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Il Culto Del Timbro

Cosa unisce un burocrate, un alpinista, un collezionista di libri, e i bambini che fummo?

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Quel burocrate dal ghigno satanico, tanto per gradire. L’ho incontrato poche settimane fa all’agenzia delle entrate. Incurante dell’era digitale, che grida ovunque la sua presenza, questo residuato analogico (che Dio lo benedica) brandiva fieramente un timbro monumentale di metallo da mezzo chilo. Il Santo Graal del Burocrate. Il timbro, si sa, chiama la carta al suo battesimo. Lui, il burocrate, esamina il modulo di carta da me compilato e ad un primo sguardo mi rimprovera non ho lasciato uno spazio sufficiente sul foglio per piantarci il suo timbro. È impotente di fronte alla mia imperdonabile inavvedutezza. Mi sia concesso se in quell’occasione ho pensato essere meritata tutta la malafama della burocrazia, come attecchisce nel comune e più becero sentimento popolare.

Ritrovata la calma, a posteriori, mentre scrivo tutto questo per i vostri occhi, le invettive sono evaporate e fa luce qualche antico ricordo di studi. La burocrazia, già, studiavamo che a dispetto dell’invettive più diffuse è stata un’invenzione storica fondamentale e necessaria. Ma se oggi uno mi dice “sei un burocrate”, non è mai per riconoscermi virtù risalenti ai fasti storici più felici di questa disciplina. Eppure senza di lei avremmo a dolercene molto più di quanto immaginiamo. E sarebbe un tema interessante da approfondire, ma la vostra pazienza sta digrignando minacciosamente i denti e torno al tono più faceto che ella merita.

 

Di timbri si parla e allora eccomi giunto a introdurre usi del timbro di genere affatto diverso che ancora sopravvivono. Quali? Beh, quello dei rifugi alpini per esempio! Lassù nei verdi pascoli, dopo aver scarpinato sbuffando come locomotive per ore tra rocce e forre, eccovi di fronte al secondo obiettivo della vostra fatica. Il primo era l’agognata polenta con capriolo, ma il secondo era quel timbro custodito alla cassa. Finalmente potete stampare il logo del rifugio sul quadernetto delle escursioni (o anche sulla vostra fronte se non lo avete) e certificare che siete arrivati fin lassù per davvero. Ma sappiate che oggi i gestori sono autorizzati ad approntare interrogatori, anche con torture approvate a Guantanamo, per avere prova che non abbiate un Pick up parcheggiato ai margini del sentiero.

Ma non sempre si trova il timbro, il rischio c’è. Messner per esempio ci rimase molto male quando raggiunse la vetta nel Nanga Parbat (8.120 metri) e lì giunto non trovò alcun timbro. Il capriolo con polenta men che meno. Ora lo sapete e potete scegliere altre mete.

 

Un altro uso apprezzabile del timbro è quello detto degli “ex libris”. Molti appassionati di libri, e collezionisti soprattutto, amano contrassegnare i propri volumi stampando all’interno un “logo” che li rappresenti e attesti l’appartenenza del volume alla sua collezione. Questa prassi è apprezzabile non tanto per rappresentare l’affermazione di possesso sul volume, comunque legittima, quanto per avere nel tempo sviluppato una vera e propria forma di arte, tramite la ricerca estetica di figure e simboli originali e personalizzati da apporre sul timbro e quindi sul volume. Ma dove è buona regola stampigliare il nostro ex libris? Di solito si fa nel frontespizio o altri spazi bianchi interni del volume; sappiate solo che chi lo fa all’esterno merita la fucilazione senza processo, chi lo fa su un ebook merita il Nobel, dite voi quale.

 

Chi è arrivato fin qui a leggere senza perdere la pazienza è dei nostri. Non so quanti siamo, ma siamo abbastanza attempati da aver giocato nell’infanzia con timbrini floreali o raffiguranti animali. Chi lo ha fatto si porta dietro qualche traccia di fascinazione di quel gioco infantile. E pensare che quel semplice gesto meccanico, giocoso o solenne, a seconda dei casi, ha nel suo DNA piccole tracce di un suo più illustre antenato. Mi riferisco a quella stampa inventata da Gutenberg nel quindicesimo secolo, proprio lei, che fino a pochi decenni fa ha governato in modo incontrastato la trasmissione della conoscenza sul nostro pianeta.

 

Foto di copertina: Umberto Scopa

Piccolo Inventario Sentimentale Degli Oggetti ritorna lunedì 30 marzo

 

La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti

3 Comments

  1. Umberto Scopa Reply

    Come mi propongo nella mia rubrica ho volutamente dato un tono leggero al mio articolo per schivare campi discorsivi minati. Quello che tu segnali è il manifesto dell’orrore che stiamo vivendo e non si può ignorare, certo. Il timbro, lo vedo come qualcosa che certifica a futura memoria le cose umane nefande o meno, asettico e indifferente. Il mio timbro è un beffardo, dissacrante disertore e si dissocia da tanti suoi simili. Certificare talora è sinonimo di legalizzare, e la legalità può essere ben intesa o male intesa. Io intendo il diritto come mezzo per contrastare la legge di natura del più forte che schiaccia il più debole, il che abbiamo disatteso ormai in modo sistematico. A che serve se no? basterebbe la legge di natura al più forte. Il discorso ora richiederebbe altre precisazioni che non sono possibili. Mi limito ad accogliere con la gravità che merita la tua segnalazione che non mi lascia indifferente, nonostante la leggerezza sia il mio rifugio di sopravvivenza nella rubrica che ho adottato. Un caro saluto. Umberto

  2. Gian Michele Spartano Reply

    Grazie Umberto per la tua nota al mio commento.
    Sono ben consapevole (e si legge bene nei sottintesi delle tue righe e strisce) come tu sia molto meno ‘leggero’ dell’impronta che intendi dare alla tua rubrica: e questo è un valore che ti distingue!
    Così come mi rendo conto della mia pesantezza in ‘servizio permanente’, di fronte ad un palcoscenico mediatico che fa della mondanità l’unico linguaggio ammesso e digerito.
    Ti saluto con grande stima
    GM

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