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IL MONDO IN PAROLE POVERE

I Caraibi

Un terremoto che cambiò la storia

 

 RINO SCIARAFFA

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⊕ La storia dei Caraibi è una storia di incontri e scontri, di oppressione e resistenza, di distruzione e creazione. È la storia di come diverse culture umane possano fondersi per creare qualcosa di completamente nuovo, pur mantenendo le proprie radici.

In diversi racconti ho parlato di questa area geografica, fra le sue infinite bellezze, le sue storie a volte particolari e stupefacenti, talvolta tristi e anche ricchi di giovialità con le sue tradizionali abitudini, usi e costumi folcloristici. Vorrei addentrarmi in contesti storici per significarne la sua varietà ed il suo evolversi.

Ho raccontato, in questo blog, di Port Royal, in Jamaica, che non fu solo un porto di approdo bensì un crocevia di culture, un melting pot dove si mescolavano inglesi, spagnoli, africani, francesi e olandesi. Immaginiamo le sue strade pullulare di mercanti, pirati, schiavi e uomini liberi, tutti uniti dalla brama di ricchezza che le rotte commerciali dei Caraibi potevano offrire. Le taverne risuonavano di lingue diverse, mentre le banchine si riempivano quotidianamente di navi cariche di zucchero, rum, tabacco e spezie. Ma non solo…ho raccontato le storie dei pirati, diventate iconiche grazie a fortunati film, e del Capitano Sinclair, un ex corsaro al servizio della Corona inglese, aveva accumulato la sua fortuna durante i decenni precedenti, quando la pirateria era non solo tollerata ma incoraggiata dalle autorità coloniali come arma contro il dominio spagnolo sui Caraibi. Ho accennato ai tempi di Henry Morgan, il leggendario bucaniere che aveva guidato spedizioni devastanti contro Panama e altre città spagnole, diventando poi governatore della Giamaica per i suoi servizi alla Corona Britannica. Il Trattato di Madrid del 1670 aveva stabilito una pace fragile tra Inghilterra e Spagna, e la pirateria non era più vista con lo stesso favore di un tempo. I Caraibi stavano cambiando, trasformandosi da terra di avventurieri e filibustieri in un complesso sistema di piantagioni che richiedeva manodopera sempre più massiccia.

Oggi vorrei parlarvi di Kofi, un uomo libero di origine akan (ampio gruppo etnico africano originario delle coste del Ghana e della Costa d’Avorio) che aveva guadagnato la sua libertà dopo anni di schiavitù nelle piantagioni di Barbados. Kofi rappresentava una realtà complessa dei Caraibi coloniali, dove esistevano comunità di africani liberi che si erano create propri spazi di autonomia, spesso nelle montagne più impervie delle isole. Quando Kofi arrivò, portava con sé notizie inquietanti, attestando che le piantagioni si espandono sempre di più. Di mese in mese arrivano nuove navi dall’Africa Occidentale e i proprietari terrieri non si accontentano più delle loro tenute attuali; vogliono trasformare ogni lembo di terra in campo di canna da zucchero. Egli aveva visto crescere le piantagioni negli ultimi decenni, trasformando paesaggi interi. Le isole come Barbados erano diventate veri e propri laboratori dell’economia di piantagione, dove migliaia di africani schiavizzati lavoravano in condizioni disumane per produrre lo “oro bianco” che arricchiva i mercanti europei. E non sono solo gli inglesi, i francesi a Saint-Domingue stavano costruendo piantagioni ancora più grandi con piantagioni che impiegano più di mille schiavi. È un sistema che si sta espandendo come un incendio, un’economia che distrugge vite e territori. ⊗

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⊕ Il tutto cambiò letteralmente dal giorno alla notte, come si suol dire: il 7 giugno 1692, un terremoto distrusse Port Royal.  Un boato sordo che sembrò provenire dalle profondità della terra stessa. Immaginiamo che le case iniziarono a tremare, i bicchieri caddero dai tavoli, e il mare si ritirò improvvisamente dalla costa, lasciando a secco pesci e coralli e provocando l’inabissamento di due terzi della città nel Mar dei Caraibi. Era l’inizio del terremoto che avrebbe cambiato per sempre la storia dei Caraibi. Oggi la città è sommersa da 8m di acqua e diviene oggi il più importante sito archeologico sottomarino nell’emisfero occidentale, possedendo tesori provenienti dalle razzie spagnole nel Guatemala ed essendo numerose le navi, anche pirata, che nel corso dei secoli sono affondate nella baia con il carico trasportato. Dopo tale disastro naturale, il suo ruolo commerciale fu assunto dalla città di Kingston. In pochi minuti, Port Royal, la “Sodoma del Nuovo Mondo”, sprofondò parzialmente nell’oceano. Due terzi della città scomparvero sotto le onde, portando con sé duemila vite e una fortuna incalcolabile. Mentre i sopravvissuti si aggiravano tra le rovine, cercando di salvare ciò che potevano, Kofi guardò quello che restava del porto e disse: “Forse è un segno. Questo sistema non può durare per sempre”.

Aveva ragione, anche se nessuno dei due poteva immaginare quanto tempo ci sarebbe voluto. La distruzione di Port Royal segnò simbolicamente la fine dell’era dei bucanieri, ma l’inizio di un periodo ancora più buio per i Caraibi. Le piantagioni continuarono a espandersi, e con esse il commercio triangolare che legava l’Europa, l’Africa e le Americhe in un ciclo di sfruttamento e ricchezza.

Nei decenni successivi, le isole caraibiche divennero il cuore pulsante dell’economia atlantica. Saint-Domingue, la parte francese di Hispaniola, divenne la colonia più ricca del mondo, producendo la metà dello zucchero e del caffè consumati in Europa. Ma questa ricchezza si costruiva sul lavoro forzato di centinaia di migliaia di africani, strappati dalle loro terre e costretti a lavorare in condizioni infernali. Nel frattempo, le culture si mescolavano comunque, creando qualcosa di nuovo e unico. Nelle piantagioni nacquero lingue creole che combinavano elementi africani, europei e indigeni. La musica, la religione e le tradizioni culinarie si fusero, dando vita a forme culturali che sarebbero sopravvissute ai secoli di oppressione.

Questo per ora il primo pezzo di questa storia. Nel mio prossimo racconto vi parlerò delle evoluzioni che intervennero e di come i Caraibi si trasformarono storicamente e culturalmente. ⊗

IL MONDO IN PAROLE POVERE ritorna sabato 28 giugno

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≡ Elaborazioni grafiche di Giuseppe Rissone – Foto tratta da Pixabay.com ≡



6 Comments

  1. Silvio Marengo Reply

    È una parte di storia delle Americhe che non conosco. La storia delle colonie e stata storia di grandi sfruttamenti resi possibile solamente con la durezza delle condizioni che furono imposte possiamo solamente immaginare a prezzo di quante uccisioni, frustate e torture sono state possibili. Sfruttamento di uomini nei campi e donne, nelle città portuali, ovviamente. Sono aspetti poco conosciuti, molto tristi e interessanti.

    1. Rino Reply

      Grazie caro Silvio per il tuo commento. Si, si parla sempre di schiavismo per la storia è una delle pagine peggiori per tutto l’occidente. Grazie per la tua lettura.

  2. Franca Reply

    Ognuno è figlio del suo tempo e allora molti pensavano che fosse giusto trattare degli esseri umani in quel modo, perché qualcuno diceva che erano come le bestie, diversi, una razza bassa, non come noi bianchi… Caro Rino cosa è cambiato? Nulla nemmeno tre anni di pandemia ci hanno insegnato nulla. Ma guardo con speranza il futuro. Grazie

  3. Rino Reply

    Purtroppo lo schiavismo ha lasciato traccia ancora nella segregazione razziale nella storia degli States, ancora il razzismo che fu presente in Sud Africa e non solo.
    Sono molti gli aspetti che si potrebbero ampliati in prossimi racconti
    Grazie del tuo commento cara amica.

  4. Rossella Bruni Reply

    Un racconto molto bello. Purtroppo la schiavitù di quei tempi è molto simile a quello di oggi, in forma diversa ma con lo stesso risultato sfruttare per arricchire. E per quanto riguarda il terremoto iPort Royal la natura ci insegna costruzione e distruzione.

    1. Rino Reply

      Concordo con te….le situazioni sono solo cambiate e mai modificate purtroppo. Grazie per il tuo commento.

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