L’isola che l’Africa non può dimenticare
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A venti minuti di traghetto da Dakar si trova uno dei luoghi più carichi di dolore e memoria dell’intera storia umana. Un posto che tutti dovremmo conoscere.
Un’isola, coloratissima, pittoresca, vivace, con stradine sabbiose fiancheggiate da bouganville in fiore, ristoranti che profumano di pesce grigliato, artigiani che espongono le loro opere al sole. Una cartolina quasi da sogno. Vicinissima alle coste senegalesi fu scoperta dai Portoghesi e da essa colonizzata. Vennero poi gli olandesi che la occuparono fino al 1677, anno in cui la Francia ne assunse il controllo. La lotta per il controllo dell’isola tra olandesi, francesi e inglesi durò fino al 1817, quando la Francia si affermò come proprietaria indiscussa. Il nome dell’Isola è particolare; i marinai portoghesi la battezzarono goede reede, che significa “buon ancoraggio”, da cui deriva il suo attuale nome, ma se le navi in arrivo si auspicavano un buon approdo, non lo era per quelle che salpavano dalle sue coste.
Gorée è nota per essere stata dal XV al XIX secolo il più grande centro di commercio di schiavi della costa africana. Un primato di cui non si può andare fieri, ma che non si può nemmeno ignorare. Undici milioni è il numero stimato di africani che tra il XVI e il XIX secolo ha alimentato uno dei capitoli più drammatici e bestiali della storia dell’umanità: la tratta degli schiavi attuata dalle principali potenze europee dell’epoca.
A Gorée confluivano uomini, donne e bambini provenienti da tutte le regioni africane. Uomini legati da catene al collo e torturati, donne violentate, bambini stipati in celle, tutti separati dalle loro famiglie, costretti a diventare schiavi in un altro continente. I capi tribù iniziarono a farsi la guerra tra di loro allo scopo di vendere i prigionieri al miglior offerente e migliaia di persone venivano strappate alla loro terra, marchiate con ferri roventi e stipate in condizioni miserabili. Nemmeno i bambini sfuggivano alla tratta, dal momento che le loro piccole mani erano considerate le più adatte per alcuni lavori come la raccolta di chicchi di caffè.
Gorée si trasformò da semplice luogo d’approdo nel porto di smercio in cui imbarcare non solo merci come cera, oro, avorio e spezie, ma anche il uomini da destinare alle piantagioni di canna da zucchero, cotone e tabacco del Nuovo Mondo. Suggerisco la visione del film Amistad, del 1997, diretto da Steven Spielberg e se mai un giorno avrete modo di andarci, la Maison des Esclaves, la casa degli schiavi, è l’edificio più conosciuto dell’isola di Gorée. Costruita nel XVIII secolo, fungeva da luogo in cui gli schiavi venivano rinchiusi prima che venissero imbarcati sulle navi dirette verso le Americhe.
Oggi si possono vedere le dimensioni anguste delle celle in cui erano stipati gli schiavi, completi dei ceppi a cui erano legati durante la loro permanenza. L’unica cosa che potevano fare era attendere il loro momento di salire sulle navi negriere, in una quasi totale oscurità solo leggermente disturbata da piccole fessure nei muri. Le celle ospitavano circa 15 o 20 schiavi, separati per sesso ed età e muniti solo di un piatto per stanza. Al centro dell’edificio si apre quello che è diventato il simbolo più potente di tutta la tratta: la Porta del Non Ritorno. Si tratta di un varco aperto che dà sull’Oceano Atlantico, dove gli schiavi che passavano da lì non facevano più ritorno in Africa. Passando per questa porta, la loro libertà veniva totalmente negata, annullata. Al secondo piano della Maison, al quale si accede attraverso due scalinate a conchiglia, oggi sono esposti pannelli che raccontano la storia della casa e della tratta negriera, insieme a ceppi di ferro e altri strumenti con cui gli schiavi venivano incatenati.
Nel corso degli anni il museo è diventato una tappa obbligata per chiunque voglia fare i conti con la storia. L’edificio è stato visitato da personalità come Nelson Mandela e Barack Obama. Tutti però si ricordano la visita di Papa Giovanni Paolo II, che rimase per diverso tempo in preghiera, profondamente commosso per quello che accadde in quella struttura.
Rispetto alla storia, che per ragioni di spazio non approfondisco, ho una domanda che penso valga la pena fare: perché Gorée non è studiata nelle scuole come Auschwitz? Entrambi i luoghi raccontano l’orrore di cui è capace l’essere umano quando decide che alcune vite valgono meno delle altre. Entrambi sono patrimonio UNESCO, ma la prima (giustamente) ben conosciuta, la seconda semi-dimenticata. Gorée non è solo un’isola del Senegal. È uno specchio di un orrore umano, verso il quale c’è un debito morale enorme.
Foto di copertina: Rino Sciaraffa
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Molto interessante. Grazie
Molto interessante anche questo racconto. Buon pomeriggio e buona serata caro Rino