Dei vizi e delle virtù del collezionista
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Nel mio lavoro in una pubblica biblioteca mi capita di essere spesso interlocutore di collezionisti intenzionati a donare le loro raccolte. Ho cominciato così nel tempo a raccogliere pensieri sul collezionismo in genere, attraversando, come mi piace fare, discipline diverse fra loro. Nelle righe seguenti mi ripropongo di amalgamare questi ingredienti in una chiacchierata su temi anche impegnativi, ma condita qua là da necessarie dosi di leggerezza.
I collezionisti che ho conosciuto per lo più raccolgono libri, ma talora anche oggetti di vario genere e le mie considerazioni possono riguardare gli uni e gli altri. I collezionisti che si rivolgono ad un’istituzione deputata alla conservazione cercano generalmente di assicurare un futuro alle loro raccolte che considerano un po’ come loro creature. Del resto viviamo oggi tempi nei quali mai come in passato gli oggetti sono a rischio di non durare nel tempo. Addirittura durare meno della nostra vita, capovolgendo una prospettiva che da sempre vede gli oggetti destinati a sopravvivere agli uomini. Sembrano così lontane dallo scenario attuale le parole conclusive di una celebre poesia di Borges dal titolo “le cose”: “dureranno (n.d.r. le cose) più in là del nostro oblio; non sapran mai che ce ne siamo andati”. Così scriveva Borges in questa malinconica poesia dove la vita umana sembra molto più effimera dell’esistenza degli oggetti che l’hanno accompagnata. Ma queste parole di Borges sono ancora ignare – riguardo agli oggetti- dello stato di avanzamento odierno della cultura dell’”usa e getta” (espressione benevolmente monca del suo seguito naturale che sarebbe “ricompra”).
Un po’ li capisco gli oggetti, e mi sento dalla loro parte, e anche capisco i collezionisti nelle loro inquietudini verso il futuro. Un po’ li capisco perché anche io nel mio piccolo partecipo della categoria. Per esempio nella mia veste di collezionista di tappi di birra non mi meraviglio di quanto sia indifferente per il collezionista l’utilità pratica della collezione. Una collezione di bottoni o di tappi raccoglie oggetti che nella loro vita hanno avuto un’utilità, ma l’hanno abbandonata per entrare nella nuova comunità. Ora gli oggetti sono al servizio di una causa più grande, eterna menzogna che si usa quando non è chiara la causa. Si usa per reclutare i soldati, e in effetti ogni collezione è sono un po’ come un piccolo esercito. Nel romanzo Autodafè di Elias Canetti che citerò anche oltre, il bibliotecario Kien – nel progredire di un delirio ossessivo che lo affligge nella cura della sua biblioteca – arriva a convincersi che i venticinquemila volumi da lui custoditi siano un vero e proprio esercito di soldati, con una missione precisa, e a loro si rivolge arringando ad alta voce le truppe come un generale. Personalmente non sono arrivato ancora a questo punto, e non solo per avversione al comando, ma non mi sono aliene tante piccole stranezze del collezionista. Conosco, come ogni collezionista grande o piccolo, il piacere di ogni nuova acquisizione. A volte scelgo un tipo di birra solo perché mi manca il tappo, ma escludo quelle analcoliche, perché servono delle regole limitanti, sempre. La collezione diventa per opera del suo autore una società che si arricchisce di sue regole quanto a diritto di cittadinanza, ordinamento interno. (Fine 1^ parte)
Foto di copertina: Umberto Scopa
Piccolo Inventario Sentimentale Degli Oggetti ritorna lunedì 11 maggio 2026
La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti





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