.
Notu era piccolo di statura e magro, ma molto vivace e intelligente, oltrechè collaborativo, mentre Giaculin era robusto e più taciturno. In quei momenti di grande preoccupazione, si legava il giogo del bue con una doppia fune aggiuntiva, da entrambi i lati, al carro da rimorchiare e, cercando di utilizzare anche l’animale da tiro dei cartunè, che era già aggiogato, i pesi si potevano spostare con grande soddisfazione dei presenti. In quei momenti le tiritère di imprecazioni, lentamente, con il carro che iniziava a muoversi nella direzione voluta, lasciavano il posto dapprima ad un silenzio concentrato e speranzoso, da parte di quei rustici trasportatori, di levarsi al più presto da quello spiacevole impiccio. Dopo pochi metri di strada ripercorsa nel modo giusto, gli animi si rallegravano per lo scampato pericolo, e presto subentrava una sorta di allegria da scampato pericolo. Sulla cima della salita, sia da una parte che dall’altra, si trovavano, neanche a dirlo, due taverne, che oggi esistono ancora, e sono diventate due belle case con trattorie rinomate. Là, spesse volte, i trasportatori, come ricompensa, invitavano i due fratelli per uno spuntino o più semplicemente per una partita a ciance, e i bicchieri di barbera si riempivano e si svuotavano con eguale disinvoltura.
Foto di copertina: Giuseppe Rissone
Il Curioso Mondo Degli Animali ritorna lunedì 11 maggio 2026
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