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Elogio Dello Scarto

Qui si potrebbe anche parlare di tutte le anime gentili che si sentono imperfette e inutili

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Già, ma non dovevo parlare di oggetti? Sì che dovevo, ma quanto è incerto il confine tra noi e loro? Intanto vorrei dire che gli oggetti ci parlano. Ascoltarli è buona cosa, l’importante è non rispondergli ad altra voce perché nei manuali di psichiatria avreste un posticino assicurato. L’oggetto nella foto per esempio, che personalmente conservo, non ci crederete, ma mi parla. È un frammento di ceramica rinascimentale ritrovato nella mia città. A me racconta la storia di alcuni suoi parenti-frammenti di ceramica, ma anche quella di un uomo non abbastanza famoso, che voglio riportarvi.

 

C’era una volta nella mia città – a cavallo tra fine ottocento e inizio novecento – un tale Giovanni Pasetti. È poco ricordato a Ferrara e ancora meno altrove. Non si dava troppa pena di essere ricordato del resto. Riversava la sua più ardente passione sulla ricerca di reperti ceramici antichi come quello della foto. Ricerca non foriera di ricchezze, mica parliamo di oro o monete. Con perseverante dedizione scandagliava le campagne e disseppelliva, raccoglieva, classificava, conservava. La sua casa era piena zeppa di cocci e doveva avere una moglie più tollerante della media. In un certo momento, che esattamente non sappiamo, dovette accendersi nella sua testa una lampadina.

 

Pasetti si era infatti persuaso che tutta questa massa di reperti dimostrasse una cosa, e cioè che esisteva in epoca rinascimentale una fiorente fabbrica di ceramica insediata a Ferrara; però, per sua sfortuna, aveva contro l’opinione degli esperti più accreditati. Questi anzi liquidavano la sua teoria in modo poco rispettoso. Per loro quei pezzi di ceramica non potevano essere prodotti locali, ma dovevano essere stati forgiati nelle fabbriche faentine o amalfitane che erano ben documentate e vantavano un primato di fama nella produzione di utensili ceramici. Dunque -dicevano i suoi detrattori -erano solo prodotti di importazione, perché non c’era traccia di fabbriche esistite a Ferrara.

 

Pasetti non si arrese e cominciò ad arrovellarsi su come convincere i suoi oppositori. Sembrava impossibile finché non si accese in lui una seconda lampadina, ancora più ingegnosa della prima. Provò a immaginare in ogni dettaglio il ciclo di produzione di ceramiche di una ipotetica fabbrica della sua città, quella in cui credeva. Come in ogni produzione massiva doveva capitare ai fabbricanti di forgiare anche pezzi malriusciti. La loro sorte segnata era quella di essere eliminati in quanto non vendibili. La loro eliminazione – pensò – doveva avvenire nelle vicinanze col minor costo possibile, che già era stato un costo l’errore. Dunque se era esistita, come pensava Pasetti, una prolifica fabbrica ferrarese, dovevano esserci anche scarti di produzione sepolti nel territorio. Pasetti era arrivato al punto nodale della questione. Non doveva cercare i pezzi ben fatti, di quelli ne aveva fin troppi, ma gli scarti di produzione.

 

E allora, se ne avesse trovati in quantità sufficiente, avrebbe voluto vedere la faccia di quei baroni del “so tutto io”. Dovevano spiegare perché a Ferrara fossero così balordi da comprare altrove materiale difettoso per liberarsene in loco senza restituirlo al mittente (ora che i ferraresi fossero o non fossero balordi magari non chiediamolo ai vicini bolognesi, centesi e così via, e atteniamoci alla logica limpida del Pasetti).

 

Insomma il Pasetti ora aveva improvvisamente un nuovo diverso assillante obbiettivo della sua ricerca. A pensarci bene, se già appariva a molti strano che spendesse la vita a ricercare reperti di poco valore, figurarsi cosa avranno pensato nel vederlo scartare quelli buoni per tenere solo quelli difettosi.

Non fu semplice, ma raccolse infine un buon numero di questi scarti di produzione. Un numero sufficiente da mettere sotto il naso ai suoi detrattori.

Oggi l’esistenza di questa antica fiorente industria di ceramica ferrarese è comprovata senza dubbio alcuno anche da successive prove, ma tanto si deve a questo ostinato ricercatore e alla sua tenacia nello scalare la montagna di incredulità e diffidenza che gli sbarrava la strada.

 

Una nipote del Pasetti, dopo la sua morte, avendo ereditato la vasta raccolta di reperti, decise con gesto munifico di farne dono alla città. Un documento d’archivio, sepolto fra le carte, riporta le parole da lei lasciate all’atto di formalizzare il dono di quella raccolta: “adunata con industre cura”.

 

Una storia questa che mi piace conservare per tanti suoi significati. Uno di questi ci dice come siano soprattutto i rifiuti di una civiltà a raccontare in modo significativo cos’è stata quella civiltà. Non posso evitare di ricordare le pagine memorabili che dedica Victor Hugo nel romanzo “I Miserabili” alle fogne di Parigi. L’autore elenca e descrive con minuzia di particolari gli oggetti ritrovati nelle fogne, dichiarandoli essere per l’appunto le testimonianze documentaristiche meglio rivelatrici della vita parigina dell’epoca.

 

Foto di copertina: Umberto Scopa

Piccolo Inventario Sentimentale Degli Oggetti ritorna Lunedì 16 febbraio

 

La lentezza impedisce che qualcuno rimanga troppo indietro ed evita che qualcuno vada troppo avanti

2 Comments

  1. Carla Reply

    Per la serie nessuno è profeta in patria… oggi produciamo tonnellate di cose che vengono buttate via senza criterio e in poco tempo, ritrovare quelle ceramiche per Pasetti sarà stata un’emozione, se i nostri pronipoti scaveranno nelle nostre terre in futuro non troveranno tali bellezze ma orribili oggetti che inquinano e deturpano la terra.

    1. Umberto Scopa Reply

      sì, per Pasetti andò così….quanto ai i nostri pronipoti… forse dovranno scavare fra i rifiuti per trovare la terra… grazie dell’attenzione

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