Lentezza Travisata
Tra attese, invasioni, e messaggi non appropriati
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∧ Da oltre sedici anni in modalità informale e autogestita portiamo alla vostra attenzione diverse tematiche e approfondimenti, con particolare riguardo alla lentezza – non solo in questa rubrica – che consideriamo un valore fondamentale. Detto questo, la lentezza può essere anche negativa, non vi preoccupate non siamo passati dalla parte del “mordi e fuggi” tanto di moda, quello che personalmente mi lascia seri dubbi è un suo sdoganamento che profuma di falso. Tre piccole storie che hanno destato la mia l’attenzione e che rispondono alle domande: Quando non permette di avere risposte in tempi adeguati? Quando può essere travisata? Quando l’invito a viverla nasconde esclusivamente un messaggio pubblicitario? ∨
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∧ Quando a subirla sono persone che preferiamo tenere ai margini e non ricevono risposte in tempi brevi in merito alla loro situazione.
Questa è la storia di Happy – un nome, un programma – 28 anni, nato in Nigeria, da cui è fuggito in quanto perseguitato per motivi religiosi. Vive a Padova dal 2016 dove è molto noto, perché non avendo un lavoro – praticamente impossibile averlo se si è privi di documenti, salvo entrare nel vortice dello sfruttamento e schiavismo dei lavori agricoli – si è reso utile pulendo le strade e i marciapiedi dei quartieri nella zona Sud-Ovest della città. Ed ecco che entra in gioca la negatività in alcuni casi della lentezza, per due volte la commissione territoriale gli ha negato la protezione internazionale e il relativo diritto a restare su suolo italiano, motivando la sentenza per «Manifesta infondatezza». Temendo il rimpatrio, e questo sappiamo cosa significhi, dai impresentabili CPR ad un “viaggetto” in Albania, al rischio di tornare nel proprio paese con tutte le conseguenze del caso, Happy ha presentato ricorso, dopo un’intensa battaglia legale, il giudice ha concesso la sospensione della decisione della commissione fino al 2030. Troppi 9 anni per ottenere questa sospensiva, che non risolve del tutto il problema, ora cinque anni di tempo per dare dignità di vivere a Happy, sembrano tanti, è necessario non prendere la situazione con lentezza, in questo caso, come quella di tanti altri migranti, sarebbe deleteria. In questa storia ad applicare la lentezza è proprio Happy, con i suoi colpi di ramazza ci richiama a non avere fretta nel giudicare, nel respingere, e in molte città ci sono altri Happy che ramazzano in attesa che un giudice emetta una sentenza. A Torino è stato riaperto il CPR – Centro di Permanenza per il Rimpatrio – chiuso diversi anni fa e dove si suicidò suicidato Moussa Balde. 23 anni: esprimiamo forte preoccupazione di fronte alla recente riapertura del CPR di Corso Brunelleschi, ultimo tassello di una politica di criminalizzazione e segregazione delle persone migranti. Da anni assistiamo ad una politica chiaramente razzista che priva delle libertà e dei diritti persone la cui unica colpa è quella di aver voluto lasciare il proprio paese di origine, o di essere state costrette a farlo. I centri di detenzione per persone migranti, qualsiasi nome abbiano, sono la negazione del diritto e spesso, all’interno di essi, sono messe in discussione la dignità e la sacralità della vita umana… Parole queste, che sottoscrivo pienamente, non scritte da qualche “pericolosa” organizzazione estremistica (Sic!) ma dalla chiesa valdese di Torino. Nel lontano 1979 Roberto Vecchioni cantava in Signor giudice (un signore così così) queste parole in merito ad una sua vicenda personale: Signor giudice, lei venga quando vuole/Più ci farà aspettare, più sarà bello uscire. Non si può aspettare quando in gioco sono i diritti, e meno ancora questo deve essere risolto con detenzioni e espulsioni.∨
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∧ Quando attratti dalla bellezza della natura invadiamo una cittadina convinti di passare alcune ore tra fiori, prati, all’insegna della lentezza.
Immaginate di vivere in una cittadina di medie dimensioni e una bella domenica scoprite di essere diventati esattamente il doppio, auto parcheggiate ovunque, code chilometriche per prendere un caffè, picnic improvvisati. Non è un’invasione di alieni ma di umani in quel di Venaria – cittadina alle porte di Torino – ed esattamente nella Reggia per godersi lo spettacolo dei ciliegi in fiore. Sui social sono apparsi commenti di protesta per traffico, selfie, parcheggio selvaggio, compreso in case private e lunghi tempi di attesa. 25.000 presenze, i cittadini rinchiusi in casa. In direzione del Parco della Mandria, tutto diventa parcheggio, anche le sponde erbose della strada. Com’è potuto accadere tutto questo? Un grande interesse per il bello della natura? Permettetemi di esprimere qualche dubbio. Ho la sensazione che sia qualcosa che assomiglia più a un voler esserci ad ogni costo, una sorte di follia collettiva, che hanno costretto gli organizzatori a limitare l’accesso a 10.000 visitatori al giorno. Numero che considero comunque alto. La direttrice del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude si è dichiarata contenta per l’alto numero di visite. Comprendo, ma allo stesso tempo mi chiedo perché non si sia fatto nulla per evitare tutto questo. Un eccesso di successo che a mio modesto parere segnala qualcosa di distorto, come voler organizzare concerti oceanici in bellissimi parchi – ricordate il concerto di Bruce Springsteen a Ferrara in piena alluvione? – la natura è lentezza, perché prevede cammino, osservazione, meditazione, silenzio. Quello che è accaduto domenica scorsa è una lentezza malata e di massa che non corrisponde al vero interesse e rispetto per il creato. Davanti alla mia abitazione è presente un piccolo rettangolo verde, alcune settimane fa sono apparse su di esso centinaia di piccole margherite, folle in coda per osservarle? Nulla di tutto questo, uomini armati di tagliaerba hanno eliminato tutto in pochi minuti. Una visitatrice ha scritto a un quotidiano torinese: Con amici mi sono recata a vedere i ciliegi in fiore… Tralascio la coda per arrivare al parcheggio, la coda chilometrica per l’ingresso (nonostante la prenotazione online)… ho trovato veramente disdicevole dare il permesso di fare picnic con relativi plaid distesi per terre, panini e altre cibarie e soprattutto piedi nudi e scarpe buttate li alla belle e meglio… Angelo Branduardi nella sua canzone Il Ciliegio del 1977 così cantava: Poi anche il mio ciliegio/a suo tempo maturò;/lei venne un mattino a chiedermene i frutti/”Devo avere quelle ciliegie/perché presto un figlio avrò. La richiesta della protagonista del brano domenica scorsa si è moltiplicato all’inverosimile e il ciliegio non ha abbastanza frutti – vedi fiori – per tutti.∨
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∧ Quando il simbolo della lentezza – il nostro amato bradipo – viene “ingabbiato” e la città viene invasa da manifesti con scritte che trovo non corrette.
Diciamolo subito zoo e similari non mi piacciono, anche quando si definiscono bioparchi, e rispettano tutte le regole di sicurezza e rispetto per gli animali. L’idea di mettere in gabbia, anche se molto diverse da quelle dei antichi zoo, non mi convince, doveroso aggiungere che ad esempio il parco alle porte di Torino – luogo di questa storia – accoglie animali provenienti da altri zoo o da strutture private che non possono essere rimessi nel loro habitat naturale Al di là dell’arrivo della coppia di bradipi – provenienti da un altro parco in provincia di Verona dove vivevano insieme ad altri due esemplari e recuperati dal reparto Carabinieri Forestali – quello che non mi convince è il messaggio che propugnano i manifesti: Rallenta… Piano… Calma… è arrivato il bradipo. La lentezza non è osservare come vive questo animale, è una presa di coscienza del proprio vivere e del rapporto con gli altri. Se il messaggio intende dire che dobbiamo prendere esempio da lui, ben venga, ma nutro dei dubbi e la frase finale …è arrivato il bradipo… sembra intendere che solo conoscendolo si può diventare lenti. Naturalmente la presenza di questi animali pone una domanda, chi ha pensato di portarli in Italia, strappandoli dal loro contesto? Una vera e propria follia ed è giusto sottolineare che non ne sono responsabili i gestori dei singoli parchi. Nel 2006 Piero Pelù nella canzone Lentezza cosí cantava: E prenditi il tempo perché la tua lentezza/E’ l’equilibrio per restare in piedi. Non è la vista del bradipo che ci rende calmi, che ci fa rallentare, che ci fa andare piano, esso può essere usato come simbolo – e noi lo facciamo dal 2008 – ma se non siamo noi per primi a “prenderci” il tempo, rischiamo di non rimanere in piedi.
Attendere che qualcuno decida su di noi. Mostrare interesse per la natura per mostrare se stessi. Diventare lenti osservando due bradipi in gabbia.Tre aspetti che credo siano in antitesi con il vivere e credere nell’importanza della lentezza, e voi cosa ne pensate? ∨
TEMPO LENTO ritorna sabato 10 maggio





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